Intervista alla giornalista Esra Arsan: ''Sul Pkk i media turchi fomentano il nazionalismo''
scritto per noi da
Francesca Micheletti
La festa nazionale turca, che si celebra il 29 ottobre, è da poco passata, e
le bandiere rosse sventolano aggressivamente da ogni balcone, muro o negozio.
Intanto al confine con l’Iraq, nella parte sud-orientale del Paese, si susseguono
gli scontri fra l’esercito e i ribelli separatisti curdi del Pkk. Scontri circoscritti
che hanno una vasta eco, arrivando ad intaccare anche le pieghe più democratiche
dei centri urbani “occidentalizzati”, come Istanbul. Esra Arsan, giornalista per dieci anni per alcune delle testate principali del Paese e
ora docente di giornalismo alla Bilgi University di Istanbul, parte dai media
per raccontare il clima di tensione crescente fra i turchi e la minoranza curda.
Qual è stato l’atteggiamento della stampa turca nei confronti degli avvenimenti
recenti al confine sud-orientale?
In generale la stampa turca ha assunto toni sensazionalistici e nazionalistici.
Non ha tentato di analizzare quello che sta succedendo nel sud-est in rapporto
alla questione curda, al suo contesto storico e alle sue caratteristiche. La stampa
sta solo cercano di rendere più sensazionale la morte dei soldati turchi, portando
avanti un discorso contro la popolazione curda che abita in Turchia. Si tratta
di un discorso che esprime desiderio di guerra verso il Pkk, e nel contempo punta
a far credere che tutti i curdi sostengano il Pkk.
Si tratta di tensioni costantemente presenti nella società turca?
Questa tensione anti-curda è sempre esistita in questo Paese, specialmente a
livello dell’apparato statale, di cui i media sono un microfono. Lo stato ha sempre
cercato di ignorare l’esistenza dei curdi e dei problemi connessi alla loro minoranza,
ai loro diritti, alla lingua. I media funzionano come apparato ideologico dello
stato, riproducendo così il discorso contro la minoranza curda e non solo, insistendo
sul concetto di “nemici dello stato”. Lo stato cerca sempre di far credere che
“loro” si stanno prendendo parte della terra, che devono essere controllati, e
la ragione principale è che sono curdi.
Questo aspetto dei media ha la capacità di influenzare anche gli abitanti dei
grandi centri urbani, come Istanbul?
Purtroppo sì. In questi giorni ci sono state diverse aggressioni contro curdi,
anche per strada. Alcuni nazionalisti tentano di distruggere case, macchine, luoghi
di lavoro, anche se le vittime non hanno collegamenti con il Pkk. Semplicemente
perché sono curdi e pensano che debbano essere eliminati. In una sola settimana
ci sono stati 10-15 attacchi a Izmir, Ankara, Antalya, Istanbul. Ad Antalya un
gruppo di studenti è stato malmenato da nazionalisti perché prendevano parte ad
una manifestazione contro l’operazione turca al confine.
Si tratta di episodi inusuali?
Inusuali e inaspettati. Ma quando viene portato avanti questo tipo di discorso
le persone si ritrovano pronte a combattere l’una contro l’altra, perché la situazione
è abbastanza tesa. Pensiamo a quello che è successo nella ex Jugoslavia: le persone
hanno iniziato a uccidersi tra vicini da un giorno all’altro. Vivevano insieme,
ma se si utilizza il discorso nazionalista è così facile manipolare e indurre
a combattere uno contro l’altro.
E’ questo il caso, secondo lei?
Credo che in Turchia ci sia un rischio di guerra civile. Se i media continuano
così, chi sa cosa può accadere? Personalmente posso dire di avere paura.
Anche lontano dal confine, come qui a Istanbul, si percepisce la tensione?
C’è sicuramente tensione. E’ sorprendente, basta andare in un centro commerciale
per sentire persone che fanno affermazioni come “dobbiamo ammazzare questi curdi”.
Prima non accadeva con tanta frequenza e insistenza. Quella che è in atto ora
al confine è un’operazione politica, militare, fra l’esercito e il Pkk, ma le
persone non capiscono. Continuano a credere nell’equivalenza fra i curdi e il
Pkk.
Si tratta di un’equivalenza errata?
Certo. Non tutti i curdi sono a favore del Pkk. Certo, alcuni di loro lo sono,
perché occorre anche considerare che la situazione nella parte sud-orientale del
Paese è molto diversa da quella delle grandi città come Ankara e Istanbul. I giovani
vanno sulle montagne per unirsi ai guerriglieri perché sanno che è più divertente,
è più facile farsi una vita, visto che in questa parte della Turchia non ci sono
opportunità di studio o di lavoro, non c’è niente. In più, essere guerrigliero
è una faccenda che fa acquistare carisma, soprattutto se sei una donna: è un modo
per conquistare indipendenza, avere una relazione, fare sesso liberamente. Se
le condizioni di quella parte del Paese migliorano, grazie ad aiuti dall’esterno,
sono certa che sempre meno persone sarebbero tentate ad unirsi al Pkk.
Una parte della soluzione sembrerebbe cambiare il famigerato articolo 301 del
codice penale turco, che punisce con il carcere qualsiasi offesa alla dignità
dello stato a mezzo stampa…
L’articolo cambierà, il più presto possibile, anche se a chi è al potere non
piacerà. Decine di giornalisti sono attualmente sotto processo a causa di questo
articolo, che limita le possibilità di criticare il governo, crea meccanismi di
auto-censura, e impedisce ad un vero “giornalismo di pace” di nascere. D’altronde,
uno stato che è sicuro della propria dignità non dovrebbe sentire l’esigenza di
proteggerla in maniera così drastica.