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Li avevano già dati per estinti. E invece, grazie alla loro millenaria simbiosi
con la natura, sono quasi tutti scampati alla furia distruttiva dello tsunami.
E, a quanto pare, non gradiscono visite, nemmeno per avere aiuti. Quando sul paradiso
tropicale delle isole indiane delle Andamane e Nicobare si è scatenato l’inferno
d’acqua, gli indigeni di questo magnifico arcipelago del Golfo del Bengala si
erano già messi in salvo sulle alture assieme agli animali, come loro messi in
guardia dall’insolito ritrarsi della marea.
Frecce contro un elicottero. Il governo indiano già aveva dato per scontata la loro sparizione dalla faccia
della Terra. Gli antropologi di tutto il mondo già piangevano l’estinzione delle ultime tribù paleolitiche ancora esistenti sulla
terra, in particolare quella dei Sentinelesi, una comunità di pigmei cacciatori-raccoglitori
che nessuno mai è riuscito ad avvicinare a causa della loro ostilità. Non si sa nemmeno quanti siano esattamente.
Invece sono stati proprio i piccoli Sentinelesi, l’altro ieri, i primi a smentire
tutti.
Quando un elicottero della Guardia Costiera indiana ha sorvolato la spiaggia
della loro isola, il velivolo è stato investito da una pioggia di frecce e lance.
Volando sulle altre isole dell’arcipelago gli ispettori del governo hanno potuto
constatare che anche le altre piccole e isolate tribù indigene dell’arcipelago
erano rimaste numericamente integre. Diversa la situazione invece tra la più grande
tribù, quella dei Nicobaresi: 30 mila in tutto, di cui alcune migliaia risultano
morti o dispersi, come buona parte degli oltre 300 mila abitanti non indigeni
dell’arcipelago.
Le diverse tribù. Da Londra, Sophie Grig, responsabile d’area per l’associazione di difesa dei
popoli indigeni “Survival”, spiega qual è la situazione su queste isole.
“I nostri contatti locali tendono a frenare l’ottimismo delle autorità indiane,
che fino a pochi giorni fa parlavano di un’ecatombe e oggi affermano che tutte
le tribù indigene si sono salvate. E’ molto probabile che le piccole comunità delle isole Andamane si siano salvate
grazie alla loro profonda conoscenza dei fenomeni naturali e anche grazie al fatto
che i loro insediamenti non sono sulla costa ma sulle alture interne, poiché non
vivono tanto di pesca, quanto di caccia e raccolta.
Non ultimo il fatto che questa parte nord dell’arcipelago è la più lontana dall’epicentro
del maremoto. Sembra quindi siano tutti salvi i 270 Jarawa, i cento Onge, i 41
Grandi Andamanesi e i Sentinelesi, che non si sa quanti siano, 50, ma forse molti
di più. Non si sa invece ancora nulla dei 380 Shompen che vivono sull’isola di
Grande Nicobar, la più meridionale, proprio davanti all’epicentro del sisma, ma
è probabile che anche loro si siano salvati dato che vivevano sulle colline dell’entroterra.
Siamo invece molto preoccupati per i Nicobaresi che vivono poco più a nord, sull’isoletta
di Car Nicobar. Questa numerosa tribù, che assieme agli Shompen è l’unica di origine
non negroide, non africana, bensì mongoloide, probabilmente malese, è la sola
ad aver abbandonato le tradizioni paleolitiche, aprendosi alla modernità, convertendosi
al cristianesimo, abbandonando la caccia e la raccolta e dedicandosi alla coltivazione
stanziale. Per questo i loro dodici villaggi, tutti situati nelle pianure costiere
e non nel fitto della giungla tropicale che ricopre le colline interne, sono stati
spazzati via dal maremoto e migliaia di loro sono sicuramente morti”.
Decimati dalla modernità. “E’ molto difficile raccogliere informazioni dal posto – spiega la Grig – dato
che il governo indiano tiene lontani tutti gli stranieri adducendo motivazioni
di sicurezza nazionale. Nelle Nicobare infatti si trovano grosse basi della marina
militare e delle forze aeree indiane, e per questo le autorità non gradiscono
intrusi.
Per questo l’altro giorno hanno addirittura rifiutato aiuti umanitari stranieri,
affermando che se la sarebbero benissimo cavati da soli. Ma per ora non sembra
abbiano fatto granché, se ancora oggi non si sa nemmeno quante vittime ci sono
state fuori dai centri urbani. D’altronde l’interesse delle autorità per le popolazioni
indigene locali non è mai stata notevole. Anzi! Queste tribù sono state decimate
da decenni di politica governativa di sedentarizzazione forzata, volta a trasferire
gli indigeni dalle foreste alle città, e dallo stupro del loro habitat naturale
da parte dei pescatori di frodo e dei bracconieri. Speriamo solo che questa tragedia
serva ad attirare l’attenzione dell’opinione pubblica internazionale sul destino
di queste preziose popolazioni indigene, che possono resistere alle catastrofi
naturali, ma non alla modernizzazione selvaggia”.
Enrico Piovesana