27/11/2007versione stampabilestampainvia paginainvia



Al vertice di Annapolis si parla di pace nel 2008, ma Israele e Palestina non hanno preso ancora nessun impegno
Sarebbe bello se l’entusiasmo con il quale i media internazionali hanno accolto l’annuncio giunto da Annapolis dell’accordo su una ‘dichiarazione congiunta’ delle delegazioni israeliana e palestinese trovasse un riscontro fuori dalla vecchia porta di Damasco a Gerusalemme, simbolo di una città che ne ha viste di tutti i colori.
 
Bush parla ad AnnapolisTroppe delusioni. I vecchi arabi, con i loro copricapo, che chiacchierano dopo la preghiera, sotto l’occhio attento di un militare israeliano, avranno come sempre da pensare agli stessi problemi: il lavoro che non c’è, il figlio morto o in galera, la negazione del diritto di muoversi liberi sulla terra che abitano da sempre. Ma le regole della diplomazia internazionale sono chiare e nessuno dei convitati nella cittadina del Maryland, negli Usa, si sarebbe mossa senza avere anche un misero risultato da sbandierare. Considerato quindi che qualcosa bisognava dare in pasto alla stampa, meglio spendere subito il colpo a sorpresa dell’annuncio di ‘una dichiarazione congiunta’, si badi bene, non di un accordo.
Allertati dai portavoce della delegazione israeliana e di quella palestinese, i giornalisti armati di taccuini e telecamere si sono precipitati nella sala grande, dove il presidente Usa George W. Bush, il premier israeliano Ehud Olmert e il presidente dell’Autorità nazionale palestinese Mahmoud Abbas hanno annunciato che “s’impegnano a lanciare immediatamente seri negoziati di pace e che faranno ogni sforzo verso l’obiettivo di raggiungere un accordo, grazie a negoziati continui, entro la fine del 2008”. Bush ha già indicato una data, il 12 dicembre prossimo, per la ripresa del cammino su quella Road Map che dovrebbe terminare in un accordo definitivo di pace, ma che dal giugno 2002 (quando venne lanciata dal cosiddetto Quartetto: Usa, Ue, Russia e Onu) a oggi è una strada che conduce nel vicolo cieco della morte, dell’occupazione e della violenza.

Ebrei Usa protestano ad AnnapolisL'ennesimo rinvio.
Tutto sommato, per adesso e in attesa della fine dei lavori di domani, il vertice di Annapolis ha partorito un rinvio. Come sempre è stato in questa terra. Anche i più celebrati degli accordi tra israeliani e palestinesi, quelli noti come Accordi di Oslo, conclusi nell’agosto 1993 nella capitale norvegese, non erano che l’ennesimo rinvio dei problemi nati, nel 1948, con la nascita dello Stato d’Israele. E’ vero che vide la luce l’Autorità Nazionale palestinese, che doveva diventare l’embrione del futuro stato palestinese, ma quel progetto di nazione è morto e sepolto sotto le oltre 5mila vittime della Seconda Intifada.  Non venivano risolti il problema dei milioni di profughi palestinesi in giro per il mondo, non veniva risolto il nodo della sovranità di Gerusalemme, non veniva ripristinato il diritto violato dei palestinesi a vedersi restituire le terre occupate dall’esercito israeliano nel 1967 e così via. Si disse all’epoca “un po’ di pazienza, è un primo passo, l’accordo definitivo sarà la naturale conseguenza di questo accordo”. Giornali, tv e politici di tutto il mondo salutarono con gioia gli Accordi di Oslo, ma alla lunga quei documenti hanno mostrato quanto il re sia nudo in Terra Santa, dove i nodi tornano sempre al pettine.

Speranze, ma nessuna certezza.
Nessuno è così stupido o ottimista da aspettarsi che la due giorni di Annapolis termini con un accordo di pace. E tutti, ma proprio tutti, si augurano che si ripeta il 1783, quando nella stessa Annapolis si tenne una riunione fondamentale sulla strada della nascita degli Stati Uniti d’America, 
ma l’entusiasmo con il quale è stata accolta la dichiarazione congiunta pare eccessivo. In primo luogo perché, ancora una volta, i mediatori occidentali hanno voluto scegliere i loro interlocutori. Non esiste al mondo un accordo di pace che tenga fuori una parte rilevante delle parti in campo, come nel caso di Hamas. Mentre ad Annapolis Abbas, sempre più, da l’idea di rappresentare solo una parte dei palestinesi, l’esercito israeliano attaccava nella Striscia di Gaza, uccidendo miliziani e civili. Non è così che si costruisce la pace. La trovata del presidente iraniano Ahmadinejad, di convocare a Teheran un controvertice denota come, al di là dei contenuti, non si può pensare di fare la pace senza tutti i contendenti.
Perché quella non è pace, ma realpolitik, che non ha mai regalato la pace né agli israeliani né ai palestinesi. I vecchi palestinesi a Gerusalemme, sgranando il loro rosario islamico, sorseggeranno stasera il tè con la stessa disillusione di ieri. In attesa che dalle parole, dopo più di 60 anni, si passi ai fatti. A Gaza invece saranno più preoccupati di mettere assieme il pranzo con la cena, o di sopravvivere all’ennesimo attacco aereo. Sempre ammesso che l’abbiano saputo anche a Gaza della ‘dichiarazione congiunta di Annapolis’, visto che la corrente elettrica scarseggia. Ma domani, sui giornali, di questo non parlerà nessuno.

Christian Elia

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