Da settimane a Grozny, nelle comunità dei rifugiati ceceni in Europa e sui siti
internet ceceni non si parla d’altro: la proclamazione dell’emirato del Caucaso
da parte del leader della guerriglia cecena Dokka Umarov e la conseguente definitiva
spaccatura della leadership indipendentista, con i ‘giovani’ integralisti e i
‘vecchi’ moderati che si scomunicano e si accusano a vicenda di tradimento.
Dal nazionalismo al jihadismo. In un
video diffuso a fine ottobre, il barbuto e paffuto capo dei ribelli Dokka Umarov ha
annunciato una svolta ideologica radicale: non più guerra d’indipendenza per la
liberazione della nazione cecena dall’occupazione russa, bensì jihad per la creazione
di un emirato nord-caucasico, intesa come guerra globale contro l’Occidente intero.
“Respingo tutti i nomi che gli infedeli usano per dividere noi musulmani”, ha
detto Umarov. “Dichiaro illegali quelle entità territoriali etniche coloniali
chiamate ‘Repubbliche del Caucaso del Nord’. Dichiaro quindi ufficialmente la
creazione dell’Emirato del Caucaso, comprendente le attuali Cecenia, Inguscezia,
Daghestan, Ossezia del Nord, Canarino-Balcaria e Karachievo-Circassia”. E poi:
“Il nostro nemico non è solo la Russia, ma tutti i nemici dell’Islam come Israele,
Stati Uniti e Gran Bretagna”. Firmato: “L’emiro del Caucaso”.
La reazione dei moderati. Immediata e durissima la reazione della ‘vecchia guardia’ degli indipendentisti
ceceni, nazionalisti moderati, gli esponenti del governo in esilio della Cecenia
indipendente – quello presieduto dal defunto presidente Aslan Maskhadov nel periodo
1996-1999.
Il loro capofila, il rappresentante dei ribelli ceceni in Europa, Akhmed Zakayev,
ha accusato Umarov di aver fatto un gran regalo a Putin. “Condanno categoricamente
le sue dichiarazioni – aveva detto da Londra Zakayev – perché così la nostra legittima
causa indipendentista viene assimilata al cosiddetto terrorismo internazionale”.
Zakayev ha addirittura accusato Umarov di aver agito su ordine dei servizi segreti
russi in cambio di danaro.
Il 6 novembre il ‘parlamento ceceno in esilio’ ha ufficialmente spodestato Dokka
Umarov dalla guida del movimento indipendentista ceceno: al suo posto, il 23 novembre,
è stato nominato Zakayev.
Umarov e i suoi luogotenenti, che dalle montagne della Cecenia meridionale guidano
concretamente la guerriglia, hanno contrattaccato accusando di insubordinazione
e tentato golpe Zakayev e i suoi amici esiliati.
La rabbia della gente. “I miei tre figli – dice a
Iwpr Satsita Mazhayeva, 59 anni, di Grozny –sono morti in guerra per l’indipendenza
della loro patria, per poter vivere liberi nella terra dei loro avi, non per avere
un emirato!”.
“Umarov ha sbagliato perché così danneggia l’immagine della causa cecena – commenta
uno studente della capitale – ma quello che ha fatto è tutta colpa dell’Occidente
che, per non compromettere gli accordi energetici con Mosca, si è sempre rifiutato
di appoggiare gli indipendentisti moderati ceceni, consegnando così la guerriglia
in mano ai radicali islamici”.
“Questa storia dell’emirato serve solo ai russi”, dichiara a
Caucasian Knot Ramzan, insegnante in pensione di Grozny. “Come gli attacchi in Daghestan e
gli attentati di Mosca del 1999, o le prese di ostaggi al teatro Dubrovka nel
2002 e alla scuola di Beslan nel 2004: sono tutte cose che servono al Cremlino
per giustificare la guerra contro la Cecenia agli occhi del mondo”.
“L’annuncio di Umarov è una follia – gli fa eco un ex militante indipendentista
– perché farà perdere quel poco di sostegno che la causa cecena ha ancora nel
mondo e perché Putin ora potrà urlare ai quattro venti che lui in Cecenia combatte
una guerra contro il terrorismo islamico internazionale”.
“Ma cosa importa a noi ceceni dell’emirato?!”, si domanda un altro veterano della
guerra. “Alla gente ormai interessa solo tornare a vivere in pace, ricostruire
le proprie case, mandare a scuola i figli. Non certo combattere una jihad senza
fine per obiettivi assurdi”.