Il presidente al-Bashir chiede ai paramilitari di riarmarsi, sale la tensione con il Splm
Se un mese fa
poteva sembrare una crisi momentanea, ora il fossato che separa il
presidente sudanese Omar Hassan al-Bashir e gli ex-ribelli del Sudan
People's Liberation Movement preoccupa per davvero. Lo scorso
weekend, il presidente ha chiesto il riarmo dei paramilitari delle
Popular Defence Forces, una milizia impiegata durante la guerra civile
proprio contro il Splm, e responsabile di numerose atrocità nei confronti dei civili, avvertendole
di tenersi “pronte a
tutto”. Il Splm ha risposto dicendosi pronto a difendersi se attaccato, in un'atmosfera sempre
più avvelenata da
accuse reciproche e sospetti.
La questione Abyei. E' passato più
di un mese da quando, lo scorso ottobre, il
Splm aveva deciso
di sospendere la propria partecipazione al governo di unità
nazionale, accusando il
National Congress Party del presidente
di non rispettare gli accordi di pace siglati nel 2005. Tra i
maggiori punti di disaccordo c'erano il mancato ritiro dell'esercito
dalle aree meridionali e il limbo giuridico della regione di Abyei,
ricca di petrolio e ancora contesa tra il nord e il sud del Sudan,
che dal 2005 è amministrato come un'entità autonoma.
Su nessuna delle
principali questioni si sono registrati passi avanti. Anzi, nel
discorso del fine settimana, tenuto nella città di Medani per
il 18esimo anniversario delle Pdf, al-Bashir ha preannunciato
che il suo partito non si riterrà vincolato dalle decisioni
della Abyei Boundary Commission, incaricata proprio di
tracciare i nuovi confini della regione contesa.
Guerra e pace. Secondo una
tattica da tempo collaudata, se da una parte Khartoum mostra i
muscoli, dall'altra offre al Splm un ramoscello d'ulivo. Così,
al-Bashir ha anche fatto appello ai
nemici di sempre, invitandoli a non chiamare in causa
mediatori internazionali (segnatamente gli Usa e la Gran Bretagna)
per risolvere la crisi. E, come corollario all'appello alla
mobilitazione lanciato alle Pdf, al-Bashir ha specificato che
tale atto non mirerebbe a far riprendere il conflitto, ma a tenersi
pronti nel caso la situazione dovesse precipitare.
Un modo per
gettare la palla nel campo del Splm, trovatosi impreparato
dalla nuova piega presa dagli eventi: lunedì pomeriggio, il
presidente del gruppo (e vice-presidente del Sudan) Salva Kiir è tornato a Juba,
capitale del Sudan meridionale, al termine di un viaggio negli Usa, sacrificando
una
riunione prevista proprio con al-Bashir per tenere un comizio. Kiir ha risposto
alle velate minacce di Khartoum ricordando che "nessuno ha il monopolio della
forza in Sudan", e dicendosi pronto a difendere il proprio territorio in caso
di attacco. A criticare le dichiarazioni
del presidente sono stati anche i leader dei gruppi ribelli
darfurini, che hanno interrotto le trattative con Khartoum perché
non ritengono che un governo dimezzato dall'assenza del Splm
possa essere un partner credibile.
Minacce. Ma al-Bashir non
sembra preoccupato dal fuoco incrociato delle critiche: anzi, per
rincarare la dose, il presidente ha ammonito il
Splm
consigliandolo di non sottovalutare il
Ncp, e di non credere
che l'esercito si sia indebolito per la guerra in Darfur. D'altronde,
sia durante la guerra civile nord-sud, sia durante il conflitto
darfurino, Khartoum ha optato per assoldare milizie paramilitari in
una sorta di guerra per procura, senza impegnarsi in prima persona.
Riprendere il conflitto sarebbe più una questione di mezzi
economici che di uomini, insomma. E, grazie all'estrazione del
petrolio, Khartoum di soldi ne ha a sufficienza.