stampa
invia
“Non c'è nulla che rispecchi
l'amara realtà della nostra indipendenza meglio della crisi
sulla presidenza” ha scritto il commentatore libanese Rafik Khouri
sul quotidiano Al Anwar. Dalla creazione del paese dei Cedri negli
anni Venti, sono almeno dodici gli eserciti stranieri che hanno
calpestato il territorio libanese, e molti di più sono stati,
e sono ancora, i tentativi di condizionarne la politica e l'economia.
Il libano è come una piccola mattonella su cui stanno in
equilibrio due acerrimi nemici, Siria e Israele, insieme a tutti i
rispettivi alleati stranieri che tentano di pestarsi i piedi. Non
stupisce allora che il paese sia spezzato in due coalizioni che non
riescono a trovare un accordo. Oggi anche l'ultimo tentativo di
mediazione è fallito, quando la maggioranza ha rifiutato la
proposta del Generale Aoun, alleato di Hezbollah, che ipotizzava
l'elezione di un presidente neutrale come il medico Pierre Dakkar, e
di un premier altrettanto neutrale, per un periodo limitato a due
anni. Da qualche tempo sulla televisione di Hariri passa un o spot il
cui slogan è “Il Libano non è un giocattolo nelle
mani di nessuno”. Ma forse, il miglior ritratto della situazione
attuale si trova in una vignetta pubblicata dal quotidiano online An
Nahar, in cui la bandiera libanese sfuma in quelle dei paesi che
sostengono le due coalizioni nazionali, mentre il cedro al centro
diventa un seggio, quello che stasera verrà lasciato vuoto da
Lahoud.
Nonostante l'annunciata assenza dei
deputati dell'opposizione, oggi alle 13 il parlamento si è
riunito, rispondendo all'invito di Nabih Berri. Constatata
l'impossibilità di eleggere il nuovo presidente con una
maggioranza di due terzi, l'elezione è stata nuovamente
rimandata. L'ha annunciato lo stesso Berri, aggiungendo che la nuova
data sarà il 30 di novembre, dunque dopo il vertice di
Annapolis. L'ennesima conferma che la trattativa che deve decidere il
futuro del Libano è tutt'altro che un fatto interno. I
deputati della maggioranza non si sono comunque allontanati dal
parlamento, hanno accusato l'opposizione di essere responsabile del
vuoto di potere e, dopo avere incontrato il partiarca cristiano
Sfeir, Saad Hariri ha fatto sapere che la sua coalizione considera
costituzionalmente legittimo eleggere il presidente, anche a
maggioranza semplice. Secondo l'articolo 62 della costituzione, se il
parlamento non sceglie un successore entro la fine del mandato del
presidente, i poteri del capo dello Stato passano al governo. Lahoud
ha però già fatto sapere che non considera legittima
l'elezione del suo successore da parte di un parlamento orfano dei
deputati dell'opposizone.
Prima della mezzanotte, comunque, il
filosiriano Lahud annuncerà la sua “decisione per preservare
la pace e la sicurezza”, come ha riferito la sua portavoce. Tra le
opzioni nelle sue mani c'è quella di dichiarare lo stato di
emergenza o di passare il potere nelle mani dei capi dell'esercito.
Subito dopo il rinvio della sessione, però, il vice presidente
dell'assemblea Farid Makari, parlando a nome della maggioranza, ha
dichiarato che ogni decisione di Lahud sarà “priva di valore
costituzionale”. “L'unico diritto che ha Lahud è quello di
lasciare il palazzo presidenziale di Baabda” ha aggiunto. Poco dopo l'annuncio
del rinvio, le
strade di Beirut si sono svuotate. La città è
presidiata da soldati, jeep, blindati e tank. Check point
dell'esercito bloccano le strade e controllano i punti chiave della
città: edifici governativi, sedi dei partiti e abitazioni dei
deputati. Lo stato d'allerta è massimo e anche tutte le
licenze di porto d'armi ai cittadini sono state sospese. Tutto sembra
pronto per lo scenario peggiore. Non resta che attendere.Naoki Tomasini