27/11/2007versione stampabilestampainvia paginainvia



Intervista a Zakariya Zubeidi, tra i leader delle Brigate dei Martiri di al-Aqsa
a cura di Francesca Borri 
 
Zakariya Zubeidi, trentuno anni, sette di carcere, il volto bruciato da un’esplosione e cinque tentativi di assassinarlo, ha il pedigree del terrorista e una vita da romanzo, e personaggio alla fine lo è diventato davvero, ultimo sopravvissuto dei Ragazzi di Arna*, miglior documentario nel 2004 al Tribeca Film Festival. Brigate Al-Aqsa, leader indiscusso e amato del Refugee Camp di Jenin (16mila persone impilate in meno di un chilometro quadrato, qui dal 1953, espulsi da villaggi ancora visibili giù dalla collina, ma proprietà adesso di coloni israeliani). Zakariya è tra i most wanted di Israele. Anche se è una definizione che per lui non ha molto senso. “Mia madre era una civile. Guardava fuori dalla finestra, colpita e uccisa. E quei bambini che vedi nelle foto, qui nelle case, per le strade? Erano combattenti, forse? Eppure sono stati uccisi. E anche gli israeliani, certo. Anche tanti di loro. Civili, e sono morti lo stesso. Siamo tutti wanted, qui”.

foto di francesca borriIl primo israeliano che incontri nella tua vita è il soldato che arresta tuo padre. Accusato di affiliazione a Fatah, morirà in carcere per un cancro non curato. E però un ruolo fondamentale lo ha per te Arna, ebrea. Cresci nel suo teatro. Qual è il tuo rapporto, il tuo sentimento verso gli israeliani?
Questa guerra non è sull’identità e sulla religione. Io non ho problemi né con gli israeliani né con gli ebrei in generale, ma con la loro occupazione e i crimini che compiono contro noi palestinesi. Siamo tutti esseri umani, e il problema non sono mai gli uomini in quanto tali, ma quello che pensano, le loro idee quando queste idee si chiamano sionismo. Abitiamo tutti la stessa terra, questa terra appartiene a tutti. Accetto chiunque voglia vivere qui, ma in pace e nel rispetto delle leggi. Nessuno di noi è così stupido da pretendere che Israele non debba esistere, quello che contestiamo è che la sua esistenza debba fondarsi sulla negazione della nostra esistenza. Il sionismo è un’ideologia che esclude gli altri, che li cancella. Che rende impossibile la convivenza. Il sionismo, non l’ebraismo. Non Israele.

Hai interrotto gli studi perché ti hanno arrestato. Avevi tredici anni, lancio di pietre. Hai lasciato il carcere con una ferita a una gamba mai più guarita, e hai cominciato una vita di lavori più o meno precari, fino alla Seconda Intifada... Cosa significa nascere in un posto come Jenin? Come immaginavi il tuo futuro?
In che senso?

Nel senso... Prima operaio in Israele, ma sei stato arrestato perché privo di permesso di lavoro. Poi furti d’auto, e ancora il carcere, poi ancora, trasportatore di olio, fino a quando con l’attuazione degli accordi di Oslo e la riorganizzazione - chiamiamola così - del territorio, l’economia entra in crisi, zone A, B, C... E scegli di unirti alla resistenza.
Non ho mai avuto nessun futuro. Nessuno qui dentro ha mai avuto futuro.
(mostra la sua carta di identità, in ebraico). Io non ho neppure un’identità nella lingua che parlo. Voi stranieri dopo Oslo pensate che questa sia la Palestina, che questo sia un paese normale. Che in un modo o nell’altro abbiamo un governo, un territorio su cui muoverci liberamente, abitare, lavorare. Vivere. L’unica cosa che abbiamo di uno stato è la festa dell’indipendenza. Una festa e la bandiera. Io non posso uscire da Jenin, e non sono il solo. Non sono un rifugiato, sono un prigioniero. Sono uno che neppure ha diritto al suo nome nella lingua che parla.

foto di francesca borriCosa hanno rappresentato per te gli internazionali come Arna? Cosa ti ha dato la loro presenza?
Arna è stata una madre, ed è stata un dono. Un dono proprio perché era ebrea e israeliana. Perché non sono qui, diceva, per mostrare che ci sono degli ebrei buoni e gentili che fanno del bene agli arabi, non sono qui per la carità. Sono qui per combattere un’occupazione ingiusta. Arna è stata un dono perché era ebrea e israeliana e voleva la liberazione della Palestina. Di tutta la Palestina, di tutti i suoi abitanti. Insieme.

L’Occidente ti definisce un terrorista, cosa rispondi? Avete colpito civili israeliani, un quinto degli attentatori suicidi della Seconda Intifada sono arrivati da qui...
All’inizio avevamo deciso di attaccare solo in Cisgiordania, soldati e coloni. Ma la tecnologia ha cambiato tutto. Gli israeliani hanno gli elicotteri, volano da Tel Aviv a Jenin e lanciano missili. Entrano nel campo dentro i loro carri armati da 70 tonnellate di ferro, e noi, noi cosa abbiamo? Un M-16. Un M-16 non scalfisce neppure l’uniforme di un soldato. Non avevamo scelta. Abbiamo elicotteri, carri armati forse? Abbiamo una diversa tecnologia. Una persona, come un missile, esce da Jenin e va in Israele. Ci uccidono dai carri armati. Ci uccidono dagli elicotteri. Abbiamo forse le armi per tirare giù un elicottero? Hanno gli F-16, i migliori aerei al mondo... Ci siamo difesi con quello che avevamo. E non abbiamo mai cominciato, non abbiamo mai attaccato per primi. Dopo che ci hanno ucciso, abbiamo ucciso.
 
Vi si accusa di fondamentalismo islamico. L’odio contro l’occidente.
Ma quale fondamentalismo? Io voglio solo la libertà per i palestinesi, il mio anno non è il 2001, l’Undici Settembre, ma il 1967, e prima ancora il 1948 e tutti gli anni, tutti i giorni... Guarda le cartine, guarda come stiamo affondando, pezzo per pezzo, insediamentoper insediamento... Il vero problema è che gli israeliani hanno mezzi di comunicazione infinitamente più potenti dei nostri, armi di carta e parole, oltre che di acciaio. Deve diventare la nostra priorità, l’informazione. Se sosteniamo, come è vero, che siamo diversi da come ci descrivete, dobbiamo essere capaci di raccontare, argomentare, convincere. E invece non abbiamo modo di spiegare le nostre ragioni. Siamo invisibili. Ci chiamate effetti collaterali, ma siamo dei volti, dei nomi. Storie, vite. Non sto negando le mie azioni e le mie responsabilità. Sto dicendo che dovete guardare gli israeliani prima di venire da noi a dire che siamo terroristi. Venite qui, venite a Jenin. Internet è una grande illusione. Siete dietro il vostro schermo, sicuri e al caldo, e vi sentite cittadini del mondo. Ma non lo siete. Siete solo dietro uno schermo. Fate gli embedded tra i soldati americani. Venite qui. Venite a fare gli embedded nella nostra vita.

P foto di francesca borriensi di stare combattendo solo per la liberazione della Palestina? O per qualcosa di più? Per un diverso Medio Oriente, un diverso assetto delle relazioni internazionali, non so, l’unità araba... Vedo tante immagini di Saddam e Arafat insieme, qui. Ti senti parte di un movimento più ampio?
Ricordiamo Saddam perché è stato tra i pochi a sostenerci concretamente. Se Bush ci sostenesse, vedresti le sue foto. Io sono con tutti quelli che aiutano la causa palestinese. Ma la guerra tra arabi e israeliani è finita nel 1967, gli arabi non vogliono più avere problemi. Siamo soli. Egitto, Libano, Siria, Giordania... Hanno tutti altro da fare. E certamente non trattano i rifugiati palestinesi come fratelli arabi. Dicono di rivolgerci ad America ed Europa. La verità è che siamo soli. Il mio unico obiettivo è la libertà per i palestinesi, ed è già abbastanza ambizioso.

Noi europei crediamo spesso di essere diversi, nessuno scontro di civiltà e... E’ vero, secondo te?
Diversi in cosa? Fate forse un embargo contro Israele? Siamo soli.

Una figura fondamentale è stata per te Yasser Arafat. Allo stesso tempo, sei uno dei grandi critici dell’Autorità Palestinese, a Jenin hai a lungo agito come l’autorità locale - in assenza di legge hai detto, io sono la legge. Quale è stato il contributo di Arafat alla Palestina? E cosa pensi adesso dello scontro tra Fatah e Hamas?
Arafat è stato il leader di tutti, ci ha dato un’identità. Arafat è stato la Palestina. Ci ha consentito di esistere. Ma non è rimasto che il vuoto, al suo posto. Abbiamo perso la nostra identità, infinite idee diverse di Palestina, infiniti modi di essere palestinesi. Abbiamo smarrito il nostro obiettivo, la libertà, a Gaza ma anche qui, in Cisgiordania. Nell’Autorità Palestinese troppi cercano solo denaro e potere. Ho lavorato in polizia... La polizia palestinese garantisce sicurezza per un’occupazione che non sta finendo ma, al contrario, si sta consolidando, è come essere in subappalto da Israele, intralci il traffico e basta. Non sono contro l’Autorità Palestinese, ma voglio che svolga efficacemente, onestamente il suo ruolo sul terreno. Che governi davvero. E d’altra parte Hamas è del tutto al di fuori della legge. La resistenza è inutile adesso. Aveva un senso nel contesto di Oslo e sotto la guida di Arafat, che era capace di utilizzarla politicamente. Ma adesso è solo violenza inutile. Fatah e Hamas non arriveranno da nessuna parte. Dobbiamo cambiare strategia. L’esperienza di Hamas è drammatica. Democraticamente eletti, espressione dei palestinesi... Ma non sono che un’altra, nuova forma di occupazione. Hamas è il simbolo del nostro fallimento.

Nel 2004, in un’intervista al Jerusalem Post, hai dichiarato: quarant’anni di lotta, e non abbiamo ottenuto che la nostra sopravvivenza. Pensi a volte di avere sbagliato qualcosa? Ieri Arna, oggi il Freedom Theatre, ieri tu, oggi tuo figlio e il figlio di Arna... E’ la storia che si ripete sempre uguale, mentre Israele vi divora, anno dopo anno? Hai detto: se ci arrendiamo, vivremo una vita di umiliazione, ma combattere non porta che distruzione.
Perché, cosa altro abbiamo ottenuto con la Seconda Intifada? Ho perso una madre, un fratello, gli amici più cari, e cosa ho ottenuto? Il muro e la guerra civile. Abbiamo sbagliato tutto. Sono cresciuto nell’Intifada, e non voglio che un’altra generazione si perda nell’Intifada. Il mio unico impegno al momento è il teatro. I bambini, insegnare loro a immaginare un futuro diverso, come io non ho mai imparato a fare. Forse non è molto - ma è tutto quello che posso dare, in questo momento, e tutto quello che per me ha un senso dare. Questo teatro. Si chiama Freedom Theatre perché non avremo libertà senza cultura. Senza immaginazione. L’unica cosa che abbiamo capito in quarant’anni di guerra è che né noi né gli israeliani possiamo vincere militarmente. Non esistono opzioni militari qui, solo opzioni politiche. Noi siamo troppo deboli, ma loro non possono cancellarci. Assassinarci tutti. E allora la sola vera arma rimasta è l’immaginazione. Io non ho che questo. La capacità di immaginare un futuro diverso per i palestinesi. Né Fatah né Hamas. Perché è questo che manca, oggi, a tutti noi, capacità di visione. Di pensiero nuovo.

Un teatro? L’immaginazione? Non ho capito... Stai dicendo che rinunci alla resistenza armata.
Non ho cambiato obiettivo. Il mio unico obiettivo, da sempre, è la libertà. Continuo a difendermi, perché gli israeliani continuano a cercarmi. Ma non attaccherò per primo. E’ ovvio, se dovesse esserci un altro massacro qui a Jenin, io mi difenderò e difenderò la mia gente. Davanti a un attacco la difesa è un diritto, non un crimine. Jenin non sarà un’altra Sabra e Chatila. Devo forse aspettare l’Onu? Ma non attaccherò per primo perché non ha senso. Sei alla mitragliatrice, e ti accorgi di mirare al deserto - cosa fai, continui a sparare? Continui a seguire istruzioni senza senso? O forse lasci la mitragliatrice, e ti fermi, rifletti? Avevamo Ziad, ed è stato ucciso. Lo ha sostituito Zuheir, ed è stato ucciso. E’ arrivato Alaa, e hanno ucciso anche Alaa. Ed è arrivato Zakariya. Probabilmente uccideranno anche Zakariya. Ma io non sono né il primo né l’ultimo. Dopo Zakariya verrà Hamoudi, mio figlio. E dopo Hamoudi ancora Zakariya, suo figlio... Se gli israeliani vogliono continuare così. All’infinito. Ma se interromperanno questo inferno di azioni e reazioni, attacchi e difese, allora Zakariya forse morirà, ma Hamoudi vivrà in pace.

Ma dopo quarant’anni, in che senso per te è ancora possibile vincere questa guerra? In cosa consiste la vittoria?
Istituzionalmente, la Palestina può essere tante cose. Ma non è questo il punto. L’obiettivo vero è la libertà. La libertà dall’occupazione, ma anche dalla nostra violenza. Questo è il momento per me di lavorare alla libertà della Palestina dall’interno. Il momento di lavorare a una visione del futuro. La libertà è un concetto ricco di sfumature e significati. Non è Oslo. La libertà è molto più difficile di un già difficile trattato di pace. Questa non è una resa, e io non mi sento uno sconfitto. Lo hai detto tu prima... Ieri Arna, oggi mio figlio. Sono qui. E’ questa la mia vittoria. Sono qui immaginando una Palestina diversa, una Palestina per tutti i suoi abitanti. Perché sono libero solo se sono liberi gli altri, e gli altri saranno davvero liberi solo quando sarò libero anche io. La libertà degli israeliani e la libertà dei palestinesi sono la stessa cosa. Viviamo attraverso gli altri, diventiamo noi stessi attraverso gli altri... No, non è una resa. Io sarò qui fino alla fine dell’occupazione, raccontando cosa accade. Non vi lascerò fingere che non esisto.

Le tue parole somigliano a quelle di Martin Buber. Era un filosofo, era...
Era un ebreo. Ma quanti israeliani oggi possono dire di conoscere l’arabo e la cultura palestinese?

*Arna Mer, ebrea, pioniera sionista ai tempi del Mandato britannico, sposa un arabo palestinese e si unisce alla lotta di liberazione, organizzando a Jenin un sistema scolastico alternativo quando le scuole vengono chiuse dall’occupazione. La storia del suo teatro, Arna’s House, e dei suoi ragazzi è raccontata in un documentario, Arna’s Children, dal figlio Juliano, che torna a Jenin negli anni della Seconda Intifada. Youssef e Nidal hanno sparato tra la folla a Hadera, in Israele, uccidendo quattro persone prima di essere a loro volta uccisi. Ashraf è stato ucciso in combattimento, dietro la sua mitragliatrice mentre sparava da un foro nel muro. Alaa, il bambino che apre il film seduto sulle macerie della sua casa, è diventato il leader delle Brigate Al-Aqsa ed è stato ucciso da un missile insieme al leader della Islamic Jihad in un assassinio mirato. Haifal e Jamal sono morti sepolti vivi dalle ruspe. Oggi Juliano ha fondato a Jenin il Freedom Theatre. L’edificio originario, donato dalla madre di Zakariya, è stato distrutto nel 2002, quando in poco più di una settimana, mentre il mondo concentrava le sue telecamere su Betlemme e l’assedio alla Chiesa della Natività, gli israeliani hanno ucciso 63 persone, principalmente civili, e raso al suolo buona parte del campo in quello che Shimon Peres ha definito ‘un massacro’. Dopo che Israele ha impedito un’inchiesta internazionale, Kofi Annan - il campo è formalmente responsabilità delle Nazioni Unite - ha infine scritto un rapporto, condannando entrambe le parti per le vittime civili. Nessuna indagine è mai stata aperta, nessuno è mai stato incriminato. Negli stessi giorni, una coalizione di occidentali volenterosi pianificava l’attacco all’Iraq e l’esportazione della democrazia in Medio Oriente.
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