L'uomo di Bush che indagava sulla Blackwater aveva un fratello nel consiglio della compagnia di sicurezza
Con la Blackwater nel mirino da alcune settimane per l'uccisione di 17 iracheni
a Baghdad e per le accuse di contrabbando d'armi, a Washington qualcuno pensava
che l'ispettore generale del dipartimento di Stato Howard “Cookie” Krongard, in
realtà, sulla vicenda indagasse ben poco. Di più: che ostacolasse l'inchiesta.
Forse perché suo fratello maggiore Alvin “Buzzy” Krongard, un ex numero tre della
Cia, aveva legami importanti con la compagnia di sicurezza privata? “Voci maligne”,
si era difeso il funzionario. Che però mercoledì scorso, incalzato dai componenti
della commissione della Camera che controlla l'operato dell'amministrazione, ha
chiamato il fratellone e ha scoperto che, proprio in quel momento, “Buzzy” era
alla riunione nella sede della Blackwater in North Carolina.
L'affare Blackwater. Ma anche se l'ispettore Krongard si è tirato fuori dalla vicenda auto-ricusandosi,
la storia di Cookie e Buzzy ha riproposto le accuse di clientelismo rivolte all'amministrazione
Bush. Stavolta su un tema – quello dei legami con le società che forniscono guardie
per la sicurezza – che rischia di mettere in discussione la strategia Usa di fare
affidamento su migliaia di
contractors in Iraq e Afghanistan, alleggerendo così i compiti dell'esercito. Dopo la strage
del 16 settembre scorso e altri episodi simili contestati alla compagnia, il governo
iracheno tolse alla Blackwater la licenza di operare nel Paese, tornando qualche
giorno dopo sui suoi passi. Ma mentre Baghdad continua a indagare, la Blackwater
è sotto inchiesta anche negli Stati Uniti, per quel giorno di sangue ma anche
per le accuse di aver fatto entrare in Iraq armi illegali, finite poi nelle mani
dei ribelli curdi del Pkk.
Le accuse. Le indagini vanno però a rilento: l'Fbi non ha ancora interrogato i cinque principali
sospettati della sparatoria del 16 settembre. La “Commissione per la supervisione
e la riforma del governo” ha quindi accusato Krongard di ostacolare l'accertamento
della verità, per proteggere il dipartimento di Stato e la Casa Bianca. L'ispettore
generale ha negato, come ha smentito ripetutamente che il fratello lavorasse per
la Blackwater: “Buzzy”, a precisa domanda, gli aveva assicurato che non era vero.
Fino a quando, nell'udienza di mercoledì mattina, un membro della commissione
ha tirato fuori una mail del fondatore della Blackwater Erik Prince, spedita il
26 luglio, in cui si chiedeva ad Alvin Krongard di entrare a far parte del consiglio
di consulenza della compagnia. “Cookie” ha negato ancora. Ma la commissione lo
ha incalzato, esibendo un'altra mail del 5 settembre, in cui la Blackwater ringraziava
suo fratello “per aver accettato l'invito ad entrare nel consiglio”, che tra l'altro
si stava tenendo proprio in quel momento in North Carolina, con la presenza anche
di Alvin Krongard. “Magari è lì per dirgli che non accetta l'invito”, si è difeso
per l'ultima volta l'ispettore generale.
Il colpo di scena. Messo alle corde, Krongard ha potuto rifiatare quando l'udienza è stata interrotta
per una breve pausa. Ne ha approfittato per dare un colpo di telefono al fratello
maggiore e “apprendere” la verità. Tornato in aula, ha riferito della telefonata
e ha accettato senza battere ciglio l'offerta di ricusarsi. Si è giustificato
per l'ultima volta, affermando che “non sono il custode di mio fratello”. Ma il
danno era già stato fatto, tanto più che le dichiarazioni di Krongard sono state
rilasciate sotto giuramento. Membri della commissione di entrambi i partiti lo
hanno attaccato (“un fatto vergognoso”, ha detto il repubblicano Chris Shays).
Krongard ha ribadito di non aver accettato la carica di ispettore generale con
un disegno politico in mente, e di non avere legami con la Casa Bianca: “Ci sono
andato solo da turista”, ha detto. Dopo essersi arrampicato sugli specchi sotto
giuramento, ora potrebbe essere l'unica veste in cui gli sarà concesso di tornare.