13/11/2007versione stampabilestampainvia paginainvia



Gli abitanti di Nahr el Bared rimasti senza rifugio chiedono di emigrare in Europa
Un centinaio di profughi del campo di Nahr el Bared si è riunito lunedì a Beirut, per un sit in davanti alla sede dell'Unrwa, l'agenzia delle Nazioni Unite che si occupa dei profughi palestinesi. Chiedono di tornare nelle loro abitazioni all'interno del campo e minacciano: “se non si deciderà quando e come farci tornare, chiederemo ai paesi europei di concederci dei visti per emigrare”.

Beddawi. I manifestanti si lamentano per la scarsità degli aiuti che ricevono nel campo di Beddawi, dove sono stati ospitati, durante e dopo la battaglia dei mesi scorsi tra i miliziani di Fatah al Islam e i soldati dell'esercito libanese. Molte delle famiglie di Nahr el Bared vivono ormai da mesi all'interno delle scuole del campo di Beddawi, che dista una decina di chilometri dal loro. Una situazione diventata ormai insostenibile e paradossale -essere profughi di un campo profughi-, specialmente alla luce delle promesse fatte dal governo di Beirut che, all'indomani della liberazione del campo, aveva promesso ai Palestinesi aiuti per la ricostruzione e un pronto ritorno. La manifestazione di lunedì è stata una protesta composta, ma, giusto martedì scorso, una donna rifugiata a Beddawi aveva minacciato di farsi saltare in aria se non le fosse stato concesso di tornare a casa. “L'amministrazione scolastica ci dice che ci manderanno via domani -racconta un profugo ospitato in un istituto a Beddawi-. Ma nessuno ci ha detto dove finiremo”.

Mesto ritorno. Il 10 ottobre alcune centinaia di famiglie hanno iniziato a tornare nelle loro abitazioni all'interno del campo di Nahr el Bared. Un momento a lungo atteso, che per molti si è rivelato una triste sorpresa. Secondo l'Unrwa, la battaglia infuriata per mesi nel campo ha causato la distruzione dell'85 percento delle abitazioni e di gran parte delle infrastrutture. “facciamo del nostro meglio per fornire l'essenziale -spiega un portavoce dell'agenzia-. Ci sono un sacco di macerie, c'è poca acqua, non c'è corrente elettrica e solo un numero minimo di generatori è in funzione”. Alcuni mesi fa le Nazioni Unite hanno iniziato a costruire delle abitazioni temporanee per le famiglie che al ritorno hanno trovato la casa distrutta, ma i profughi denunciano che i lavori sono fermi da mesi, le abitazioni sono sufficienti solo per un migliaio di persone e sono state lasciate al grezzo, senza nemmeno i vetri alle finestre. La Croce Rossa Internazionale ha lanciato un progetto che, in tre mesi, dovrebbe portare al ripristino delle reti idrica e fognaria, ma tra i circa cinquemila profughi tornati nel campo prevalgono lo sconforto e il senso di abbandono.

Devastazione e saccheggio. Ad oggi l'accesso al campo è vietato sia per gli operatori umanitrari che per i giornalisti, per cui non è ancora possibile avere dei dati precisi sul reale livello delle distruzioni. Da diverse testimonianze, per esempio quelle raccolte dal sito web Electronic Lebanon, emergono però alcuni dettagli inquietanti. Molte delle abitazioni sono state saccheggiate e date alle fiamme, dall'interno. Dall'esterno sembrano intatte, mentre dentro le pareti sono completamente annerite, sui pavimenti sono state trovate molte carcasse di pneumatici bruciati. A maggio, durante i primi giorni della battaglia, i residenti del campo dovettero fuggire in tutta fretta lasciando ogni loro avere: auto, elettrodomestici, mobili e quant'altro. Tutte queste cose sono state distrutte o rubate. I profughi raccontano di automobili distrutte o scomparse e di frigoriferi crivellati da colpi, in abitazioni dove non c'erano altri segni di battaglia. I residenti hanno trovato cassaforti e porte scassinate, armadi svuotati e slogan razzisti contro i palestinesi dipinti sulle pareti. Pare inoltre che molti degli elettrodomestici scomparsi siano stati trovati ammassati in alcune abitazioni, come in magazzini, pronti per essere “esportati” e rivenduti. Diversi testimoni, tra cui anche operatori umanitari che hanno osservato e fotografato il campo dall'esterno nel corso dell'assedio, sostengono che le devastazioni sono state compiute nelle ultime due settimane della battaglia, e solo in minima parte per mano dei miliziani di Fatah al Islam. “La distruzione è stata sistematica -racconta un volontario rimasto anonimo-. Ogni casa è stata devastata fino al punto che non fosse più possibile ritornarci”. “Non chiedeteci cosa hanno ribato -dicono altri- chiedeteci cos'hanno lasciato”.
 

Naoki Tomasini

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