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L'integrazione 'ridicola'. Ahmed Djouder ha 34 anni, vive a Parigi e lavora per il gruppo editoriale Flammarion.
Disintegrati (Storia corale di una generazione di immigrati) è stato scritto di getto nell’autunno del 2005 mentre la Francia assisteva sgomenta
alla rivolta delle banlieues. E’ un testo che scaturisce dunque da un’urgenza
profonda: non ha il rigore dello studio sociologico né, del resto, ha la pretesa
di esserlo. Sembra anzi evidente che la forza radicale di questo pamphlet promani
proprio dal suo tono di schietta rivendicazione, dalla prospettiva orgogliosamente
parziale di chi vuole leggere il presente senza dimenticare niente del passato:
in primo luogo quello del proprio paese (in questo caso l’Algeria) e della propria
famiglia. Non c’è nessuna aspirazione, da parte di Djouder, ad interpretare la
parte del bravo ragazzo; nessun tentativo di esibire la propria riuscita, il proprio
inserimento nella società francese. Perché ad essere messa in discussione, qui,
è la nozione stessa di integrazione, quantomeno nella versione standard declinata
dai paesi che in questi anni hanno assorbito importanti flussi migratori: per
essere integrato devi diventare come noi: "Detto fra noi, i francesi amano questa
parola, 'integrazione', perché fa credere loro di essere in grado di addomesticarci.
Ma noi non siamo animali selvaggi. Lo sapete?" Il linguaggio che adoperiamo smaschera
i pregiudizi della nostra cultura. Come quello che ci fa parlare di extracomunitari
nord-africani, ma mai di extracomunitari nord-americani: "La vostra 'integrazione'
ci fa ridere. È una parola tremenda. Non ci interessa. Noi non ci dobbiamo integrare.
Non ci integreremo. Aspetteremo che voi reagiate, che ci vediate come chiunque
altro, come uno straniero qualunque, come un francese qualunque".
Ammettere i propri errori. Ma è soprattutto nella seconda parte che il libro prende quota, quando il 'voi' (i
francesi) viene convocato con sempre maggior insistenza a prendere atto delle
sue responsabilità, che, risalendo indietro nel tempo, hanno una data d’inizio:
"I francesi arrivano in Algeria nel 1830". C’è un’immagine ricorrente in cui si
sostanzia la sorte del migrante proveniente da un’ex colonia: quella di un corpo
sfruttato, abusato, violentato, e poi gettato via. E c’è lo stato d’animo che
abita quel corpo: "È vero, noi abbiamo l’odio dentro. Un odio che è il risultato
di una violenza che ci è stata fatta e che voi vi ostinate a non voler vedere
o a minimizzare". Una violenza ripetuta ogni volta che l’immigrazione viene derubricata
a dato statistico di tabelle sulla criminalità o a pretesto per attaccare il proprio
avversario politico. Ogni volta che la miseria viene scambiata per "miserabilismo"
e il dolore per "dolorismo". "Riuscite a capire che c’è logica nell’insultare
il pedofilo da cui si è stati violentati, anche se sono passati quarant’anni?"
Ma c’è anche, in conclusione, uno sguardo maturo e realista capace di andare oltre
quella rabbia: "Sì, i francesi di oggi non hanno nessuna responsabilità. Perché
mai i figli dovrebbero pagare per le colpe dei padri, dei nonni o degli antenati?
Ma in quanto persona morale, la Francia ha un onore da salvare, e potrà farlo
solo ammettendo i propri errori, il proprio oblio e le proprie manchevolezze,
correggendo il tiro".Alexandre Calvanese