
“Se potessi tornare indietro, a quella mattina, rifaresti tutto?”. “Assolutamente
no. Non lo farei più per via della prigione e, soprattutto, perché sono convinto
che alla fine di tutto questo arriverà la pace”. “Davvero ne sei convinto?”, chiede
il giornalista: “Si, sono sicuro che tutto questo finirà”.
Questo scambio di battute è solo una piccola parte dell’intervista che James
Reynolds, inviato della BBC a Gerusalemme, ha fatto a Hussam Bilel Abdo, il ragazzo
palestinese di 15 anni che, il 26 marzo del 2004, è stato fermato e arrestato
dai soldati israeliani al check-point di Hawara, nei pressi di Nablus, in Cisgiordania.
Il ragazzino indossava una cintura con 9 chilogrammi di esplosivo. Hussam era
pronto al martirio. Le immagini di questo ragazzino goffo, imprigionato in un
giubbotto troppo lungo per lui, tenuto sotto tiro dai militari, hanno fatto il
giro del mondo.
Il giorno dopo, sui giornali di tutto il mondo, infuriavano le polemiche. Gli
israeliani, raccogliendo le prime parole dell’attentatore, non hanno mancato di
strumentalizzare l’episodio che, per loro, mostrava definitivamente il volto barbaro
e inumano dei palestinesi. La stampa araba si aggrappava a una presunta disabilità
mentale del ragazzino come giustificazione dell’episodio, mancando di riflettere
sulla mano che aveva fatto di un bambino una bomba ad orologeria.
Dopo pochi giorni, più nulla.
Quando la Seconda Intifada palestinese (cominciata nel settembre del 2000 e che
fino ad oggi ha causato la morte di più di 4mila persone) finirà, l’immagine di
Hussam sarà una di quella che resteranno nella memoria di molti. Ma dopo l’arresto,
sul piccolo aspirante attentatore suicida, è calato un silenzio profondo, quasi
un voluto oblio, come si fa con i ricordi troppo brutti per essere veri, quelli
che vorremmo scacciare per non pensarci più. Ora quest’intervista ci riporta davanti
a Hussam, nella prigione di massima sicurezza nel nord d’Israele in cui è rinchiuso.
“Alle 6 del mattino ho pregato, ho baciato la mia mamma e le ho detto che andavo
a scuola”, racconta il ragazzino quando il cronista delle BBC gli chiede di ricostruire
quella giornata, “sono invece andato a casa di un mio amico e li ho trovato degli
altri ragazzi che mi hanno portato a Nablus, dopo avermi fotografato e dopo avermi
fatto indossare la cintura esplosiva. Sono arrivato al check-point alle 13”. A
quel punto, i militari, notano questo ragazzino vestito in maniera strana che
si muoveva impacciato, impaurito. Questo a salvato la vita a molte persone e a
Hussam stesso.
“Ti rendevi conto di quello che stavi per fare? Ti rendevi conto di quanta gente
avrebbe sofferto per il tuo gesto? Non avevi paura di morire?”, chiede il cronista
britannico. “Me ne rendevo conto, ma avrei fatto soffrire quelli che fanno soffrire
la mia gente”, risponde Hussam come un libro stampato, “non avevo paura di morire.
Tutti dobbiamo morire prima o poi, nessuno vive in eterno”.
Reynolds chiede “perché? Un ragazzino delle tua età sogna di fare il giocatore
di calcio, o il cantante. Perché tu volevi fare l’attentatore suicida?”
Perché i ragazzi palestinesi non fanno la vita dei loro coetanei di altre parti
del mondo, verrebbe da rispondere al giornalista, ma la risposta di Hussam è raggelante
come tutto questa storia: “Non volevo fare l’attentatore suicida, volevo essere
un martire, è diverso. Lo facevo per tre motivi: il primo è che così sarei andato
da Dio che è il miglior destino possibile, poi lo facevo per la memoria di Sabih,
un mio amico ucciso dagli Israeliani e infine lo facevo per via della scuola.
I miei genitori mi costringevano ad andarci, ma io non ne avevo voglia”.
Hussam racconta come è stato reclutato. “Un mio amico mi ha detto che stavano
cercando un martire. Io gli ho detto che l’aveva trovato. Allora mi ha portato
da un ragazzo delle Brigate dei Martiri di Al-Aqsa e loro, dopo avermi fatto delle
domande, mi hanno mostrato dei videotape. Poi mi hanno assicurato che dopo la
mia missione, quando gli Israeliani avrebbero distrutto la mia casa,
loro l’avrebbero ricostruita e avrebbero dato dei soldi alla mia famiglia”.
“Molti hanno detto che i tuoi genitori sapevano. E’vero?”, chiede Reynolds. “Assolutamente
no”, risponde Hussam, “se mia madre avesse saputo non mi avrebbe fatto uscire
da casa. Lei ha saputo tutto solo dalla televisione. Da quel giorno l’ho sentita
solo per telefono, grazie al medico del carcere, una volta”.
Dopo quest’intervista è probabile che Hussam ritorni nel silenzio pudico di chi
non vuol sapere che esistono queste cose, ma la sua tragedia ha molto da insegnare.
L’aspetto più importante è però quello che deve portare tutti a riflettere sulla
guerra, quando non ci sono limiti all’arbitrio, alla violenza e al mancato rispetto
dei diritti degli esseri umani. Cosa fa a tutti e ai bambini in particolare.Israeliani
e Palestinesi.
“Cosa farai quando uscirai di qui?”, chiede Reynolds. “Vorrei tornare a casa,
per lavorare nella bottega di mio padre”, dice Hussam. Buona fortuna.