Ishara Chickera, la ragazza dello Sri Lanka che avevamo intervistato in Italia
nei giorni scorsi (v. "Più nulla" e “Aspettando notizie”) è riuscita a tornare nel suo paese. E’ arrivata nella sua città, Hikkaduwa,
che aveva lasciato quest’estate, prima del maremoto. E’ tornata per riabbracciare
i suoi nonni, i suoi zii, per consolare la sua gente, per portare aiuto, per vedere
con i suoi occhi cosa è successo e di cosa c’è bisogno.
Ecco la testimonianza delle sue prime impressioni e dei suoi primi incontri nei
luoghi devastati dallo tsunami, cui seguiranno racconti giorno per giorno che
PeaceReporter pubblicherà ne “Il diario di Ishara”.

Sono arrivata a Hikkaduwa ieri sera tardi. Finché ero a Colombo avevo come l’impressione
che quanto visto in televisione fosse un sogno. Nella capitale nulla è stato toccato,
tutto sembra normale. Ma appena si esce fuori città, tutto è diverso.
Con un furgoncino abbiamo iniziato il viaggio verso Hikkaduwa. Il tragitto è
stato tranquillo, nessuno ci ha fermato. Quando sono arrivata ho visto che tutto
era distrutto, e mi sono resa conto che non era un sogno. Ho subito incontrato
un ragazzo italiano, che ha una pizzeria proprio sulla costa. Il suo locale si
è salvato perché aveva davanti gli alberghi. “Vedi – mi ha detto facendomi entrare
– l’acqua è venuta, i danni ci sono, però la struttura è rimasta. Ricomprerò
tutto, ma per ora non riapro, non lo faccio, anche per rispetto alla gente”. Lo
ha detto perché a Hikkaduwa hanno già riaperto due ristoranti che erano stati
solo danneggiati. Questo perché molti turisti non sono voluti andar via, si sono
rifiutati di partire perché vogliono dare una mano: ovviamente queste persone
devono mangiare.
Le strade sono state liberate, le macerie sono state messe sui lati dai ragazzi
del paese, che si stanno dando molto da fare: si può tranquillamente camminare
nel mezzo. Sulla strada principale già passano gli autobus per Colombo. La gente,
appena mi vedeva, veniva subito da me a chiedermi se avessi qualcosa per loro.
Ho visto un padre e una madre seduti sulle rocce: continuavano a piangere. Le
onde si sono portate via i due figli, di due e cinque anni. La loro casa non c’è
più. “I nostri figli erano la nostra forza: ora siamo seduti qua pensando al nostro
futuro”. Un’altra donna cercava di togliere i sassi per vedere se era rimasto
qualcosa della sua casa in mezzo alle macerie.
Ho visto un cadavere, sotto sassi e rocce cadute. Si scorgeva una gamba. Dicono
che si tratti di un turista perché il colore della pelle è molto chiaro. Il corpo
non è ancora stato spostato perché i ragazzi non hanno l’attrezzatura giusta per
rimuovere le rocce cadute. Loro hanno fatto tutto quello che hanno potuto, liberato
le strade, portato i corpi nelle fosse comuni, ma in questo caso da soli non ce
la fanno. Finora non sono arrivati aiuti né i soldi che si stanno raccogliendo
nel mondo.

Sono andata in un villaggio vicino, dove c’è il treno deragliato di cui si è
tanto parlato. Lì, oltre ai ragazzi del paese, c’erano anche i soldati dell’esercito.
Tutti lavoravano senza mascherine: ho lasciato loro un po’ di quelle che mi ero
portata dietro dall’Italia. Le ho già quasi finite. I ragazzi mi hanno chiesto
dell’acqua: avevano molta sete e lì non ci sono negozi. Mi hanno detto che i morti
confermati sono 1.500, quelli che avevano pagato il biglietto. Ma tanta gente
del villaggio vicino, quando ha visto l’onda, correndo via è salita sul treno,
alcuni si sono arrampicati addirittura sul tetto delle carrozze pensando che magari
resistesse. Invece no. Secondo le persone che erano lì, i morti sono quindi molti
di più, circa tremila. Oltre 1.500 corpi sono stati seppelliti in una fossa comune
lì vicino. Gli altri cadaveri, rinvenuti giorno per giorno, vengono seppelliti
in una parte della spiaggia. Oggi ne hanno trovati cinque. Il villaggio vicino
al punto dove l’onda ha raggiunto il treno è stato completamente distrutto.
A Hikkaduwa gli alberghi sulla costa, di cui è rimasto solo il cemento della
struttura esterna, hanno in parte protetto dall’onda le case costruite dietro
di loro. Ma dove non c’erano alberghi, tutto è stato distrutto.
La cosa che mi sorprende tanto è la forza dei superstiti: stanno già facendo
di tutto, non si sono lasciati andare. Pensavo di trovare persone più disperate.
Invece è gente che nella disperazione continua ad avere fede, tanta fede, e continua
a lavorare. C’è un tempio vicino al mio villaggio, proprio in mezzo all’acqua.
Per raggiungerlo bisogna usare piccole barche. E’ rimasto intatto, perfetto. E
ovunque, anche sulla costa, tutte le statue di Buddha sono rimaste in piedi. I
singalesi dicono: se è successa questa tragedia è stato per qualche nostro errore.
Raccontano anche un’altra cosa. Qui si festeggia ogni luna piena: è una festa
buddista. Quest’anno la festa cadeva il 25 dicembre, a Natale, ma il governo,
per la prima volta, ha voluto cambiare la data, rimandandola al giorno dopo. Il
giorno del disastro. Allora la gente dice che, magari, questa festività, che era
anche l’ultima dell’anno, non doveva essere spostata. In ogni caso, il fatto che
tutte le statue del Buddha sono ancora intatte sta dando loro molta forza. “Buddha
ci sta assistendo”, dicono.
Non ho ancora trovato nessuno dei ragazzi che conoscevo, di quelli che si facevano
chiamare i “beach boys”. Una signora anziana mi ha raccontato: “Molte persone
correvano verso l’interno, però molti ragazzi giovani correvano dall’altra parte,
incontro alle onde. Perché magari non avevano paura di queste onde e pensavano
che loro, giovani e forti, sarebbero riusciti a dominarle e a salvare qualche
bimbo. Sapevano che c’erano anche molti turisti. Così abbiamo perso molti dei
nostri ragazzi”.

I ragazzi del paese stanno facendo i turni per vegliare alla sera sulle case,
anche se non sono le loro. La criminalità è aumentata moltissimo, molte persone
sono uscite dalle carceri e c’è il rischio di saccheggi e atti di sciacallaggio.
Ma non solo. C’è timore soprattutto per i bambini: alcuni delinquenti vanno negli
orfanatrofi la sera e rapiscono i bambini. Ho letto sul giornale la storia di
un uomo che era in un orfanotrofio con il figlio di un anno e mezzo. La moglie
era morta. Saputo di una distribuzione di latte, è andato a prenderlo per il bambino
ma al suo ritorno suo figlio non c’era più. La gente ha detto che sono arrivati
alcuni ragazzi e l’hanno portato via.
Ho rivisto una bambina di quasi quattro anni, che quest’estate in spiaggia mi
correva dietro. Era seduta per terra con sua mamma: hanno perso tutto. Le ho detto:
“Ciao”, saluto che lei aveva imparato. Mi ha risposto”Ciao akké”, che vuol dire sorella grande (qui non ci si chiama con il nome, ma si dice
akké o nangy, che vuol dire sorella piccola, come mi chiamavano i ragazzi che ho incontrato
oggi). “Stai bene?”. “Sì, le onde sono venute, io con la mamma sono scappata”.
“Guarda che tutto tornerà come prima”, le ho detto. “Non ti preoccupare. Quando
crescerai, non ti ricorderai più di quello che è successo”. “Sì, sì. Ciao akké”, mi ha detto sorridendo mentre me ne andavo.
E’ bello che la gente non abbia perso il sorriso. In Italia, prima di tornare
qui, mi dicevo: come faranno, non riusciranno. Invece…
Ishara Chickera