12/07/2004versione stampabilestampainvia paginainvia



La Corte Internazionale di giustizia condanna Israele. Il muro è illegale
muro di separazione d'israele“Un’israeliana è stata assassinata da terroristi palestinesi criminali. L’assassinio di oggi è il primo sotto il patrocinio del parere della Corte Internazionale di Giustizia dell’Aja”.
Non usa giri di parole Ariel Sharon, primo ministro d’Israele, per far capire come la pensa sulla sentenza che il massimo organo di giustizia delle Nazioni Unite per risolvere le controversie tra Stati ha reso pubblica il 9 luglio scorso, su richiesta dell’Assemblea delle Nazioni Unite.
 
Il premier israeliano si riferisce al sergente Maayam Nayim, di 19 anni, unica vittima dell’attentato compiuto a Tel Aviv domenica 11 luglio, quando una bomba è esplosa all’alba vicino ad una stazione degli autobus, ma il messaggio è chiaramente diretto alle Nazioni Unite.
“Voglio chiarire che lo Stato d’Israele assolutamente respinge questa decisione”, ha dichiarato Sharon, “E’ una deliberazione a senso unico e politicamente motivata. E’ un messaggio che incoraggia il terrorismo”.  
 
“Israele deve conformarsi al diritto internazionale”, gli ribatte  Kofi Annan, segretario generale delle Nazioni Unite, “e quindi accettare la sentenza della Corte dell’Aja che ha giudicato illegale il muro. Ritengo che la decisione della Corte sia chiara. Se accettiamo che il governo d’Israele abbia la responsabilità, anzi il dovere di difendere i suoi cittadini, qualsiasi azione Israele intraprenda dev’essere conforme alla legge internazionale e rispettare gli interessi dei Palestinesi. Israele in quanto potenza occupante –ha concluso Annan- è responsabile del benessere dei Palestinesi”.
 
Israele ha scelto dall’inizio della vicenda (esattamente l’8 dicembre del 2003, quando l’assemblea Generale delle Nazioni Unite hanno chiesto il parere alla Corte) di non riconoscere la competenza stessa delle Corte. Per il governo di Tel Aviv quell’organo è preposto a dirimere controversie tra Stati e, la Palestina, ancora non lo è. La sentenza è stata dura verso Israele, che non ha presenziato alle udienze, ma l’accusa principale che viene mossa ai giudici dell’Aja e di non aver tenuto conto della situazione generale. Yoni Peled, portavoce del ministro degli Esteri d’Israele, ha dichiarato che “i giudici hanno mancato di affrontare l’essenza del problema: se non ci fosse il terrorismo non ci sarebbe la barriera”.
 
I politici israeliani, però, non sono gli unici a ritenere la Corte non competente in materia. “La Corte Internazionale di Giustizia non è il foro appropriato ad affrontare il caso del muro israeliano, perché quello è un discorso politico. Dovrebbe essere risolto nell’ambito della Road Map”, ha dichiarato Scott McClellan, portavoce della Casa Bianca, ricordando che gli Stati Uniti non erano d’accordo dall’inizio a rivolgersi alla Corte dell’Aja, ma stranamente non avevano fatto nulla per impedire che questo accadesse.
 
“Il muro israeliano rappresenta una confisca del territorio palestinese”, ha dichiarato invece Javier Solana, Alto rappresentante dell’Unione Europea per la politica estera. La stessa Commissione Europea, prima ancora che la sentenza fosse resa nota, aveva chiesto lo smantellamento della barriera israeliana. Den Bot, presidente di turno dell’Unione, ha annunciato che la sentenza sarà al centro del prossimo vertice dei ministri degli Esteri dei Paesi membri.
 
Scontata la gioia dell’Autorità Palestinese. “Questa è una vittoria per il popolo palestinese e per tutti i popoli liberi del mondo”, ha commentato Yasser Arafat, presidente dell’Anp. “Salutiamo la storica decisione della Corte dell’Aja”, gli ha fatto eco Abu Ala, primo ministro palestinese, “Grazie a Dio, la Corte ha detto al mondo che questo muro è illegale”.
 
Ora la palla torna all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite e al Consiglio di Sicurezza, ma non si può non considerare che il parere della Corte è meramente consultivo, non ha potere vincolante. Il reale peso della sentenza è politico. Una forma di pressione che alla fine, come hanno dimostrato le sentenze della Corte Suprema d’Israele, il Paese non potrà ignorare in eterno.
 
“La Corte dell’Aja aveva in passato deluso parecchio per la sua estrema cautela”, scriveva giorni fa Antonio Cassese, uno dei massimi esperti italiani in materia, “clamoroso il caso del 1996 sull’uso e la minaccia delle armi nucleari dove, per salvare capra e cavoli, aveva finito per creare ulteriore confusione in materia, sempre preoccupata di ossequiare la sovranità dei singoli Stati. I giudici hanno avuto anzitutto il merito di respingere l’accusa d’Israele rispetto alla loro competenza in un controversia politica in corso. Hanno sottolineato che in ultima istanza, anche i negoziati politici, debbono rispettare i valori fondamentali del diritto internazionale”.
 
Secondo Cassese, “la Corte si è distanziata anche dalle decisioni della Corte Suprema israeliana, che cercava di bilanciare le esigenze di sicurezza dello Stato d’Israele con le esigenze umanitarie d’Israele. La Corte ha invece affermato che le norme internazionali applicabili in materia dei diritti umani non ammettono deroghe basate su esigenze militari o di sicurezza”.
 
Quindi, nei fatti, della sentenza della Corte dell’Aja, resta il risultato di aver ribadito un principio sacrosanto: nessuna esigenza di sicurezza può passare sui diritti inalienabili degli esseri umani. La politica farà il suo corso ma, in questo senso, il 9 luglio non è stato un giorno come gli altri. Particolarmente di questi tempi.

Christian Elia

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