17/11/2007versione stampabilestampainvia paginainvia



L'uomo di Bush che indagava sulla Blackwater aveva un fratello nel consiglio della compagnia di sicurezza
Con la Blackwater nel mirino da alcune settimane per l'uccisione di 17 iracheni a Baghdad e per le accuse di contrabbando d'armi, a Washington qualcuno pensava che l'ispettore generale del dipartimento di Stato Howard “Cookie” Krongard, in realtà, sulla vicenda indagasse ben poco. Di più: che ostacolasse l'inchiesta. Forse perché suo fratello maggiore Alvin “Buzzy” Krongard, un ex numero tre della Cia, aveva legami importanti con la compagnia di sicurezza privata? “Voci maligne”, si era difeso il funzionario. Che però mercoledì scorso, incalzato dai componenti della commissione della Camera che controlla l'operato dell'amministrazione, ha chiamato il fratellone e ha scoperto che, proprio in quel momento, “Buzzy” era alla riunione nella sede della Blackwater in North Carolina.

Howard KrongardL'affare Blackwater. Ma anche se l'ispettore Krongard si è tirato fuori dalla vicenda auto-ricusandosi, la storia di Cookie e Buzzy ha riproposto le accuse di clientelismo rivolte all'amministrazione Bush. Stavolta su un tema – quello dei legami con le società che forniscono guardie per la sicurezza – che rischia di mettere in discussione la strategia Usa di fare affidamento su migliaia di contractors in Iraq e Afghanistan, alleggerendo così i compiti dell'esercito. Dopo la strage del 16 settembre scorso e altri episodi simili contestati alla compagnia, il governo iracheno tolse alla Blackwater la licenza di operare nel Paese, tornando qualche giorno dopo sui suoi passi. Ma mentre Baghdad continua a indagare, la Blackwater è sotto inchiesta anche negli Stati Uniti, per quel giorno di sangue ma anche per le accuse di aver fatto entrare in Iraq armi illegali, finite poi nelle mani dei ribelli curdi del Pkk.

Le accuse. Le indagini vanno però a rilento: l'Fbi non ha ancora interrogato i cinque principali sospettati della sparatoria del 16 settembre. La “Commissione per la supervisione e la riforma del governo” ha quindi accusato Krongard di ostacolare l'accertamento della verità, per proteggere il dipartimento di Stato e la Casa Bianca. L'ispettore generale ha negato, come ha smentito ripetutamente che il fratello lavorasse per la Blackwater: “Buzzy”, a precisa domanda, gli aveva assicurato che non era vero. Fino a quando, nell'udienza di mercoledì mattina, un membro della commissione ha tirato fuori una mail del fondatore della Blackwater Erik Prince, spedita il 26 luglio, in cui si chiedeva ad Alvin Krongard di entrare a far parte del consiglio di consulenza della compagnia. “Cookie” ha negato ancora. Ma la commissione lo ha incalzato, esibendo un'altra mail del 5 settembre, in cui la Blackwater ringraziava suo fratello “per aver accettato l'invito ad entrare nel consiglio”, che tra l'altro si stava tenendo proprio in quel momento in North Carolina, con la presenza anche di Alvin Krongard. “Magari è lì per dirgli che non accetta l'invito”, si è difeso per l'ultima volta l'ispettore generale.

Guardie della Blackwater a BaghdadIl colpo di scena. Messo alle corde, Krongard ha potuto rifiatare quando l'udienza è stata interrotta per una breve pausa. Ne ha approfittato per dare un colpo di telefono al fratello maggiore e “apprendere” la verità. Tornato in aula, ha riferito della telefonata e ha accettato senza battere ciglio l'offerta di ricusarsi. Si è giustificato per l'ultima volta, affermando che “non sono il custode di mio fratello”. Ma il danno era già stato fatto, tanto più che le dichiarazioni di Krongard sono state rilasciate sotto giuramento. Membri della commissione di entrambi i partiti lo hanno attaccato (“un fatto vergognoso”, ha detto il repubblicano Chris Shays). Krongard ha ribadito di non aver accettato la carica di ispettore generale con un disegno politico in mente, e di non avere legami con la Casa Bianca: “Ci sono andato solo da turista”, ha detto. Dopo essersi arrampicato sugli specchi sotto giuramento, ora potrebbe essere l'unica veste in cui gli sarà concesso di tornare. 

Alessandro Ursic

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