Che a compierli
siano state le Forze Armate etiopi oppure i ribelli dell'Ogaden
National Liberation Front, poco importa. Fatto sta che, negli
ultimi mesi, la recrudescenza del conflitto nell'Ogaden, la regione
orientale etiope abitata in maggioranza da somali, ha portato alla
morte di un alto numero di civili. Impossibile avere stime
attendibili, visto che la zona è interdetta alla maggior parte
degli operatori umanitari e dei giornalisti. Ma i profughi che
abbandonano il Paese per rifugiarsi nei campi del Kenya
settentrionale raccontano di attacchi ai villaggi, stupri etnici e
massacri sistematici.
Guerra. Rimasta
a bassa intensità per anni, la guerra nell'Ogaden ha
conosciuto un'improvvisa impennata ad aprile, a séguito di un
attacco degli uomini dell'
Onlf a una installazione petrolifera
cinese che provocò la morte di 74 persone. Da allora,
l'esercito ha lanciato una vasta offensiva per sconfiggere i ribelli,
che dal 1984 chiedono l'autodeterminazione per i somali che abitano
la regione. Esercito e
Onlf ogni settimana emettono comunicati
stampa in cui dichiarano di aver ucciso centinaia di nemici,
smentendo l'uno i bilanci dell'altro: la scorsa settimana, le Forze
Armate etiopi avevano reso noto di aver ucciso almeno cento ribelli,
mentre i ribelli avevano dichiarato di aver eliminato circa 700
soldati.
L'unica cosa
sicura, confermata da fonti diplomatiche ad Addis Abeba contattate da
alcune agenzie di stampa internazionali, è l'escalation del
conflitto: l'esercito avrebbe trasportato in Ogaden l'artiglieria
pesante e alcuni elicotteri d'assalto, che i ribelli sostengono siano
stati usati per bombardare alcuni civili nei pressi di un pozzo lo
scorso fine settimana.
L'assistenza alle
vittime rimane proibitiva, nonostante un recente accordo tra governo
e Nazioni Unite che permetterà al personale dell'Onu di
fornire aiuti, i quali compenseranno in parte le recenti espulsioni
dalla regione della Croce Rossa Internazionale e di Medici senza
Frontiere.
Abusi. Ma
se è estremamente difficile far luce nella cortina di fumo
delle accuse reciproche, le testimonianze dei profughi che fuggono
dal conflitto non lasciano spazio a dubbi: ospitati principalmente
nel campo di Dadaab, nel Kenya settentrionale, i civili dell'Ogaden
raccontano di attacchi sistematici contro i villaggi (colpiti fino a
dieci volte di séguito), di stupri, di sparizioni di civili e
di esecuzioni sommarie di uomini, soprattutto tramite impiccagione.
Abusi commessi per la maggior parte, sempre secondo le testimonianze,
dai soldati etiopi, che accuserebbero i civili di connivenza coi
ribelli, arrivando fino a bruciare, radendoli al suolo, interi centri
abitati. Fatti smentiti dalle autorità etiopi, che bollano i
ribelli come “terroristi” e li accusano di fabbricare false
informazioni per nascondere i loro abusi contro i civili.
Fuga. Quale
che sia la verità, i numeri parlano chiaro: solo ad ottobre,
sono stati almeno 1.500 i rifugiati dell'Ogaden arrivati in Kenya, ai
quali vanno aggiunti quelli finiti nell'autoproclamata repubblica del
Somaliland e nella vicina Somalia. Molti sarebbero stati costretti a
fuggire non solo per le violenze, ma per la mancanza nella regione di
generi di prima necessità, causata da un blocco delle
importazioni da parte del governo, sempre stando a quanto riferito
dai rifugiati. E, se le previsioni degli analisti dovessero rivelarsi
esatte, la guerra nell'Ogaden potrebbe conoscere a breve un nuovo
peggioramento. Lontano dalle telecamere.