23/03/2004versione stampabilestampainvia paginainvia



Ucciso da Israele lo sceicco Yassin, capo di Hamas
lo sceicco yassin“Siamo stati svegliati stamattina presto dai nostri vicini di casa”, racconta Michela, una volontaria italiana che lavora a Nablus, “e ci hanno detto di andare nella piazza principale della città, dove la popolazione rendeva omaggio all’eroe nazionale palestinese ucciso da Israele.”
L’eroe in questione è Ahmed Yassin, capo spirituale di Hamas.
Yassin usciva dalla moschea del distretto di Sabra, nella Striscia di Gaza, dopo la preghiera del mattino quando tre razzi sparati in rapida successione da due elicotteri da combattimento dell’esercito israeliano hanno posto fine alla vita del disabile più temuto dall’Occidente.
Con lui hanno perso la vita uno dei suoi figli e due guardie del corpo.
“La piazza brulicava di gente”, continua Michela,”molti dei quali armati che sparavano all’impazzata. La rabbia si toccava con mano, tutti parlavano dello sceicco come di un benefattore, un mito. Un simbolo di lotta e di umanità.”
 
Chi è morto ieri, un benefattore o uno spietato terrorista? La risposta la danno le centinaia di vittime civili che Hamas e il suo sceicco semicieco hanno sulla coscienza.
Una profezia di Yassin prevedeva la scomparsa dello stato d’Israele nel 2025, ma da ieri si ha la certezza che se anche dovesse accadere, lo sceicco la vedrà realizzarsi dal cimitero dei martiri di Gaza City, dove sono stati portati i suoi resti inceneriti in una bara avvolta nel vessillo verde di Hamas, circondato da una folla inferocita di centinaia di persone.
 
Lo sceicco Yassin, sfuggito a un attentato il 6 settembre 2003, rimanendo ferito ad un braccio in modo lieve, era nato ad Ashkelon, nel sud d’Israele, nel 1938. Rimasto immobilizzato in seguito ad un incidente mentre giocava a calcio a dodici anni, si trasferisce al Cairo, dove frequenta l’Università di al-Azhar e comincia la carriera politica negli anni Settanta militando nei Fratelli Musulmani.
Decide di fondare una propria organizzazione integralista islamica, chiamata Mujama al-Islami che nel 1982 si radicalizza e cambia il proprio nome in Majd el-Mujaeddin.
 
Dopo una prima detenzione nel 1984, fonda durante la prima Intifada il gruppo di Hamas che ha come scopo la totale distruzione d’Israele e la creazione di uno stato islamico nella Palestina storica.
Tornato in carcere agli inizi degli anni Novanta e condannato all’ergastolo, esce di prigione nel 1997 per uno scambio di detenuti tra l’Autorità Palestinese e il governo di Tel Aviv. Torna a Gaza accolto come un eroe, ma la popolarità del suo gruppo è abbastanza recente. Hamas ha saputo occupare il vuoto sociale che l’Anp ha creato: i palestinesi, costretti a una vita priva di tutto, vedevano crescere il benessere di una ristrettissima classe dirigente dell’Olp, mentre a loro mancava tutto. Inoltre il fallimento degli accordi di Oslo ha tolto agli uomini di Arafat quella legittimazione politica che poteva far ingoiare il rospo della corruzione alla gente, soprattutto nei campi profughi.
 
Hamas invece ha costruito scuole e ospedali, aiutato le famiglie attraverso enti benefici religiosi e questo le ha dato una popolarità che il braccio militare dell’organizzazione ha sfruttato sapientemente, allevando i ragazzi che poi mandava a farsi esplodere nei locali pubblici israeliani, propinando una versione dell’Islam del martirio che tanti lutti ha causato tra gli israeliani e i palestinesi. Più attentatori suicidi esplodevano, più la repressione israeliana era dura e cieca. Su questo gioco al massacro Yassin ha guidato i suoi uomini per anni, convincendo tanta gente che l’alternativa alla disperazione e alla miseria non era la trattativa politica, ma la jihad permanente.
 
L’Autorità Nazionale Palestinese ha continuato a galleggiare tra il tentativo di accreditarsi politicamente come interlocutore credibile con la comunità internazionale e la volontà di non lasciare la piazza totalmente in mano agli estremisti. Oggi, dopo i quasi quattromila morti della seconda Intifada, si può affermare che ha fallito entrambi gli obiettivi, forse per non averne saputo scegliere davvero nessuno.
Non a caso Abu Ala, primo ministro palestinese, ha parlato di un “atto codardo e pericoloso”, mentre Arafat ha dichiarato tre giorni di lutto nazionale, lo sciopero generale nei Territori e la chiusura delle scuole in memoria di Yassin, trattato come un eroe. Nessun riferimento alle decine di attentati compiuti su ordine dello sceicco tetraplegico.
 
Hamas ha promesso una vendetta terribile nel giro di poche ore e Israele sa che non è una minaccia vana.
Non a caso, appena si è diffusa la notizia della morte dello sceicco, i Territori Occupati sono stati sigillati.
“Non si entra e non si esce”, ci racconta Michela, “ci hanno consigliato di rimanere tranquilli, in casa, perché la vendetta di Hamas sarà terribile e non tarderà. I reparti speciali israeliani hanno compiuto un raid alle 12 nel campo profughi di Balata, nei pressi di Nablus. Negli scontri è morto Ahmed Abu Halimi, un giornalista di 22 anni che cercava di fare il proprio lavoro.”
Un film già visto, nella lotta tra fondamentalisti che usano le vite umane come armi, un governo incapace di andare oltre una cieca furia repressiva e un’Autorità palestinese che non controlla più nulla, a morire sono le persone come Ahmed.

Christian Elia

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