28/11/2007versione stampabilestampainvia paginainvia



Nuovi scontri nell'est del Ciad, l'accordo di pace naufraga dopo un mese
Quattro ore di combattimenti, centinaia di morti e decine di feriti gravi, stando a quanto riferito dai medici militari francesi che hanno accolto i soldati feriti nei pressi di Abéché. Con i combattimenti di lunedì tra l'esercito e i ribelli dell'Union des forces pour la démocratie et le développement, nell'est del Ciad, naufraga il processo di pace cominciato solamente un mese fa, con la firma degli accordi di Sirte tra il governo e quattro gruppi armati. Da quando il presidente Idriss Deby è salito al potere grazie a un golpe, nel 1991, tutti gli accordi tra governo e ribelli si sono rivelati lettera morta.

Ribelli ciadianiScontri. In verità, pochi credevano che i patti di Sirte potessero fare eccezione, vista la sfiducia che aveva accompagnato le trattative e le perplessità espresse pubblicamente dai delegati prima e dopo la firma. I combattimenti di lunedì, presso la località di Hadjer Hadid, a circa 60 km dalla città di Abéché, ne sono la pietra tombale. Sia i ribelli che l'esercito hanno rivendicato la vittoria, dichiarando di aver ucciso centinaia di nemici e aver subìto perdite marginali. Quale che sia la verità, i combattimenti sarebbero stati estremamente duri, e non è escluso che possano riprendere nei prossimi giorni. E visto che, all'indomani di Sirte, Deby aveva dichiarato che il governo non avrebbe firmato altri accordi con i ribelli, l'opzione militare torna in primo piano, così come dichiara a PeaceReporter l'analista politico ciadiano Djime Adoum: “Gli accordi di pace sono nati morti, visto che nessuno si è mai preoccupato di tradurli in pratica e che il governo non ha rispettato nessuno dei trattati firmati negli ultimi16 anni. L'unica possibilità per trattare con Deby è che i ribelli guadagnino terreno sul campo, oppure che la comunità internazionale faccia pressioni su N'Djamena”.

Resa dei conti. Finora, nel Palazzo di Vetro dell'Onu tutto tace. L'unica novità è che la missione di 3.700 peacekeepers, guidata dall'Unione Europea e che sarebbe dovuta arrivare nell'est del Ciad il prossimo mese, verrà ritardata per la mancanza di mezzi di trasporto adeguati (lo stesso problema che sta incontrando la missione Onu in Darfur, nel vicino Sudan). In tale anarchia, le parti sembrano voler arrivare alla resa dei conti una volta per tutte: governo e ribelli si accusano di aver violato gli accordi, con i secondi che prevedono di rovesciare Deby nei prossimi due combattimenti con l'esercito e il governo che accusa il vicino Sudan di aver appoggiato il raid. Già l'anno scorso, le Ufdd arrivarono alle porte di N'Djamena dopo un'epica traversata del deserto, ma dopo ore di furiosi scontri furono sconfitte dall'esercito, per l'occasione sostenuto dal migliaio di soldati che la Francia mantiene ancora nel Paese.

Il presidente ciadiano Idriss DebyAccordi. Resta da capire come mai, nonostante queste perplessità, i ribelli avessero deciso di firmare comunque un accordo con Deby. I vertici delle Ufdd dichiarano di essere stati forzati dai mediatori, in particolare dal presidente libico Muhammar Gheddafi, a firmare un documento vago, la cui messa in pratica si sarebbe rivelata impossibile. Diversa l'opinione di Néné Ehemir, presidente dell'Alliance des démocrates résistants, un ombrello che raggruppa numerosi partiti di opposizione: “Quelli di Sirte sono stati degli accordi personali tra il presidente e i leader ribelli, e non rispecchiano le aspettative della popolazione ciadiana, né la situazione politica”, riferisce telefonicamente a PeaceReporter. “ Per questo ritengo i capi ribelli corresponsabili della crisi ciadiana, sebbene il governo abbia le colpe maggiori”.
Come molti altri leader dell'opposizione, Ehemir è in esilio. Negli ultimi anni, il presidente Deby ha messo il bavaglio ai partiti politici, tanto che ormai le uniche voci dissidenti provengono dalla sua stessa comunità, gli Zaghawa, alcuni dei quali hanno preferito entrare nelle file dei ribelli per opporsi alla politica clientelare del presidente. Se la guerra all'est rimane il maggior problema, è forse più preoccupante che un'accozzaglia di ribelli con obiettivi poco chiari sia stata legittimata come opposizione politica, in mancanza di altro. 

Matteo Fagotto

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