All'inizio di dicembre la Commissione Centrale per le Elezioni Palestinesi comunicava
un elenco di dieci nomi, la lista dei candidati alla poltrona del defunto presidente
Yasser Arafat. Abu Ammar per la sua gente. L'uomo che, prigioniero del suo quartier
generale a Ramallah, era diventato il simbolo dell'impossibilità del cambiamento.
Tra questi nomi i palestinesi dovranno sceglierne uno che sia in grado di toccare
il cuore della gente e difenderne gli interessi, un uomo che abbia l'autorità
di controllare i gruppi militanti e i servizi di sicurezza, un volto che sappia
rassicurare l'opinione pubblica internazionale e con cui gli israeliani abbiano
voglia di rimettersi a trattare.
Si voterà anche a Gerusalemme Est. Per gli abitanti della città santa si tratta
di un momento particolarmente sentito e con molte implicazioni politiche. L'autorità
israeliana ha però concesso di votare solo a poche migliaia di residenti; tutti
gli altri, oltre cento mila persone, dovranno lasciare la città se vorranno partecipare.
Il diritto di voto è stato negato anche agli otto mila palestinesi che attualmente
sono incarcerati in Israele; secondo Hisham Abdul Razek, il ministro palestinese
per i prigionieri che ha presentato ricorso alla Corte Suprema di Tel Aviv, si
tratterebbe di una discriminazione rispetto ai diritti dei prigionieri israeliani,
ma Gideon Ezra, il ministro per la Sicurezza israeliano, ha replicato che il permesso
di voto ai residenti di Gerusalemme Est è “già abbastanza”.
Defezioni, propensioni e boicottaggi. Tra i candidati non ci sono donne, nessuno proviene dalla Striscia di Gaza e
dei dieci iniziali tre si sono ritirati. La defezione più importante è stata quella
di Marwan Barghuti uno dei leader di Fatah in Cisgiordania. Barghuti sta scontando
una condanna a cinque ergastoli in un carcere israeliano e il governo di Israele
ha fatto sapere che se anche fosse stato eletto non lo avrebbe rilasciato. Il
ritiro di Marwan Barghuti ha anche avuto come conseguenza il boicottaggio elettorale
da parte di Hamas, che non ha espresso una candidatura e ha invitato i propri
sostenitori a non votare. Altri due candidati indipendenti hanno dovuto rinunciare:
l'islamista Abdel Qualim al-Ashqar, anche lui agli arresti, ma a Chicago, negli
Stati Uniti, e Abdel Sattar Quassem, docente universitario di Nablus.

Il solo precedente elettorale per l'Autorità Palestinese, istituita nel '93,
sono le elezioni che Arafat vinse con una maggioranza schiacciante nel '96. Difficilmente
queste elezioni si trasformeranno in un plebiscito, ma i sondaggi sembrano indicare
un chiaro vantaggio per Abu Mazen, mentre al secondo posto la sorpresa potrebbe
essere Mustafa Barghuti, fondatore del Medical Relief e, iniseme a Edward Said,
del Palestinian National Initiative. Il Fronte Popolare per la Liberazione della
Palestina ha chiesto ai suoi sostenitori di votare proprio per il candidato indipendente
Mustafa Barghuti. Il Fronte aveva boicottato le ultime elezioni nel ’96, questa
volta ha annunciato la propria partecipazione, ma senza presentare un candidato.
Si tratta del tentativo di ridimensionare la vittoria di Abu Mazen, alias Mahmoud
Abbas, il candidato di al-Fatah, per il quale, dopo il ritiro di Marwan Barghuti
(di cui Mustafa è lontano parente ) la strada verso la presidenza pare spianata.
Ingerenze, violazioni e raccomandazioni. Il problema della candidatura di

Mustafa Barghuti è che il medico di Ramallah pare essere poco gradito ad Israele.
L'esercito israeliano gli ha impedito di entrare ad Hebron per fare campagna elettorale
e lo ha malmenato al check point di Jenin. Il 28 dicembre, Barghuti è stato nuovamente
arrestato, questa volta nella città vecchia di Gerusalemme.
Anche il candidato del Communist People's Party, Bassam al-Salahi, è stato maltrattato
e arrestato mentre cercava di entrare a Gerusalemme. L'esercito israeliano ha
anche impedito sistematicamente ai candidati Abdul Kareem Shubeir e Sayed Baraka,
di viaggiare dalla Striscia di Gaza alla Cisgiordania.
Il 23 dicembre nei territori occupati si sono svolte anche le elezioni amministrative
per eleggere i consigli municipali di molti vilaggi della Cisgiordania; anche
allora l'esercito israeliano aveva ostacolato lo svolgimento della consultazione,
imponendo dei check point sui percorsi verso le sedi di voto e arrestando cinque
dei candidati. Queste azioni di disturbo al normale svolgimento della consultazione
contrastano con le dichiarazioni rilasciate da diversi esponenti del governo israeliano,
che promettevano di fare tutto il possibile per facilitare le elezioni, con particolare
riguardo alla libertà di movimento di candidati ed elettori, oltre alla possibilità
di votare per i residenti di Gerusalemme Est.
Anche il fatto che il valico di Rafah, al confine meridionale della Striscia,
sia chiuso dal 13 dicembre, impedisce a migliaia di palestinesi di rientrare nei
territori e partecipare al voto.
Il 30 dicembre, un ragazzino di 17 anni è stato ucciso a Rafah, nel sud della
Striscia di Gaza mentre stava affiggendo manifesti elettorali. Il Palestinian
Centre for Human Rights (PCHR ) si è dichiarato molto preoccupato anche dell'impatto
che avranno sulle elezioni i continui attacchi che l'esercito israeliano sta conducendo
in Cisgiordania e in particolare nella Striscia di Gaza. Dall'inizio della campagna
elettorale, il 25 dicembre, l'IDF ha occupato diverse aree palestinesi uccidendo
oltre 27 persone. Il PCHR ha pubblicato un documento in cui ha raccolto tutti
i dati relativi alla fase pre-elettorale.
Raccomandazioni in questo senso sono state espresse anche dal Quartetto (Usa,
Nazioni Unite, Unione Europea e Russia ), che ha chiesto al governo israeliano
di allentare le restrizioni imposte ai palestinesi prima delle elezioni generali
del 9 gennaio prossimo.
Gli ingredienti della democrazia. Il futuro presidente avrà da subito sulle spalle

tutto il peso del processo di pace ed è essenziale che sia legittimato dalla
volontà popolare espressa attraverso elezioni che siano almeno credibili. A questo
scopo le Nazioni Unite hanno costituito un gruppo speciale per offrire sostegno
tecnologico alla Commissione Elettorale Centrale della Palestina per le operazioni
di registrazione e di scrutinio, mentre l'Unione Europea ha deciso di inviare
un pool di osservatori per monitorarne lo svolgimento. In totale il numero degli
osservatori internazionali che seguiranno le elezioni del 9 gennaio saranno oltre
400, provenienti da organizzazioni di tutto il mondo.
Abu Mazen, o chi al posto suo dovesse essere eletto, si troverà ad essere presidente
di un paese in cui le infrastrutture e le istituzioni democratiche sono state
distrutte dall'occupazione militare, presidente di una terra invasa da soldati
stranieri e colonie, senza sovranità e confini riconosciuti; non potrà nemmeno
usare liberamente il potere legislativo e le risorse nazionali.
Queste elezioni sono però la sola possibilità che si vede all'orizzonte per procedere
verso uno stato democratico in Palestina, un'occasione imperdibile per dimostrare
che oggi il problema della democratizzazione non dipende dall'immaturità dei palestinesi,
ma proprio dalla natura dell'occupazione.