a cura di Francesca Borri
Zakariya
Zubeidi, trentuno anni, sette di carcere, il volto bruciato da
un’esplosione e cinque tentativi di assassinarlo, ha il pedigree
del terrorista e una vita da romanzo, e personaggio alla fine lo è
diventato davvero, ultimo sopravvissuto dei Ragazzi di Arna*,
miglior documentario nel 2004 al Tribeca Film Festival. Brigate
Al-Aqsa, leader indiscusso e amato del Refugee Camp di Jenin (16mila
persone impilate in meno di un chilometro quadrato, qui dal 1953,
espulsi da villaggi ancora visibili giù dalla collina, ma
proprietà adesso di coloni israeliani). Zakariya è tra
i most wanted di Israele. Anche se è una definizione che per
lui non ha molto senso. “Mia madre era una civile. Guardava fuori
dalla finestra, colpita e uccisa. E quei bambini che vedi nelle foto,
qui nelle case, per le strade? Erano combattenti, forse? Eppure sono
stati uccisi. E anche gli israeliani, certo. Anche tanti di loro.
Civili, e sono morti lo stesso. Siamo tutti wanted, qui”.
Il
primo israeliano che incontri nella tua vita è il soldato che
arresta tuo padre. Accusato di affiliazione a Fatah, morirà in
carcere per un cancro non curato. E però un ruolo fondamentale
lo ha per te Arna, ebrea. Cresci nel suo teatro. Qual è il tuo
rapporto, il tuo sentimento verso gli israeliani?
Questa
guerra non è sull’identità e sulla religione. Io non
ho problemi né con gli israeliani né con gli ebrei in
generale, ma con la loro occupazione e i crimini che compiono contro
noi palestinesi. Siamo tutti esseri umani, e il problema non sono mai
gli uomini in quanto tali, ma quello che pensano, le loro idee quando
queste idee si chiamano sionismo. Abitiamo tutti la stessa terra,
questa terra appartiene a tutti. Accetto chiunque voglia vivere qui,
ma in pace e nel rispetto delle leggi. Nessuno di noi è così
stupido da pretendere che Israele non debba esistere, quello che
contestiamo è che la sua esistenza debba fondarsi sulla
negazione della nostra esistenza. Il sionismo è un’ideologia
che esclude gli altri, che li cancella. Che rende impossibile la
convivenza. Il sionismo, non l’ebraismo. Non Israele.
Hai
interrotto gli studi perché ti hanno arrestato. Avevi tredici
anni, lancio di pietre. Hai lasciato il carcere con una ferita a una
gamba mai più guarita, e hai cominciato una vita di lavori più
o meno precari, fino alla Seconda Intifada... Cosa significa nascere
in un posto come Jenin? Come immaginavi il tuo futuro?
In
che senso?
Nel
senso... Prima operaio in Israele, ma sei stato arrestato perché
privo di permesso di lavoro. Poi furti d’auto, e ancora il carcere,
poi ancora, trasportatore di olio, fino a quando con l’attuazione
degli accordi di Oslo e la riorganizzazione - chiamiamola così
- del territorio, l’economia entra in crisi, zone A, B, C... E
scegli di unirti alla resistenza.
Non
ho mai avuto nessun futuro. Nessuno qui dentro ha mai avuto futuro.
(mostra
la sua carta di identità, in ebraico). Io non ho neppure
un’identità nella lingua che parlo. Voi stranieri dopo Oslo
pensate che questa sia la Palestina, che questo sia un paese normale.
Che in un modo o nell’altro abbiamo un governo, un territorio su
cui muoverci liberamente, abitare, lavorare. Vivere. L’unica cosa
che abbiamo di uno stato è la festa dell’indipendenza. Una
festa e la bandiera. Io non posso uscire da Jenin, e non sono il
solo. Non sono un rifugiato, sono un prigioniero. Sono uno che
neppure ha diritto al suo nome nella lingua che parla.
Cosa
hanno rappresentato per te gli internazionali come Arna? Cosa ti ha
dato la loro presenza?
Arna
è stata una madre, ed è stata un dono. Un dono proprio
perché era ebrea e israeliana. Perché non sono qui,
diceva, per mostrare che ci sono degli ebrei buoni e gentili che
fanno del bene agli arabi, non sono qui per la carità. Sono
qui per combattere un’occupazione ingiusta. Arna è stata un
dono perché era ebrea e israeliana e voleva la liberazione
della Palestina. Di tutta la Palestina, di tutti i suoi abitanti.
Insieme.
L’Occidente
ti definisce un terrorista, cosa rispondi? Avete colpito civili
israeliani, un quinto degli attentatori suicidi della Seconda
Intifada sono arrivati da qui...
All’inizio
avevamo deciso di attaccare solo in Cisgiordania, soldati e coloni.
Ma la tecnologia ha cambiato tutto. Gli israeliani hanno gli
elicotteri, volano da Tel Aviv a Jenin e lanciano missili. Entrano
nel campo dentro i loro carri armati da 70 tonnellate di ferro, e
noi, noi cosa abbiamo? Un M-16. Un M-16 non scalfisce neppure
l’uniforme di un soldato. Non avevamo scelta. Abbiamo elicotteri,
carri armati forse? Abbiamo una diversa tecnologia. Una persona, come
un missile, esce da Jenin e va in Israele. Ci uccidono dai carri
armati. Ci uccidono dagli elicotteri. Abbiamo forse le armi per
tirare giù un elicottero? Hanno gli F-16, i migliori aerei al
mondo... Ci siamo difesi con quello che avevamo. E non abbiamo mai
cominciato, non abbiamo mai attaccato per primi. Dopo che ci hanno
ucciso, abbiamo ucciso.
Vi
si accusa di fondamentalismo islamico. L’odio contro l’occidente.
Ma
quale fondamentalismo? Io voglio solo la libertà per i
palestinesi, il mio anno non è il 2001, l’Undici Settembre,
ma il 1967, e prima ancora il 1948 e tutti gli anni, tutti i
giorni... Guarda le cartine, guarda come stiamo affondando, pezzo per
pezzo, insediamentoper insediamento... Il vero problema è che
gli israeliani hanno mezzi di comunicazione infinitamente più
potenti dei nostri, armi di carta e parole, oltre che di acciaio.
Deve diventare la nostra priorità, l’informazione. Se
sosteniamo, come è vero, che siamo diversi da come ci
descrivete, dobbiamo essere capaci di raccontare, argomentare,
convincere. E invece non abbiamo modo di spiegare le nostre ragioni.
Siamo invisibili. Ci chiamate effetti collaterali, ma siamo dei
volti, dei nomi. Storie, vite. Non sto negando le mie azioni e le mie
responsabilità. Sto dicendo che dovete guardare gli israeliani
prima di venire da noi a dire che siamo terroristi. Venite qui,
venite a Jenin. Internet è una grande illusione. Siete dietro
il vostro schermo, sicuri e al caldo, e vi sentite cittadini del
mondo. Ma non lo siete. Siete solo dietro uno schermo. Fate gli
embedded tra i soldati americani. Venite qui. Venite a fare gli
embedded nella nostra vita.
P
ensi
di stare combattendo solo per la liberazione della Palestina? O per
qualcosa di più? Per un diverso Medio Oriente,
un diverso assetto delle
relazioni internazionali, non so, l’unità araba... Vedo
tante immagini di Saddam e Arafat insieme, qui. Ti senti parte di un
movimento più ampio?
Ricordiamo
Saddam perché è stato tra i pochi a sostenerci
concretamente. Se Bush ci sostenesse, vedresti le sue foto. Io sono
con tutti quelli che aiutano la causa palestinese. Ma la guerra tra
arabi e israeliani è finita nel 1967, gli arabi non vogliono
più avere problemi. Siamo soli. Egitto, Libano, Siria,
Giordania... Hanno tutti altro da fare. E certamente non trattano i
rifugiati palestinesi come fratelli arabi. Dicono di rivolgerci ad
America ed Europa. La verità è che siamo soli. Il mio
unico obiettivo è la libertà per i palestinesi, ed è
già abbastanza ambizioso.
Noi
europei crediamo spesso di essere diversi, nessuno scontro di civiltà
e... E’ vero, secondo te?
Diversi
in cosa? Fate forse un embargo contro Israele? Siamo soli.
Una
figura fondamentale è stata per te Yasser Arafat. Allo stesso
tempo, sei uno dei grandi critici dell’Autorità Palestinese,
a Jenin hai a lungo agito come l’autorità locale - in
assenza di legge hai detto, io sono la legge. Quale è stato il
contributo di Arafat alla Palestina? E cosa pensi adesso dello
scontro tra Fatah e Hamas?
Arafat
è stato il leader di tutti, ci ha dato un’identità.
Arafat è stato la Palestina. Ci ha consentito di esistere. Ma
non è rimasto che il vuoto, al suo posto. Abbiamo perso la
nostra identità, infinite idee diverse di Palestina, infiniti
modi di essere palestinesi. Abbiamo smarrito il nostro obiettivo, la
libertà, a Gaza ma anche qui, in Cisgiordania. Nell’Autorità
Palestinese troppi cercano solo denaro e potere. Ho lavorato in
polizia... La polizia palestinese garantisce sicurezza per
un’occupazione che non sta finendo ma, al contrario, si sta
consolidando, è come essere in subappalto da Israele, intralci
il traffico e basta. Non sono contro l’Autorità Palestinese,
ma voglio che svolga efficacemente, onestamente il suo ruolo sul
terreno. Che governi davvero. E d’altra parte Hamas è del
tutto al di fuori della legge. La resistenza è inutile adesso.
Aveva un senso nel contesto di Oslo e sotto la guida di Arafat, che
era capace di utilizzarla politicamente. Ma adesso è solo
violenza inutile. Fatah e Hamas non arriveranno da nessuna parte.
Dobbiamo cambiare strategia. L’esperienza di Hamas è
drammatica. Democraticamente eletti, espressione dei palestinesi...
Ma non sono che un’altra, nuova forma di occupazione. Hamas è
il simbolo del nostro fallimento.
Nel
2004, in un’intervista al Jerusalem Post, hai dichiarato:
quarant’anni di lotta, e non abbiamo ottenuto che la nostra
sopravvivenza. Pensi a volte di avere sbagliato qualcosa? Ieri Arna,
oggi il Freedom Theatre, ieri tu, oggi tuo figlio e il figlio di
Arna... E’ la storia che si ripete sempre uguale, mentre Israele vi
divora, anno dopo anno? Hai detto: se ci arrendiamo, vivremo una vita
di umiliazione, ma combattere non porta che distruzione.
Perché,
cosa altro abbiamo ottenuto con la Seconda Intifada? Ho perso una
madre, un fratello, gli amici più cari, e cosa ho ottenuto? Il
muro e la guerra civile. Abbiamo sbagliato tutto. Sono cresciuto
nell’Intifada, e non voglio che un’altra generazione si perda
nell’Intifada. Il mio unico impegno al momento è il teatro.
I bambini, insegnare loro a immaginare un futuro diverso, come io non
ho mai imparato a fare. Forse non è molto - ma è tutto
quello che posso dare, in questo momento, e tutto quello che per me
ha un senso dare. Questo teatro. Si chiama Freedom Theatre perché
non avremo libertà senza cultura. Senza immaginazione. L’unica
cosa che abbiamo capito in quarant’anni di guerra è che né
noi né gli israeliani possiamo vincere militarmente. Non
esistono opzioni militari qui, solo opzioni politiche. Noi siamo
troppo deboli, ma loro non possono cancellarci. Assassinarci tutti. E
allora la sola vera arma rimasta è l’immaginazione. Io non
ho che questo. La capacità di immaginare un futuro diverso per
i palestinesi. Né Fatah né Hamas. Perché è
questo che manca, oggi, a tutti noi, capacità di visione. Di
pensiero nuovo.
Un
teatro? L’immaginazione? Non ho capito... Stai dicendo che rinunci
alla resistenza armata.
Non
ho cambiato obiettivo. Il mio unico obiettivo, da sempre, è la
libertà. Continuo a difendermi, perché gli israeliani
continuano a cercarmi. Ma non attaccherò per primo. E’
ovvio, se dovesse esserci un altro massacro qui a Jenin, io mi
difenderò e difenderò la mia gente. Davanti a un
attacco la difesa è un diritto, non un crimine. Jenin non sarà
un’altra Sabra e Chatila. Devo forse aspettare l’Onu? Ma non
attaccherò per primo perché non ha senso. Sei alla
mitragliatrice, e ti accorgi di mirare al deserto - cosa fai,
continui a sparare? Continui a seguire istruzioni senza senso? O
forse lasci la mitragliatrice, e ti fermi, rifletti? Avevamo Ziad, ed
è stato ucciso. Lo ha sostituito Zuheir, ed è stato
ucciso. E’ arrivato Alaa, e hanno ucciso anche Alaa. Ed è
arrivato Zakariya. Probabilmente uccideranno anche Zakariya. Ma io
non sono né il primo né l’ultimo. Dopo Zakariya verrà
Hamoudi, mio figlio. E dopo Hamoudi ancora Zakariya, suo figlio... Se
gli israeliani vogliono continuare così. All’infinito. Ma se
interromperanno questo inferno di azioni e reazioni, attacchi e
difese, allora Zakariya forse morirà, ma Hamoudi vivrà
in pace.
Ma
dopo quarant’anni, in che senso per te è ancora possibile
vincere questa guerra? In cosa consiste la vittoria?
Istituzionalmente,
la Palestina può essere tante cose. Ma non è questo il
punto. L’obiettivo vero è la libertà. La libertà
dall’occupazione, ma anche dalla nostra violenza. Questo è
il momento per me di lavorare alla libertà della Palestina
dall’interno. Il momento di lavorare a una visione del futuro. La
libertà è un concetto ricco di sfumature e significati.
Non è Oslo. La libertà è molto più
difficile di un già difficile trattato di pace. Questa non è
una resa, e io non mi sento uno sconfitto. Lo hai detto tu prima...
Ieri Arna, oggi mio figlio. Sono qui. E’ questa la mia vittoria.
Sono qui immaginando una Palestina diversa, una Palestina per tutti i
suoi abitanti. Perché sono libero solo se sono liberi gli
altri, e gli altri saranno davvero liberi solo quando sarò
libero anche io. La libertà degli israeliani e la libertà
dei palestinesi sono la stessa cosa. Viviamo attraverso gli altri,
diventiamo noi stessi attraverso gli altri... No, non è una
resa. Io sarò qui fino alla fine dell’occupazione,
raccontando cosa accade. Non vi lascerò fingere che non
esisto.
Le
tue parole somigliano a quelle di Martin Buber. Era un filosofo,
era...
Era
un ebreo. Ma quanti israeliani oggi possono dire di conoscere l’arabo
e la cultura palestinese?
*Arna
Mer, ebrea, pioniera sionista ai tempi del Mandato britannico, sposa
un arabo palestinese e si unisce alla lotta di liberazione,
organizzando a Jenin un sistema scolastico alternativo quando le
scuole vengono chiuse dall’occupazione. La storia del suo teatro,
Arna’s House, e dei suoi ragazzi è raccontata in un
documentario, Arna’s Children, dal figlio Juliano, che torna a
Jenin negli anni della Seconda Intifada. Youssef e Nidal hanno
sparato tra la folla a Hadera, in Israele, uccidendo quattro persone
prima di essere a loro volta uccisi. Ashraf è stato ucciso in
combattimento, dietro la sua mitragliatrice mentre sparava da un foro
nel muro. Alaa, il bambino che apre il film seduto sulle macerie
della sua casa, è diventato il leader delle Brigate Al-Aqsa ed
è stato ucciso da un missile insieme al leader della Islamic
Jihad in un assassinio mirato. Haifal e Jamal sono morti sepolti vivi
dalle ruspe. Oggi Juliano ha fondato a Jenin il Freedom Theatre.
L’edificio originario, donato dalla madre di Zakariya, è
stato distrutto nel 2002, quando in poco più di una settimana,
mentre il mondo concentrava le sue telecamere su Betlemme e l’assedio
alla Chiesa della Natività, gli israeliani hanno ucciso 63
persone, principalmente civili, e raso al suolo buona parte del campo
in quello che Shimon Peres ha definito ‘un massacro’. Dopo che
Israele ha impedito un’inchiesta internazionale, Kofi Annan - il
campo è formalmente responsabilità delle Nazioni Unite
- ha infine scritto un rapporto, condannando entrambe le parti per le
vittime civili. Nessuna indagine è mai stata aperta, nessuno è
mai stato incriminato. Negli stessi giorni, una coalizione di
occidentali volenterosi pianificava l’attacco all’Iraq e
l’esportazione della democrazia in Medio Oriente.