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Ruslan è nato e cresciuto a Nalchik, capitale del Kabardino-Balkaria, una piccola
repubblica islamica russa che si trova sulle pendici settentrionali del Caucaso.
Un incontaminato paradiso montano di boschi, valli, ruscelli e picchi imbiancati
da ghiacciai e nevi perenni, tra cui il famoso monte Elbro, vetta più alta della
catena caucasica, nota agli alpinisti di tutto il mondo. L’infanzia di Ruslan,
nonostante lo splendido habitat naturale, è stata però tutt’altro che paradisiaca.
Suo padre, Anatoly Seleznev, era un alcolizzato. Era sempre ubriaco e picchiava
sua madre, Nina. Ruslan ne soffriva tremendamente, e per questo sviluppò un odio
maniacale verso gli alcolici. Un odio così forte da fargli prendere una decisione
drastica: abbracciare con fervore la religione islamica, che ha nel rifiuto dell’alcol
uno dei suoi precetti.
Dopo il divorzio dei suoi genitori e la dipartita del padre, Ruslan decise di
andare a studiare all’università islamica di Riad, in Arabia Saudita. Per essere
ammesso modificò anche il suo cognome, dal troppo russo Seleznev, al più musulmano
Odizhev. Erano i primi anni Novanta. A quel tempo nella regione georgiana dell’Abkhazia,
confinante con il Kabardino-Balkaria e abitata da una popolazione dello stesso
ceppo dei kabardini, infuriava una guerra secessionista d’ispirazione islamica.
Ruslan interruppe gli studi e partì come volontario. In patria si fece la fama
di un grande musulmano. Una volta tornato a Nalchik fu chiamato a tenere lezioni
di teologia islamica all’università cittadina e discorsi nella locale moschea.
Ma iniziò anche ad avere problemi con le autorità locali, sempre più guardinghe
verso il crescente fervore religioso, e sociale, delle giovani generazioni ostili
al corrotto regime di Valery Kokov, controllato dalla minoranza russa. La Cecenia
era vicina.
Dopo i tragici attentati ai condomini di Mosca del 1999, attribuiti ai separatisti
ceceni, la caccia russa “al wahabita” investì tutte le repubbliche islamiche caucaische.
In Kabardino-Balkaria la situazione divenne pesante. La polizia russa di Kokov
iniziò a fare irruzione nelle moschee, a chiuderle e ad arrestare quelli con la
barba troppo lunga, che venivano incarcerati, interrogati, picchiati e torturati
dagli agenti dei servizi segreti russi (Fsb). Il ministro degli Interni Khachim
Shogenov iniziò personalmente a girare per le strade di Nalchik con le forbici,
tagliando le barbe dei musulmani, e stilò una ‘lista nera’ di centinaia di sospetti
wahabiti. Il nome di Ruslan era tra i primi della lista, assieme a quello di Musa Mukozhev, carismatico imam di
un villaggio sospettato di fomentare l’odio anti-russo. Il 3 maggio del 2000 gli
uomini dell’Fsb fecero irruzione in casa di Ruslan. Lo caricarono su un’auto e
lo portarono nella foresta dove fu selvaggiamente picchiato. In prigione fu interrogato
e torturato per giorni, con l’accusa di aver partecipato agli attentati di Mosca
e di essere un sovversivo wahabita filo-ceceno.
Tornato a casa dopo due settimane, sua madre Nina, disperata, lo convinse a fuggire
dal paese. “Scappa figlio mio, vai dove vuoi, ma mettiti in salvo perché qui prima
o poi ti uccideranno. E non dirmi dove vai perché non sono sicura di saper tenere
un segreto sotto tortura”, ricorda oggi di aver detto la signora Odizhev intervistata
dal Moscow Times. Ruslan si rifugiò in Iran e poi in Afghanistan. Qui i talebani lo accolsero
inizialmente con freddezza, ma presto impararono a fidarsi di lui. Nel novembre
2001 Ruslan combatteva contro i soldati americani a Mazar-i-Sharif quando fu catturato
e imprigionato nella fortezza di Qala-i-Jhanghi, dove sopravvisse per miracolo
al massacro dei prigionieri in rivolta commesso dalle milizie dell’Alleanza del
Nord e dai bombardieri americani.
Ruslan fu trasferito a Guantanamo, Cuba. Di quella detenzione oggi, intervistato
dal giornale pachistano Daily Times, ricorda i tormenti. “Ci picchiavano, ci impedivano di leggere il Corano e di
dormire, ci costringevano a sentire l’inno americano sparato a tutto volume dagli
altoparlanti, a tutte le ore del giorno e della notte, in particolare nelle ore
della preghiera”. Nulla di tutto questo si trova raccontato in una cartolina che
la signora Nina ricevette nel febbraio 2002. Mittente: 160 Camp X-Ray, Washington
D.C., 20353 - USA. “Non preoccuparti, ci trattano bene, ci danno da mangiare tre
volte al giorno e ci visitano due volte al giorno. Doccia e passeggiata due volte
a settimana. Il resto del tempo stiamo seduti e ci raccontiamo i sogni notturni.
E’ bello perché si conoscono persone di tutto il mondo. Sto anche studiando un
po’ di inglese”.
Il 22 giugno scorso Ruslan viene improvvisamente liberato da Guantanamo assieme
a vari altri prigionieri di guerra nei confronti dei quali non sussistevano gravi
accuse. Con lui vengono rimpatriati altri sette ‘talebani russi’, di cui uno,
Rasul Kudayev, proviene come lui dal Kabardino-Balkaria. Nina non ci può credere.
E’ felicissima di rivederlo, ma al contempo teme che ora subirà nuovamente la
persecuzione delle autorità russe. Ora che la piccola repubblica montana è attraversata
da preoccupanti fermenti di guerriglia islamica. La scorsa settimana c’è stato
uno scontro a fuoco tra polizia russa e non meglio specificati ‘ribelli islamici’.
E nei giorni scorsi è arrivata la rivendicazione di un gruppo guerrigliero musulmano
che annunciava la nascita del movimento armato Yarmuk e l’inizio della ji had contro “gli invasori russi e il loro regime fantoccio in Kabardino-Balkaria”.
“Noi – si legge sul comunicato – combattiamo contro i tiranni e i parassiti che
mettono gli interessi dei loro clan mafiosi sopra quelli del loro popolo. Combattiamo
contro quelli che si ingrassano a spese della povera e intimidita popolazione
del Kabardino-Balkaria. Combattiamo contro gli invasori e gli aggressori che in
passato si sono impossessati di una terra musulmana e che oggi rapiscono e torturano
i musulmani del Kabardino-Balkaria, chiudendo le nostre moschee e ci impediscono
di professare la religione della Verità e della Giustizia. Combattiamo contro
quelli che con il loro dominio ingiusto e criminale fomentano l’odio interetnico
tra kabardini e balkari. Combattiamo contro quelli che hanno fatto prosperare
nella nostra repubblica la povertà, la disoccupazione, il crimine, la depravazione,
la prostituzione, la tossicodipendenza e l’alcolismo”.
Chissà se l’alcolfobico Ruslan c’entra qualcosa con questo nuovo gruppo. Quel
che è certo è che l’ombra del conflitto ceceno si sta allungando su tutte le repubbliche
del Caucaso settentrionale: dopo il Daghestan e l’Inguscezia, ora anche il Kabardino-Balkaria.
Enrico Piovesana