16/07/2004versione stampabilestampainvia paginainvia



Intervista della BBC a Hussam, ragazzino palestinese aspirante suicida
hussam al momento dell'arresto“Se potessi tornare indietro, a quella mattina, rifaresti tutto?”. “Assolutamente no. Non lo farei più per via della prigione e, soprattutto, perché sono convinto che alla fine di tutto questo arriverà la pace”. “Davvero ne sei convinto?”, chiede il giornalista: “Si, sono sicuro che tutto questo finirà”.
 
Questo scambio di battute è solo una piccola parte dell’intervista che James Reynolds, inviato della BBC a Gerusalemme, ha fatto a Hussam Bilel Abdo, il ragazzo palestinese di 15 anni che, il 26 marzo del 2004, è stato fermato e arrestato dai soldati israeliani al check-point di Hawara, nei pressi di Nablus, in Cisgiordania. Il ragazzino indossava una cintura con 9 chilogrammi di esplosivo. Hussam era pronto al martirio. Le immagini di questo ragazzino goffo, imprigionato in un giubbotto troppo lungo per lui, tenuto sotto tiro dai militari, hanno fatto il giro del mondo.
 
Il giorno dopo, sui giornali di tutto il mondo, infuriavano le polemiche. Gli israeliani, raccogliendo le prime parole dell’attentatore, non hanno mancato di strumentalizzare l’episodio che, per loro, mostrava definitivamente il volto barbaro e inumano dei palestinesi. La stampa araba si aggrappava a una presunta disabilità mentale del ragazzino come giustificazione dell’episodio, mancando di riflettere sulla mano che aveva fatto di un bambino una bomba ad orologeria.
Dopo pochi giorni, più nulla.
 
Quando la Seconda Intifada palestinese (cominciata nel settembre del 2000 e che fino ad oggi ha causato la morte di più di 4mila persone) finirà, l’immagine di Hussam sarà una di quella che resteranno nella memoria di molti. Ma dopo l’arresto, sul piccolo aspirante attentatore suicida, è calato un silenzio profondo, quasi un voluto oblio, come si fa con i ricordi troppo brutti per essere veri, quelli che vorremmo scacciare per non pensarci più. Ora quest’intervista ci riporta davanti a Hussam, nella prigione di massima sicurezza nel nord d’Israele in cui è rinchiuso.
 
“Alle 6 del mattino ho pregato, ho baciato la mia mamma e le ho detto che andavo a scuola”, racconta il ragazzino quando il cronista delle BBC gli chiede di ricostruire quella giornata, “sono invece andato a casa di un mio amico e li ho trovato degli altri ragazzi che mi hanno portato a Nablus, dopo avermi fotografato e dopo avermi fatto indossare la cintura esplosiva. Sono arrivato al check-point alle 13”. A quel punto, i militari, notano questo ragazzino vestito in maniera strana che si muoveva impacciato, impaurito. Questo a salvato la vita a molte persone e a Hussam stesso.
 
“Ti rendevi conto di quello che stavi per fare? Ti rendevi conto di quanta gente avrebbe sofferto per il tuo gesto? Non avevi paura di morire?”, chiede il cronista britannico. “Me ne rendevo conto, ma avrei fatto soffrire quelli che fanno soffrire la mia gente”, risponde Hussam come un libro stampato, “non avevo paura di morire. Tutti dobbiamo morire prima o poi, nessuno vive in eterno”.
Reynolds chiede “perché? Un ragazzino delle tua età sogna di fare il giocatore di calcio, o il cantante. Perché tu volevi fare l’attentatore suicida?”
 
Perché i ragazzi palestinesi non fanno la vita dei loro coetanei di altre parti del mondo, verrebbe da rispondere al giornalista, ma la risposta di Hussam è raggelante come tutto questa storia: “Non volevo fare l’attentatore suicida, volevo essere un martire, è diverso. Lo facevo per tre motivi: il primo è che così sarei andato da Dio che è il miglior destino possibile, poi lo facevo per la memoria di Sabih, un mio amico ucciso dagli Israeliani e infine lo facevo per via della scuola. I miei genitori mi costringevano ad andarci, ma io non ne avevo voglia”.
 
Hussam racconta come è stato reclutato. “Un mio amico mi ha detto che stavano cercando un martire. Io gli ho detto che l’aveva trovato. Allora mi ha portato da un ragazzo delle Brigate dei Martiri di Al-Aqsa e loro, dopo avermi fatto delle domande, mi hanno mostrato dei videotape. Poi mi hanno assicurato che dopo la mia missione, quando gli Israeliani avrebbero distrutto la mia casa,
loro l’avrebbero ricostruita e avrebbero dato dei soldi alla mia famiglia”.
 
“Molti hanno detto che i tuoi genitori sapevano. E’vero?”, chiede Reynolds. “Assolutamente no”, risponde Hussam, “se mia madre avesse saputo non mi avrebbe fatto uscire da casa. Lei ha saputo tutto solo dalla televisione. Da quel giorno l’ho sentita solo per telefono, grazie al medico del carcere, una volta”.
 
Dopo quest’intervista è probabile che Hussam ritorni nel silenzio pudico di chi non vuol sapere che esistono queste cose, ma la sua tragedia ha molto da insegnare. L’aspetto più importante è però quello che deve portare tutti a riflettere sulla guerra, quando non ci sono limiti all’arbitrio, alla violenza e al mancato rispetto dei diritti degli esseri umani. Cosa fa a tutti e ai bambini in particolare.Israeliani e Palestinesi.
“Cosa farai quando uscirai di qui?”, chiede Reynolds. “Vorrei tornare a casa, per lavorare nella bottega di mio padre”, dice Hussam. Buona fortuna.

Christian Elia

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