Sarebbe bello se l’entusiasmo con il quale i media internazionali hanno accolto
l’annuncio giunto da Annapolis dell’accordo su una ‘dichiarazione congiunta’ delle
delegazioni israeliana e palestinese trovasse un riscontro fuori dalla vecchia
porta di Damasco a Gerusalemme, simbolo di una città che ne ha viste di tutti
i colori.
Troppe delusioni. I vecchi arabi, con i loro copricapo, che chiacchierano dopo la preghiera, sotto
l’occhio attento di un militare israeliano, avranno come sempre da pensare agli
stessi problemi: il lavoro che non c’è, il figlio morto o in galera, la negazione
del diritto di muoversi liberi sulla terra che abitano da sempre. Ma le regole
della diplomazia internazionale sono chiare e nessuno dei convitati nella cittadina
del Maryland, negli Usa, si sarebbe mossa senza avere anche un misero risultato
da sbandierare. Considerato quindi che qualcosa bisognava dare in pasto alla stampa,
meglio spendere subito il colpo a sorpresa dell’annuncio di ‘una dichiarazione
congiunta’, si badi bene, non di un accordo.
Allertati dai portavoce della delegazione israeliana e di quella palestinese,
i giornalisti armati di taccuini e telecamere si sono precipitati nella sala grande,
dove il presidente Usa George W. Bush, il premier israeliano Ehud Olmert e il
presidente dell’Autorità nazionale palestinese Mahmoud Abbas hanno annunciato
che “s’impegnano a lanciare immediatamente seri negoziati di pace e che faranno
ogni sforzo verso l’obiettivo di raggiungere un accordo, grazie a negoziati continui,
entro la fine del 2008”. Bush ha già indicato una data, il 12 dicembre prossimo,
per la ripresa del cammino su quella Road Map che dovrebbe terminare in un accordo
definitivo di pace, ma che dal giugno 2002 (quando venne lanciata dal cosiddetto
Quartetto: Usa, Ue, Russia e Onu) a oggi è una strada che conduce nel vicolo cieco
della morte, dell’occupazione e della violenza.
L'ennesimo rinvio. Tutto sommato, per adesso e in attesa della fine dei lavori di domani, il vertice
di Annapolis ha partorito un rinvio. Come sempre è stato in questa terra. Anche
i più celebrati degli accordi tra israeliani e palestinesi, quelli noti come Accordi
di Oslo, conclusi nell’agosto 1993 nella capitale norvegese, non erano che l’ennesimo
rinvio dei problemi nati, nel 1948, con la nascita dello Stato d’Israele. E’ vero
che vide la luce l’Autorità Nazionale palestinese, che doveva diventare l’embrione
del futuro stato palestinese, ma quel progetto di nazione è morto e sepolto sotto
le oltre 5mila vittime della Seconda Intifada. Non venivano risolti il problema
dei milioni di profughi palestinesi in giro per il mondo, non veniva risolto il
nodo della sovranità di Gerusalemme, non veniva ripristinato il diritto violato
dei palestinesi a vedersi restituire le terre occupate dall’esercito israeliano
nel 1967 e così via. Si disse all’epoca “un po’ di pazienza, è un primo passo,
l’accordo definitivo sarà la naturale conseguenza di questo accordo”. Giornali,
tv e politici di tutto il mondo salutarono con gioia gli Accordi di Oslo, ma alla
lunga quei documenti hanno mostrato quanto il re sia nudo in Terra Santa, dove
i nodi tornano sempre al pettine.
Speranze, ma nessuna certezza. Nessuno è così stupido o ottimista da aspettarsi che la due giorni di Annapolis
termini con un accordo di pace. E tutti, ma proprio tutti, si augurano che si
ripeta il 1783, quando nella stessa Annapolis si tenne una riunione fondamentale
sulla strada della nascita degli Stati Uniti d’America,
ma l’entusiasmo con il quale è stata accolta la dichiarazione congiunta pare
eccessivo. In primo luogo perché, ancora una volta, i mediatori occidentali hanno
voluto scegliere i loro interlocutori. Non esiste al mondo un accordo di pace
che tenga fuori una parte rilevante delle parti in campo, come nel caso di Hamas.
Mentre ad Annapolis Abbas, sempre più, da l’idea di rappresentare solo una parte
dei palestinesi, l’esercito israeliano attaccava nella Striscia di Gaza, uccidendo
miliziani e civili. Non è così che si costruisce la pace. La trovata del presidente
iraniano Ahmadinejad, di convocare a Teheran un controvertice denota come, al
di là dei contenuti, non si può pensare di fare la pace senza tutti i contendenti.
Perché quella non è pace, ma realpolitik, che non ha mai regalato la pace né
agli israeliani né ai palestinesi. I vecchi palestinesi a Gerusalemme, sgranando
il loro rosario islamico, sorseggeranno stasera il tè con la stessa disillusione
di ieri. In attesa che dalle parole, dopo più di 60 anni, si passi ai fatti. A
Gaza invece saranno più preoccupati di mettere assieme il pranzo con la cena,
o di sopravvivere all’ennesimo attacco aereo. Sempre ammesso che l’abbiano saputo
anche a Gaza della ‘dichiarazione congiunta di Annapolis’, visto che la corrente
elettrica scarseggia. Ma domani, sui giornali, di questo non parlerà nessuno.