20/11/2007versione stampabilestampainvia paginainvia



A Quito le manifestazini contro le multinazionali responsabili di danni ambientali e delle fumigazioni
dal nostro inviato
Stella Spinelli
  
Somos campesinos, no somos asesinos”. Hanno facce mangiate dal sole mentre cantano senza sosta, caminando lentamente per le strade caotiche di Quito. Provengono dall’Oriente petrolero e dal sud minerario, dalla costa e dall’impervia serra. Sono tutti afectados, vittime della fame di risorse delle multinazionali che, accecate dal profitto, calpestano senza scrupoli migliaia di vite.

La manifestazione a Quito (foto di Stefano Mariotti)Le proteste. Protestano contro le compagnie internazionali, ma non si tirano certo indietro quando, all’origine del male, ci sono quelle battenti bandiera ecuatoriana. Il loro intento e’ la difesa della pachamama, la madre terra, contro tutto e tutti. Nei loro slogan, scritti su decine di cartelloni, inveiscono contro i petrolieri, le aziende minerarie, i megaprogetti idroelettrici. E ognuno di loro spiega con tono sicuro una verita’ difficile da contraddire, fatta di episodi e numeri, di date e nomi. Dal piu’ anziano dei contadini al piu’ giovane degli indigeni mostrano piena coscienza dei loro diritti e della maniera di far arrivare la propria voce alle orecchie di chi governa. I loro sguardi la dicono lunga, tutti loro la sanno lunga.
Sfilano a testa alta in una Quito caliente, schiacciata fra l’asflato che ribolle e un cielo talmente incombente che sembra di toccarlo. Con i suoi 2850 metri di altitudine, la capitale pare appesa alle immancabili nubi. A centinaia, indossando abiti tipici delle svariate zone di provenienza e parlano come sindacalisti eruditi dal fare determinato e con un carisma da vendere. “Sono un contadino del sud dell’Amazzonia e sono qui per ricordare al presidente Rafael Correa che mai ci arrenderemo al tragico destino a cui hanno condannato l’Ecuador: un pozzo di ricchezze da depredare, a scapito della gente, sfruttata e dimenticata”.

La manifestazione (foto di Stefano Mariotti)L'importanza dell'ambiente. “Questo governo sta facendo tanto per nazionalizzare le ricchezze, per ridiscutere i contratti con gli stranieri, per redimensionarne l’influenza e per rilanciare l’economia del nostro piccolo paese – racconta un campesino di mezza eta’, timbro da leader e una gestualita’ che incanta -, ma sta facendo passare sotto silenzio l’intera protesta ambientale, che nasconde vere tragedie. Intere famiglie costrette a vivere in terreni avvelenati. Per non parlare dei corsi d’acqua. E come se non bastasse non rispettano nemmeno gli accordi su infrastrutture da costruire, scuole e centri di primo soccorso da garantire, o posti di lavoro da assicurare. E, dulcis in fundo, ci perseguitano se solo osiamo denunciare un tale scempio”. Si perche’ le multinazionali sono potenze intoccabili e come tali hanno persino un esercito a proteggerne gli interessi, ed “e’ l’esercito dell’Ecuador – incalza il campesino – i nosri stessi fratelli, vi rendete conto? Mandati a farci sfollare con la forza, e instigati a usare persino le armi. E non sto parlando di priettili di gomma”. A mostrare una pallottola di grande calibro, accartocciata e macchiata ancora del suo sangue, e’ un 30enne grande e grosso, con occhiali a specchio e cappellino alla gringo: “Mi hanno sparato perche’ protestavo contro i signori del petrolio che ci stanno distruggendo il nostro bel territorio. Ma non mi fermero’. Non ci fermeremo. Ne’ con i fucili ne’ tantomeno con gli spioni. Ci controllano, ci seguono, registrano ogni nostro movimento. E ci accusano di essere terroristi e sabotatori. Invece – incalza – siamo solo vittime dei loro giochi di potere. Ci stanno avvelenando e non smetteremo mai di gridarlo”.

La manifestazione (foto di Stefano Mariotti)L’Ecuador e’ un paese in fermento. Nonostante Correa e il suo tentativo di dare un’immagine unitaria di un paese lanciato verso la modernizzazione, le tante voci di denuncia non si placano. Quella di oggi ne e’ l’esempio: in mezzo ad auto impazzite e bus stipati, questi difensori della pachamama hanno marciato imperterriti, con dignita’, chiedendo, fra tanto, la depenalizzazione dei crimini a loro imputati. La politica usata fin qua dal governo e’ quella della criminalizzazione: chi protesta diventa un caso giuridico. E finisce in carcere. Per questo, il basta a questo modus operandi. “E’ giunta l’ora di un cambiamento vero – grida un uomo da dietro le sbarre di una gabbia di legno, símbolo della prigione che in tanti hanno dovuto assaggiare – a cominciare dalla nuova Costituzione che stanno approntando. Noi siamo nella ragione. Chiediamo il diritto alla vita, il rispetto dell’ambiente e la tanquillita’. Questo presidente lo abbiamo voluto e continuiamo a sperare in lui, ma sulla questione ambientale e’ tutto fermo e la strada e’ lunga. E’ un grande modernizzatore, Correa, e questo paese ne ha un disperato bisogno, ma non significa che non lo redarguiremo sulle cose che sbaglia. E sull’ambiente, sbaglia. Sulla pelle di migliaia di persone. Per questo siamo qui”.

La manifestazione (foto di Stefano Mariotti)La nuova era. Questo e’ l’Ecuador, dunque: un paese in transizione, con una Costituente che ha sta per iniziare i lavori e che mira a una Carta che dovrebbe trainare il paese in una nuova era. Un paese con un presidente che intende sciogliere il parlamento, forte della maggioranza schiacciante del suo partito, Alianza Pais, e che vuole arrivare a nuove elezioni, come inaugurazione di quella nuova era. Il periodo e’ delicato e Correa tenta di tenere tutto sotto controllo. Ma il fermento popolare e’ in grande crescita e pronto a criticarlo, e difficilmente si lascia soffocare. La Marcia di oggi ha toccato tutti i punti simbolici del potere per andare a sedersi al tavolo delle organizzazioni piu’ attive, le organizzatrici dell'evento e, dui contrasto, le stesse sulle quali appoggia il suo consenso Correa. Perche’ qua in Ecuador, essere vicini al presidente significa anche far pressione affinche’ rispetti le sue promesse. Il fine della giornata, infatti, era stilare un documento, l’ennesimo, con problemi e possibili soluzioni a questo dramma degli afectados, per poi farlo arrivare sul tavolo del presidente. E’ cosi che in questa parte d'America Latina si intende la cosa pubblica: lavorare insieme per indicare al governo la via per un nuevo Ecuador.