A Quito le manifestazini contro le multinazionali responsabili di danni ambientali e delle fumigazioni
dal nostro inviato
Stella Spinelli
“Somos campesinos, no somos asesinos”. Hanno facce mangiate dal sole mentre cantano senza sosta, caminando lentamente
per le strade caotiche di Quito. Provengono dall’Oriente petrolero e dal sud minerario, dalla costa e dall’impervia serra. Sono tutti afectados, vittime della fame di risorse delle multinazionali che, accecate dal profitto,
calpestano senza scrupoli migliaia di vite.
Le proteste. Protestano contro le compagnie internazionali, ma non si tirano certo indietro
quando, all’origine del male, ci sono quelle battenti bandiera ecuatoriana. Il
loro intento e’ la difesa della pachamama, la madre terra, contro tutto e tutti. Nei loro slogan, scritti su decine di
cartelloni, inveiscono contro i petrolieri, le aziende minerarie, i megaprogetti
idroelettrici. E ognuno di loro spiega con tono sicuro una verita’ difficile da
contraddire, fatta di episodi e numeri, di date e nomi. Dal piu’ anziano dei contadini
al piu’ giovane degli indigeni mostrano piena coscienza dei loro diritti e della
maniera di far arrivare la propria voce alle orecchie di chi governa. I loro sguardi
la dicono lunga, tutti loro la sanno lunga.
Sfilano a testa alta in una Quito caliente, schiacciata fra l’asflato che ribolle e un cielo talmente incombente che sembra
di toccarlo. Con i suoi 2850 metri di altitudine, la capitale pare appesa alle
immancabili nubi. A centinaia, indossando abiti tipici delle svariate zone di
provenienza e parlano come sindacalisti eruditi dal fare determinato e con un
carisma da vendere. “Sono un contadino del sud dell’Amazzonia e sono qui per ricordare
al presidente Rafael Correa che mai ci arrenderemo al tragico destino a cui hanno
condannato l’Ecuador: un pozzo di ricchezze da depredare, a scapito della gente,
sfruttata e dimenticata”.
L'importanza dell'ambiente. “Questo governo sta facendo tanto per nazionalizzare le ricchezze, per ridiscutere
i contratti con gli stranieri, per redimensionarne l’influenza e per rilanciare
l’economia del nostro piccolo paese – racconta un campesino di mezza eta’, timbro da leader e una gestualita’ che incanta -, ma sta facendo
passare sotto silenzio l’intera protesta ambientale, che nasconde vere tragedie.
Intere famiglie costrette a vivere in terreni avvelenati. Per non parlare dei
corsi d’acqua. E come se non bastasse non rispettano nemmeno gli accordi su infrastrutture
da costruire, scuole e centri di primo soccorso da garantire, o posti di lavoro
da assicurare. E, dulcis in fundo, ci perseguitano se solo osiamo denunciare un tale scempio”. Si perche’ le multinazionali
sono potenze intoccabili e come tali hanno persino un esercito a proteggerne gli
interessi, ed “e’ l’esercito dell’Ecuador – incalza il campesino – i nosri stessi fratelli, vi rendete conto? Mandati a farci sfollare con la
forza, e instigati a usare persino le armi. E non sto parlando di priettili di
gomma”. A mostrare una pallottola di grande calibro, accartocciata e macchiata
ancora del suo sangue, e’ un 30enne grande e grosso, con occhiali a specchio e
cappellino alla gringo: “Mi hanno sparato perche’ protestavo contro i signori del petrolio che ci stanno
distruggendo il nostro bel territorio. Ma non mi fermero’. Non ci fermeremo. Ne’
con i fucili ne’ tantomeno con gli spioni. Ci controllano, ci seguono, registrano
ogni nostro movimento. E ci accusano di essere terroristi e sabotatori. Invece
– incalza – siamo solo vittime dei loro giochi di potere. Ci stanno avvelenando
e non smetteremo mai di gridarlo”.
L’Ecuador e’ un paese in fermento. Nonostante Correa e il suo tentativo di dare un’immagine unitaria di un paese
lanciato verso la modernizzazione, le tante voci di denuncia non si placano. Quella
di oggi ne e’ l’esempio: in mezzo ad auto impazzite e bus stipati, questi difensori
della pachamama hanno marciato imperterriti, con dignita’, chiedendo, fra tanto, la depenalizzazione
dei crimini a loro imputati. La politica usata fin qua dal governo e’ quella della
criminalizzazione: chi protesta diventa un caso giuridico. E finisce in carcere.
Per questo, il basta a questo modus operandi. “E’ giunta l’ora di un cambiamento vero – grida un uomo da dietro le sbarre
di una gabbia di legno, símbolo della prigione che in tanti hanno dovuto assaggiare
– a cominciare dalla nuova Costituzione che stanno approntando. Noi siamo nella
ragione. Chiediamo il diritto alla vita, il rispetto dell’ambiente e la tanquillita’.
Questo presidente lo abbiamo voluto e continuiamo a sperare in lui, ma sulla questione
ambientale e’ tutto fermo e la strada e’ lunga. E’ un grande modernizzatore, Correa, e
questo paese ne ha un disperato bisogno, ma non significa che non lo redarguiremo
sulle cose che sbaglia. E sull’ambiente, sbaglia. Sulla pelle di migliaia di persone.
Per questo siamo qui”.
La nuova era. Questo e’ l’Ecuador, dunque: un paese in transizione, con una Costituente che
ha sta per iniziare i lavori e che mira a una Carta che dovrebbe trainare il paese
in una nuova era. Un paese con un presidente che intende sciogliere il parlamento,
forte della maggioranza schiacciante del suo partito, Alianza Pais, e che vuole arrivare a nuove elezioni, come inaugurazione di quella nuova era.
Il periodo e’ delicato e Correa tenta di tenere tutto sotto controllo. Ma il fermento
popolare e’ in grande crescita e pronto a criticarlo, e difficilmente si lascia soffocare. La
Marcia di oggi ha toccato tutti i punti simbolici del potere per andare a sedersi
al tavolo delle organizzazioni piu’ attive, le organizzatrici dell'evento e, dui
contrasto, le stesse sulle quali appoggia il suo consenso Correa. Perche’ qua
in Ecuador, essere vicini al presidente significa anche far pressione affinche’
rispetti le sue promesse. Il fine della giornata, infatti, era stilare un documento,
l’ennesimo, con problemi e possibili soluzioni a questo dramma degli afectados, per poi farlo arrivare sul tavolo del presidente. E’ cosi che in questa parte
d'America Latina si intende la cosa pubblica: lavorare insieme per indicare al
governo la via per un nuevo Ecuador.