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Nel pieno centro della capitale turkmena Ashgabat, un intero quartiere è raso
suolo, ridotto a un cumulo di macerie. Come se un terremoto si fosse accanito
solo su questa zona della città devastandola completamente. Ma non è così. Questa
distruzione è stata ordinata dal presidente Saparmurat Niyazov per far posto a
un parco di divertimenti in stile Disneyland. Da un giorno all’altro ha ordinato
al sindaco di Ashgabat di far sgomberare il quartiere e di mobilitare l’esercito
per mandarlo a cancellare con le ruspe questo vecchia zona della città. Ora gli
ex abitanti si aggirano tra le rovine per recuperare mattoni buoni e infissi da
riutilizzare. Alcuni di loro raccontano com'è andata.
Soltanedje, un vecchio di ottant’anni con una lunga barba bianca e il tradizionale
colbacco peloso turkmeno in testa, parla con le lacrime agli occhi.
“Sono cresciuto qui, mi sono sposato qui, ho allevato i miei figli qui. La mia
vita intera è stata cancellata. Un giorno è arrivato un uomo e mi ha detto che
non potevo più vivere a casa mia e che me ne dovevo andare. Mi sono messo a piangere, implorandolo di non cacciarmi perché non avrei
saputo dove andare. Ma lui non si è scomposto, ri
spondendomi che ormai era stato deciso che lì doveva sorgere un parco pubblico”.
Una cinquantenne che ha voluto rimanere anonima conferma il racconto del vecchio.
“Un funzionario del comune è venuto a casa mia dicendo che dovevamo lasciare
l’abitazione nel giro di pochi giorni senza fare storie, altrimenti ce ne saremmo
pentiti. Ho protestato, ho chiesto se almeno ci avrebbero risarcito. Lui lo ha
escluso, affermando che nessuna proprietà di questo quartiere è registrata nel catasto comunale e che quindi nessun rimborso
sarebbe stato possibile”.
Alle duecento famiglie sfollate dalle loro case, poi demolite dalle ruspe, il
comune non ha fornito né assistenza, né un alloggio temporaneo. Questi profughi
in tempo di pace se la sono dovuta vedere da soli, chiedendo ospitalità ad amici
e parenti. Nessuno ha protestato, perché in questo paese protestare significa
automaticamente finire in carcere. E questo è solo l'inizio. Lo stesso destino
spetta ora ad altre seicento famiglie, le cui case sono state già segnate con
una croce di vernice sui muri, semaforo verde per le ruspe.
Il lato comico. Questa è solo l’ultima trovata del megalomane presidente Niyazov, che negli ultimi
anni ha deciso di trasformare la capitale del suo paese in una sorta di Las Vegas
in versione centroasiatica. Quest’isola stretta tra il deserto di Kara Kum e le
montagne del Kopet Dag è un cantiere aperto costellato di gru che continuano a costruire faraonici pazzi di vetro e marmo bianco, realizzati
nei più improbabili stili architettonici. Grandiosità e cattivo gusto si sprecano
. Poco importa se per fare spazio a questi mostri urbanistici bisogna radere
al suolo le case della povera gente. Per
lo più si tratta di grandi centri commerciali, frequentati solo dalla ristretta
élite turkmena legata al commercio del gas naturale (di cui il paese è il secondo
esportatore mondiale), e di alberghi extralusso in cui non va nessuno, se non
i rari impresari del gas stranieri invitati dal governo e le ragazze da esso mandate
a rendere più piacevole la vacanza turkmena di questi manager.
Ma quello che più stupisce di questa surreale città è l’onnipresenza di gigantesche
statue e grandi ritratti di Niyazov, il quale ha imposto con la forza al paese
un culto della sua persona che fa impallidire quello di esperti in materia come
Stalin e Saddam. Il giorno del suo compleanno, il 19 febbraio, è festa nazionale.
Il volto del presidente, che si è attribuito il titolo di Turkmenbashi (‘duce
di tutti i turkmeni’) e quello di presidente a vita, campeggia ovunque come un
grande fratello. La sua faccia paffuta, con i capelli neri o grigi a seconda dell’epoca
del ritratto, si trova anche su tutte le banconote e i francobolli. Ospedali,
scuole, università, piazze e strade portano il suo nome. Una delle statue dorate
ruota addirittura su se stessa seguendo il Sole.
La sua effige compare perfino sui banchi di scuola. Niyazov ha infatti imposto
come testo scolastico obbligatorio il suo scritto intitolato Rukhnama (‘Libro
dell’anima’), sottotitolo: “Riflessioni sui valori spirituali dei turkmeni”, da
lui stesso presentato come “un sistematica visione del Mondo che racchiude i miei
obiettivi politici, economici e di vita”.
Il lato tragico. Purtroppo però il regime di Niyazov non è solo ridicolo e caricaturale. E’ una
dittatura persone in cui non esistono partiti, l’opposizione è bandita (i suoi
leader sono stati tutti uccisi o costretti all’esilio), i media sono imbavagliati
dal regime, la polizia ha poteri assoluti, le manifestazioni pubbliche sono vietate,
le torture in carcere sono la norma e il dissenso è punito con la morte.
Il Turkmenistan, contrariamente agli altri stati centroasiatici, è immune dal
radicalismo islamico, sia per via delle radicate tradizioni sufi dell’islam locale,
sia in ragione della recente svolta islamica di Niyazov, che per dimostrare la
sua fede sta costruendo nella capitale quella che diverrà la più grande moschea
del mondo, ma non certo la più bella dato che, chi ha visto il cantiere, ha detto
che assomiglia a una centrale nucleare.
Nel Turkmenistan di Niyazov le condizioni di vita della popolazione sono disastrose:
il salario medio è di 20 dollari al mese, una stima che bilancia i redditi multimiliardari
dei pochi ricchi appartenenti alla ristretta aristocrazia del gas e le misere
paghe della massa, che per il 70 per cento vive con meno di un dollaro al giorno.
Nel centro di Ashgabat l’Arco della Neutralità, un monumento alto 75 metri simile
a un missile sulla cui punta svetta l’immancabile statua dorata di Niyazov, testimonia
la linea ufficiale del presidente in tema di politica estera. In una regione in
cui tutti i Paesi hanno scelto da che parte stare nel ‘nuovo Grande Gioco’ con cui Russia e Stati Uniti si contendono
il controllo di queste terre, ricche di gas e petrolio e di gran rilievo strategico-militare (Kazakistan, Kirghizistan e
Tagikistan con Mosca; Uzbekistan e stati caucasici con Washington), il Turkmenistan
aveva preferito stare nel mezzo, cercando di ottenere il più possibile dalle due
parti, entrambe interessate a corteggiare Niyazov per poter sfruttare i suoi ricchi
giacimenti di gas naturale e petrolio. Ma questa politica non ha sortito gli effetti
previsti dal Tukmenbashi, che si è trovato progressivamente isolato. Soprattutto
sul versante occidentale, sempre più critico nei suoi confronti a causa del suo autoritarismo, delle sue simpatie islamiche
e dei suoi sempre più stretti rapporti con il vicino Iran (verso cui Niyazov ha
costruito un gasdotto nel 1998). Le Nazioni Unite, in una risoluzione votata nel
novembre 2003, hanno espresso “seria preoccupazione per la situazione dei diritti
umani e della libertà di stampa”. Una risoluzione del Parlamento Europeo ha definito
quello di Niyazov “uno dei sistemi più totalitari del pianeta”, in cui “le violazioni
dei diritti stanno assumendo dimensioni drammatiche”. Il dipartimento di Stato
americano (irritato dall’inaffidabilità ‘commerciale’ di Niyazov) ha condannato il trattamento delle minoranze
etniche e religiose, delle opposizioni e degli organi di stampa, minacciando sanzioni
economiche nel caso in cui la situazione continui a peggiorare. I collaboratori
di Niyazov raccontano che il giorno in cui le truppe americane s
ono entrate a Baghdad e hanno tirato giù dal piedistallo la statua del dittatore
iracheno, il presidente turkmeno, che aveva seguito l’evento in televisione, era
rimasto scioccato. Per giorni e giorni fu intrattabile. Nessuno osava chiedergli nulla. Nelle settimane successive ha poi deciso di raddoppiare
gli effettivi dell’esercito e di investire 280 milioni di dollari nel riarmo del
paese, comprando aerei da combattimento dalla Georgia, sistemi di difesa radar
dall’Ucraina, missili dalla Russia e navi da guerra dall'Iran. Migliaia di soldati
sono stati dispiegati la frontiera con l’Uzbekistan per iniziare lavori di fortificazione
nel timore che il regime filoamericano di Karimov (il più potente e minaccioso della regione) possa diventare la base per
un futuro attacco contro il Turkmenistan. La tensione tra Ashgabat e Tashkent,
capitale uzbeca, è salita alle stelle dalla fine di novembre del 2002, quando
Niyazov accusò l’Uzbekistan di essere dietro l’attentato cui scampò per puro caso.
In quest’ottica va anche interpretato il riavvicinamento alla Russia, suggellato
dal megacontratto di fornitura di gas firmato con Mosca nel 2003.
Enrico Piovesana