22/11/2007versione stampabilestampainvia paginainvia



E' morto Ian Smith, il campione dell'apartheid nello Zimbabwe
Solo e dimenticato, dopo aver combattuto una battaglia durata 14 anni, contro tutto e tutti. Così si è spento martedì, in una clinica di Città del Capo, Ian Smith, primo ministro della Rhodesia (attuale Zimbabwe) dal 1965 al 1979. Meno conosciuto dei suoi alleati sudafricani, Smith fu uno dei principali sostenitori dell'apartheid. Capace di staccarsi unilateralmente dalla madrepatria britannica pur di non rinunciare al dominio bianco sulla “sua” Rhodesia, di subire le sanzioni economiche dell'Onu (le prime nella storia dell'organizzazione) e di far fronte alla guerriglia nera guidata da John Nkomo e Robert Mugabe prima di cedere il potere, nel 1980. E di non pentirsi mai delle sue scelte, neanche sul letto di morte.
 
Ian SmithOrigini. Per i suoi sostenitori (compreso il candidato alla presidenza Usa del 1964, Barry Goldwater), “good old Smithy” è stato un uomo di principio, che si è sempre rifiutato di derogare alle sue convinzioni. Per gli avversari, invece, è il simbolo delle sofferenze subite dai neri, vittime di un regime che garantiva il dominio politico, economico e militare al 5 percento della popolazione.
Figlio di un immigrato scozzese, Smith era nato nel 1919 a Selukwe, un piccolo borgo a circa 300 km dalla capitale Salisbury, l'attuale Harare. Dopo una breve ma intensa carriera nella Royal Air Force britannica durante la seconda guerra mondiale, che vide Smith protagonista di due schianti aerei (il primo durante un decollo, il secondo a causa della contraerea tedesca sulla valle del Po) e “compagno di resistenza” dei partigiani italiani, Smith era tornato in patria nel 1948, per coltivare quella terra che i 200.000 coloni bianchi avevano con tanta fatica strappato alla maggioranza nera. Memore degli insegnamenti del padre, Smith sosteneva che i bianchi avessero diritto a metà della terra coltivabile, e che i neri non potessero governare per mancanza di mezzi e educazione.

Ian Smith firma la dichiarazione di indipendenza della RhodesiaApartheid. “Non credo al governo della maggioranza nera... neanche tra mille anni”, era una delle massime convinzioni di Smith, che gli permisero di bruciare le tappe della carriera politica: nel 1964, Smith rovesciava l'allora primo ministro della Rhodesia, Winston Field, colpevole di essere troppo soft nei confronti di Londra, che chiedeva aperture politiche verso la maggioranza nera in vista dell'indipendenza. Per tutta risposta, l'11 novembre 1965 Smith firmava una dichiarazione unilaterale di indipendenza dalla Gran Bretagna, mai riconosciuta da nessun governo, neanche dal Sudafrica bianco che tanta parte avrà nel sostenere economicamente il regime di Smith per far fronte alle sanzioni delle Nazioni Unite.
Il primo ministro non cederà neanche quando, qualche anno dopo, suo figlio Alec diserterà dall'esercito fuggendo in Europa, e pronunciandosi per la concessione dei diritti politici ai neri. Abbandonato anche dalla famiglia, Smith accetterà di cedere il potere solo nel 1980, al termine di una guerra civile costata la vita a 40.000 persone, senza però partecipare alla celebrazioni per la “nascita” dello Zimbabwe. “Il pensiero di dovermi confrontare con dei politici britannici che si sfregano le mani felici accanto a un'accozzaglia di terroristi comunisti neri mi dava il voltastomaco”, scriverà Smith nella sua autobiografia, The Great Betrayal (Il grande tradimento).

Similitudini. Un tradimento, quello di Londra, colpevole di aver trattato da “pariah” la ex-colonia, che il leader bianco non digerirà mai. Ironia della sorte, Smith e Mugabe, così diversi, hanno avuto in comune proprio l'odio verso la Gran Bretagna, oltre all'incapacità di leggere i cambiamenti della storia. Secondo molti, sarebbe stata proprio l'intransigenza di Smith a spingere all'esasperazione i neri, preparando così il terreno alle espropriazioni selvagge delle farms bianche, decise da Mugabe nel 2000. Una decisione di cui lo Zimbabwe paga le conseguenze ancora adesso, con un crollo della produzione agricola e un'economia al collasso, distrutta da un'inflazione che ha raggiunto il 15.000 percento.
A 27 anni dalla vera indipendenza del Paese, le accuse di Smith, che aveva definito Mugabe “mentalmente disturbato”, criticando l'attuale governo come “il più corrotto nella storia del Paese”, suonano come una sinistra profezia. Una magra consolazione per chi, durante la sua vita politica, si è ostinatamente rifiutato di farsi interprete dei bisogni del proprio popolo. Proprio quello di cui è accusato l'attuale Mugabe.  

Matteo Fagotto

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