15/04/2004versione stampabilestampainvia paginainvia



Una cooperante che lavora a Gaza racconta la condizione della popolazione
case distrutte a rafah“Ci siamo stupiti anche noi che viviamo qui ogni giorno. Dopo tanto tempo che non succedeva nulla a Rafah, oggi hanno bombardato. La situazione era stranamente tranquilla.”
Meri, cooperante italiana che da tempo lavora nella Striscia di Gaza, racconta l’attacco di questa mattina nella zona meridionale della Striscia, al confine con l’Egitto. La motivazione del raid dell’esercito israeliano, condotto come al solito all’alba, con 25 blindati ed elicotteri da combattimento, era quella di distruggere i tunnel che vengono utilizzati, secondo Tel Aviv, per far passare i rifornimenti all’intifada dall’Egitto.
 
Un razzo sparato in mezzo alla folla, per disperdere i manifestanti che si avvicinavano pericolosamente ai soldati israeliani, almeno nella versione del ministero della Difesa israeliano, ha ferito venti persone.
“Probabilmente l’attacco fa parte della strategia militare israeliana per mettere in sicurezza il corridoio che segnerà il confine con l’Egitto”, continua Meri, “colpire Rafah per rafforzare questo cuscinetto, preparandosi a quando lascerà la Striscia di Gaza. Rappresenterà la frontiera di sicurezza a sud, la cui gestione sarà affidata all’esercito egiziano. Tutto questo avviene sulla pelle della popolazione civile di Rafah, dove il centro abitato è stato dimezzato con la demolizione di centinaia di case.”
 
Il premier Sharon, in visita negli Stati Uniti ha ribadito l’intenzione d’Israele di abbandonare la Striscia, ma al prezzo di rendere permanenti alcuni insediamenti in Cisgiordania. L’amministrazione Bush sembra orientata ad accettare. La dirigenza dell’Autorità Nazionale Palestinese è in fermento e l’Unione Europea non ha gradito questo unilateralismo israelo-statunitense. Mentre i grandi decidono a tavolino del destino di migliaia di persone, qual è la percezione della popolazione civile di questo promesso ritiro dalla Striscia?
“La gente comincia a crederci davvero”, dice Meri, “la convinzione si rafforza sempre di più, ma rimangono i problemi di tutti i giorni.”
 
Sono proprio quelli di cui si parla in una ricerca del Centro di Salute Mentale di Gaza, di prossima pubblicazione in Italia. Dal risultato sconvolgente. Un ragazzo di Gaza su tre, tra i 12 e i 13 anni, vorrebbe diventare un martire, cioè in parole povere compiere un attentato suicida.
Siamo a questo punto?
 
“Io non so come ci si possa sbilanciare in questo modo con le statistiche, né come vengano raccolti i dati”, spiega Meri, “non mi azzarderei mai a fare percentuali di sorta, anzi direi che ci sono tantissime persone che non ne possono più di tutta questa violenza. Esiste una larga parte della società palestinese che vuole farla finita con le rappresaglie kamikaze. Il dato reale è quello della desolante situazione con cui questa gente vive ogni giorno: vengono in tantissimi a chiederci soldi per tirare avanti e per denunciare le vessazioni quotidiane che subiscono. Alcune affermazioni, soprattutto tra i ragazzi, vanno prese con le molle, proprio perché generate da questa disperazione.C’è molta differenza tra il fare un’affermazione del genere e farsi saltare in aria. Troppo spesso non si parla di chi invece, ogni giorno, lavora e si batte con serietà e passione perché tutto questo non avvenga. Non bisogna guardare solo al fondamentalismo, ma anche e soprattutto a questa gente.”
 
Anche se la Striscia di Gaza venisse liberata, dopo le dichiarazioni di Bush e Sharon rispetto alla Cisgiordania, rimarrebbero molti i problemi da risolvere. Meri spiega che “rimane il muro il problema più sentito. La mobilitazione è sempre attiva e vede lottare fianco a fianco Israeliani e Palestinesi. Alcune comunità, dalla sera alla mattina, si sono trovate divise, isolate. Pochi giorni fa, in un villaggio nella zona di Ramallah, una manifestazione congiunta tra Palestinesi e Israeliani, ha ottenuto il cambiamento del tracciato del muro in costruzione in quella zona. Lottano per una vita normale, contro questa barriera che, non riuscendo a fermare il terrorismo, rende la vita impossibile alle popolazioni civili. Questa vittoria l’hanno ottenuta assieme.”
 
A proposito do complicazioni, da qualche tempo si parla di difficoltà nel avere un visto per i cooperanti internazionali che aiutano i Palestinesi. E’ vero?
“Per venire in Israele non c’è bisogno di nessun visto per un cittadino dell’Unione Europea”, chiarisce Meri, “chiunque ne faccia richiesta ottiene un visto d’accesso di tre mesi. Succede invece che i visti di lavoro non li danno a nessuno, neanche alle Organizzazioni Non Governative (Ong). In questo senso siamo dei clandestini. Abbiamo protestato vivacemente, inviando una lettera alle autorità competenti, senza ottenerne risposta. Per la Striscia di Gaza c’è un problema ulteriore: Israele, circa un anno fa, ha stilato una lista delle Ong autorizzate ad operare a Gaza, oltre al personale delle Nazioni Unite. Chi non era presente allora in Palestina non riesce a entrare, se non dopo una trafila burocratica di cui non s’intravede la fine. Anzi, solo da ieri, dopo le nostre pressioni, abbiamo di nuovo l’autorizzazione a passare con i mezzi dal valico di Erez.
Questo bloccava rifornimenti medici, alimentari e ambulanze.”
 
Tra attacchi dell’esercito, difficoltà burocratiche e disperazione, una Striscia di Gaza interamente palestinese sarebbe comunque un passo avanti. Questo passaggio però. Sarà completamente indolore?
“Sarà un momento difficile”, dice Meri, “ci sono delle lotte di potere significative all’interno dell’Autorità Nazionale Palestinese e, fuori da questa, si stanno creando, a velocità preoccupante, delle milizie armate. Purtroppo non c’è stato e non è previsto un reale passaggio di consegne, ed è quello il problema. Dopo Arafat, si apre un pericoloso vuoto politico. Bisogna sperare che i Palestinesi mantengano quella lucidità stupefacente che li ha tenuti uniti in questi anni.”
Nella malaugurata ipotesi in cui la transizione non fosse un’occasione da festeggiare, ma si trasformasse in una lotta per il potere, con chi si schiererebbe la popolazione?

“Nonostante tutto l’investimento politico che Hamas ha fatto tramite gli enti caritatevoli islamici”, conclude Meri, “non credo che la maggioranza della popolazione appoggi i fondamentalisti. In massima parte c’è una visione laica della vita. La lotta per il potere ci sarà comunque e, temo, non sarà indolore.”

Christian Elia

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