Un viaggio attraverso Israele e Palestina. Lungo la Route 181

Volendo spiegare un conflitto lacerante come quello israelo-palestinese si potrebbe
partire dai dati delle vendite del filo spinato in Israele.
"Nel 1995 stavamo fallendo a causa degli accordi di Oslo", racconta il giovane
propietario di un'azienda leader nel mondo nella produzione di una barriera d'acciaio
brevettata che non necessita di braccia umane per essere posta la suolo, ma viene
dipanata da una macchina, "poi, con la seconda Intifada, i nostri guadagni sono
andati alle stelle. Abbiamo ancora dei problemi a causa del fatto che il nostro
filo non rispetta le convenzioni internazionali, ma le commesse dello stato d'Israele
ci garantiscono un fatturato eccellente, visto che il nostro filo costa un milione
di euro a chilometro quadrato".
Basterebbe questa testimonianza per spiegare un conflitto assurdo, che si trascina
dal 1948 e che, solo dall'inizio della seconda Intifada nel settembre del 2000,
ha ucciso più di 4 mila persone.
Questa sequenza è tratta da Route 181 che è un documentario, metà film metà road-movie,
che due cineasti hanno girato in due mesi, nel 2002, attraversando Israele ePalestina.
Gli autori sono l'israeliano Eyal Sivan e il palestinese Michel Khleifi.
"Ci siamo incontrati in tutt'altra parte del mondo, ma inevitabilmente siamo
arrivati a parlare delle nostre origini, della nostra terra insanguinata", racontano
gli autori, "ci siamo chiesti cosa potevamo fare per cercare di capire questa
guerra. La risposta era semplice: una testimonianza video. Il titolo lo ha ispirato
la risoluzione 181, quella votata dalle Nazioni Unite il 29 novembre 1947, che
assegnava il 56 per cento della terra sgli Israeliani e il 43 per cento ai Palestinesi.
Non è mai stata applicata perchè è scoppiata una guerra che, a periodi alterni,
dura tutt'ora. Ci siamo limitati a procurarci una mappa di quella risoluzione
e a salire in macchina, per capire cosa è successo, cosa è andato storto attraverso
un racconto della terra, dei luoghi. Così siamo partiti".
Il viaggio dei due artisti si è concretizzato in un documentario di quasi quattro
ore (edito in Italia in dvd dalla Bollati Boringhieri), diviso in tre parti: VERSO
IL SUD (da Ashod a Gaza), CENTRO (da Lod verso Gerusalemme) e VERSO IL NORD (da
Rosh'Ayan alla frontiera con il LIbano).
Una serie di luoghi, volti, storie, macerie e paesaggi che raccontano una storia
d'incomprensioni che i registi definoscono "un atto di fede, un contributo che
non ha soluzioni da dare e non prende parte per nessuno, ma per risolvere un problema
bisogna prima definirlo. Viaggiando sulla linea immaginaria di quella risoluzione
non abbiamo selezionato il materiale, ma ci siamo limitati ad ascoltare la gente
e quello che aveva da raccontare, a riprendere i luoghi, in una visione della
storia che è il racconto della terra e e della gente che l'abita".
Nel conflitto israelo-palestinese, secondo gli autori, "si sono sedimentatti
due traumi, che sono diventate barriere, prima nella testa delle persone e poi
in senso fisico. Una storia coloniale che ha lasciato la sua eredità sui luoghi
e sulla vita di chi li abita. la gente ha bisogno di parlare, per tirare fuori
questo dolore. Noi ci siamo limitati a fare da accumulatori di storie, di racconti,
ascoltati con rispetto".
Guardando il documentario si vedono scorrere volti, dalla vecchia araba che vive
sola dopo che tutti i suoi vicini sono scapapti in un campo profughi, al giovane
colono ebreo che racconta come si realizza un sogno, o il giovane arabo che si
chiede se la sua si possa chiamare vita o ancora gli arabi-israeliani che spiegano
un'identità spezzata, che non riesce a non pagare il pedaggio di essere odiata
da due parti.
Viene da pensare che forse basterebbe parlarsi, per capire che si è vittime della
stessa violenza, delle stesse paure, siano esse vestite da attentatore suicida
o da soldato dell'esercito israeliano.
"La prima difficoltà da superare nel nostro progetto è stata quella di far convivere
due personalità diverse in una stessa telecamera: lo abbiamo fatto limitandoci
a riprendere in maniera oggettiva, non soggettiva2, racconta Sivan, "lavorando
assieme e non come due personalità contrapposte. Per noi il modello da non imitare
era Barak a Camp David, un uomo che si è arreso davanti alla prima difficoltà:
costruire la pace è duro, ci vuole per prima cosa la volontà di rinunciare a pensare
solo a se stessi".
Il progetto partiva dal presupposto di stabilire un bilancio storico, una memoria
dei luoghi, senza strumentalizzazioni.
"La memoria è anche dimenticanza e noi paghiamo il fatto che i nostri parenti
hanno creato una vera e propria politica della memoria", racconta Khleifi, "finchè
da entrambe le parti non si ammetterà di aver sbagliato in alcune cose, finchè
la memoria resterà selettiva non si verrà a capo di nulla".
Un esempio: un vecchio commerciante ebreo, di origine irachena, che sottolinea
come lui si senta molto più simile ai vicini arabi e musulmani che agli ebrei
russi arrivati da poco. ricorda perfettamente la sua infanzia a Baghdad come un
periodo sereno. Sivan sottolinea come questa storia sia un modo per ristabilire
la verità, come "non esistono 2 mila anni di persecuzioni della popolazione araba
verso gli ebrei. la pace passa anche dal ristabilire la verità".
I due autori non volevano dare progetti di pace, am semplicemente far parlare
la gente. In questo sono riusciti perfettamente e, grazie al racconto della terra
e dei suoi abitanti, si può provare a capire meglio i traumi che si contrappongono
in Palestina, dove l'odio nasce dall'incapacità di ascoltarsi.
Soprattutto per colpa di chi ha falsicato la memoria, magari per non far fallire
un'azienda di filo spinato.