
“Siamo stati svegliati stamattina presto dai nostri vicini di casa”, racconta
Michela, una volontaria italiana che lavora a Nablus, “e ci hanno detto di andare
nella piazza principale della città, dove la popolazione rendeva omaggio all’eroe
nazionale palestinese ucciso da Israele.”
L’eroe in questione è Ahmed Yassin, capo spirituale di Hamas.
Yassin usciva dalla moschea del distretto di Sabra, nella Striscia di Gaza, dopo
la preghiera del mattino quando tre razzi sparati in rapida successione da due
elicotteri da combattimento dell’esercito israeliano hanno posto fine alla vita
del disabile più temuto dall’Occidente.
Con lui hanno perso la vita uno dei suoi figli e due guardie del corpo.
“La piazza brulicava di gente”, continua Michela,”molti dei quali armati che
sparavano all’impazzata. La rabbia si toccava con mano, tutti parlavano dello
sceicco come di un benefattore, un mito. Un simbolo di lotta e di umanità.”
Chi è morto ieri, un benefattore o uno spietato terrorista? La risposta la danno
le centinaia di vittime civili che Hamas e il suo sceicco semicieco hanno sulla
coscienza.
Una profezia di Yassin prevedeva la scomparsa dello stato d’Israele nel 2025,
ma da ieri si ha la certezza che se anche dovesse accadere, lo sceicco la vedrà
realizzarsi dal cimitero dei martiri di Gaza City, dove sono stati portati i suoi
resti inceneriti in una bara avvolta nel vessillo verde di Hamas, circondato da
una folla inferocita di centinaia di persone.
Lo sceicco Yassin, sfuggito a un attentato il 6 settembre 2003, rimanendo ferito
ad un braccio in modo lieve, era nato ad Ashkelon, nel sud d’Israele, nel 1938.
Rimasto immobilizzato in seguito ad un incidente mentre giocava a calcio a dodici
anni, si trasferisce al Cairo, dove frequenta l’Università di al-Azhar e comincia
la carriera politica negli anni Settanta militando nei Fratelli Musulmani.
Decide di fondare una propria organizzazione integralista islamica, chiamata
Mujama al-Islami che nel 1982 si radicalizza e cambia il proprio nome in Majd
el-Mujaeddin.
Dopo una prima detenzione nel 1984, fonda durante la prima Intifada il gruppo
di Hamas che ha come scopo la totale distruzione d’Israele e la creazione di uno
stato islamico nella Palestina storica.
Tornato in carcere agli inizi degli anni Novanta e condannato all’ergastolo,
esce di prigione nel 1997 per uno scambio di detenuti tra l’Autorità Palestinese
e il governo di Tel Aviv. Torna a Gaza accolto come un eroe, ma la popolarità
del suo gruppo è abbastanza recente. Hamas ha saputo occupare il vuoto sociale
che l’Anp ha creato: i palestinesi, costretti a una vita priva di tutto, vedevano
crescere il benessere di una ristrettissima classe dirigente dell’Olp, mentre
a loro mancava tutto. Inoltre il fallimento degli accordi di Oslo ha tolto agli
uomini di Arafat quella legittimazione politica che poteva far ingoiare il rospo
della corruzione alla gente, soprattutto nei campi profughi.
Hamas invece ha costruito scuole e ospedali, aiutato le famiglie attraverso enti
benefici religiosi e questo le ha dato una popolarità che il braccio militare
dell’organizzazione ha sfruttato sapientemente, allevando i ragazzi che poi mandava
a farsi esplodere nei locali pubblici israeliani, propinando una versione dell’Islam
del martirio che tanti lutti ha causato tra gli israeliani e i palestinesi. Più
attentatori suicidi esplodevano, più la repressione israeliana era dura e cieca.
Su questo gioco al massacro Yassin ha guidato i suoi uomini per anni, convincendo
tanta gente che l’alternativa alla disperazione e alla miseria non era la trattativa
politica, ma la jihad permanente.
L’Autorità Nazionale Palestinese ha continuato a galleggiare tra il tentativo
di accreditarsi politicamente come interlocutore credibile con la comunità internazionale
e la volontà di non lasciare la piazza totalmente in mano agli estremisti. Oggi,
dopo i quasi quattromila morti della seconda Intifada, si può affermare che ha
fallito entrambi gli obiettivi, forse per non averne saputo scegliere davvero
nessuno.
Non a caso Abu Ala, primo ministro palestinese, ha parlato di un “atto codardo
e pericoloso”, mentre Arafat ha dichiarato tre giorni di lutto nazionale, lo sciopero
generale nei Territori e la chiusura delle scuole in memoria di Yassin, trattato
come un eroe. Nessun riferimento alle decine di attentati compiuti su ordine dello
sceicco tetraplegico.
Hamas ha promesso una vendetta terribile nel giro di poche ore e Israele sa che
non è una minaccia vana.
Non a caso, appena si è diffusa la notizia della morte dello sceicco, i Territori
Occupati sono stati sigillati.
“Non si entra e non si esce”, ci racconta Michela, “ci hanno consigliato di rimanere
tranquilli, in casa, perché la vendetta di Hamas sarà terribile e non tarderà.
I reparti speciali israeliani hanno compiuto un raid alle 12 nel campo profughi
di Balata, nei pressi di Nablus. Negli scontri è morto Ahmed Abu Halimi, un giornalista
di 22 anni che cercava di fare il proprio lavoro.”
Un film già visto, nella lotta tra fondamentalisti che usano le vite umane come
armi, un governo incapace di andare oltre una cieca furia repressiva e un’Autorità
palestinese che non controlla più nulla, a morire sono le persone come Ahmed.