07/01/2005versione stampabilestampainvia paginainvia



Per Allawi si deve votare, nonostante la situazione in Iraq non conosca tregua

ospedale di emergency a erbilBattaglia a Erbil. “La notte tra il 4 e il 5 gennaio scorsi mi trovavo al dormitorio degli studenti universitari. Stavo per andare a letto quando ho sentito chiaramente il rumore delle pale degli elicotteri. Sono corso alla finestra e ho visto quattro apparecchi dell'esercito statunitense che volavano attorno all'edificio studentesco. Mentre ci chiedevamo cosa stesse accadendo, due elicotteri si sono allontanati. Pensavamo fosse tutto finito, ma all'improvviso gli altri due si sono messi a sparare all'impazzata contro lo studentato: mi sono buttato per terra e ho sentito un dolore alla spalla”.

Karzan Hama ha 20 anni e studia all'università. Racconta l'episodio che l'ha visto protagonista assieme ad alcuni compagni di studi al personale medico di Emergency, l'ong italiana che ha costruito e gestisce l'ospedale di Erbil dove Karzan è stato medicato. “Non capisco”, racconta il giovane, “perché sparare addosso a noi...”. Quello di Karzan non è stato l'unico episodio.

“Ero in macchina con mio marito, stavamo attraversando il ponte Saidawa”, racconta Shler Maolod, una donna di 43 anni trasportata all'ospedale di Emergency con una ferita di arma da fuoco alla gamba, “quando ci siamo trovati la strada sbarrata da militari. Non so per quale motivo hanno cominciato a sparare e il vetro dell'auto è andato in frantumi”.

Gli episodi rientrano in un'operazione congiunta dei militari statunitensi e sudcoreani nella cittadina curda che, dalla caduta del regime di Saddam, mai era stata al centro di operazioni militari della coalizione. “Manca qualunque tipo di coordinamento con i militari stranieri”, riferiscono fonti della polizia locale curda, “nessuno ci aveva avvisato che volevano catturare un esponente del movimento integralista Ansar al-Sunna che, secondo gli Stati Uniti, si nascondeva in città. Hanno fatto un gran putiferio sparando su tutto quello che si muoveva, senza informarci. L'operazione poteva essere condotta in maniera più tranquilla”.

bambini tra le macerie di fallujaScadenze elettorali. Le lamentele della gente di Erbil e del governo regionale curdo, pur trattandosi di soggetti alleati agli Stati Uniti fin dai tempi della prima Guerra del Golfo, non possono in questo momento interessare né il governo di Allawi né i vertici militari della coalizione. Il tempo stringe e le elezioni sono alle porte. Si voterà, costi quel che costi.

“L'Iraq voterà il 30 gennaio. Il governo è impegnato nel far svolgere le elezioni nei tempi programmati. Mantenere la data del voto è essenziale per fermare la violenza e per portare la democrazia nel Paese”. Queste le parole con le quali Iyad Allawi, premier ad interim del governo iracheno, ha commentato con la stampa internazionale le voci di un possibile rinvio del voto previsto per fine mese. “Le elezioni avranno un ruolo decisivo nel placare gli animi e nel dare modo al futuro governo di affrontare le sfide della ricostruzione”.

Il governo provvisorio era sempre stato compatto nel ribadire l'assoluta inderogabilità della data prevista per le elezioni, seguendo la linea di Washington. Nei giorni scorsi, per la prima volta, il presidente iracheno Yawar aveva espresso delle perplessità sulla data (dopo l'omicidio a Baghdad del governatore della regione della capitale), ma le parole di Allawi sgombrano il campo dai dubbi, nonostante la situazione in tutto l'Iraq non accenni a normalizzarsi e anzi vede crescere l'intensità delle violenze anche in zone ritenute meno pericolose del famigerato "triangolo sunnita".

veduta aerea di mosulL'incognita Mosul. Già detto di Erbil (fino ad ora saldamente in mano ai curdi alleati della coalizione), la situazione che preoccupa maggiormente i vertici del governo iracheno e dei militari statunitensi è quella di Mosul. “La città è piena di wahabiti e salafiti (formazioni che si rifanno a una visione fondamentalista dell'Islam, ndr) armati fino ai denti”, racconta il curdo Mustafà che a Mosul ci vive, “hanno il controllo della maggior parte della città e, soprattutto di notte, nessuno si avventura nella parte araba della città. Né militari Usa né poliziotti locali curdi. Questi ultimi hanno paura di girare a Mosul. La popolazione è terrorizzata dai giornalieri episodi di violenza contro i curdi da parte degli arabi e temono le conseguenze: un conflitto interno alla città tra curdi e arabi oppure, in vista delle elezioni, un'operazione della coalizione in stile Falluja che comporterebbe la stessa distruzione toccata alla città sunnita”.

Proprio il 5 gennaio, il dottor Rafa' el-Iyssaue, direttore dell'ospedale di Falluja, ha raccontato di 700 cadaveri recuperati nei quartieri Garma e Amirya della città. Erano quasi tutti donne, vecchi e bambini. Secondo il medico e i responsabili della Mezzaluna Rossa, Falluja è ancora inabitabile per la mancanza di acqua, energia elettrica e medicinali. Le sepolture avvengono senza alcun criterio di sicurezza e ovunque ci sono solo rovine e macerie.

Anche nelle città del vero e proprio Kurdistan la situazione non è tranquilla. “A Erbil e a Suleymania, dove i curdi hanno il controllo assoluto, non si sta tranquilli come prima”, racconta Mustafà, “qui la guerra non si è praticamente vista, ma adesso sono arrivate centinaia di lavoratori arabi provenienti dall'Iraq del centro e del sud. Scappano dalla fame e dalla miseria della guerra, vogliono lavorare e la gente non li tratta male. Solo vengono guardati con sospetto: e se tra loro si nascondesse qualche guerrigliero in cerca di rifugio e copertura? Inoltre il passato è duro a morire...erano sunniti gli operai che hanno trovato la fossa comune con 60 corpi qualche giorno fa, mentre lavoravano alla ristrutturazione di un ospedale. Erano cadaveri di curdi massacrati dopo la Guerra del Golfo da uomini di Saddam per punirli dell'appoggio dato agli Stati Uniti. Qui l'orrore sembra non finire mai...”

Christian Elia

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