stampa
invia
Beddawi. I manifestanti si
lamentano per la scarsità degli aiuti che ricevono nel campo
di Beddawi, dove sono stati ospitati, durante e dopo la battaglia dei
mesi scorsi tra i miliziani di Fatah al Islam e i soldati
dell'esercito libanese. Molte delle famiglie di Nahr el Bared vivono
ormai da mesi all'interno delle scuole del campo di Beddawi, che
dista una decina di chilometri dal loro. Una situazione diventata
ormai insostenibile e paradossale -essere profughi di un campo
profughi-, specialmente alla luce delle promesse fatte dal governo di
Beirut che, all'indomani della liberazione del campo, aveva promesso
ai Palestinesi aiuti per la ricostruzione e un pronto ritorno. La
manifestazione di lunedì è stata una protesta composta,
ma, giusto martedì scorso, una donna rifugiata a Beddawi aveva
minacciato di farsi saltare in aria se non le fosse stato concesso di
tornare a casa. “L'amministrazione scolastica ci dice che ci
manderanno via domani -racconta un profugo ospitato in un istituto a
Beddawi-. Ma nessuno ci ha detto dove finiremo”.
Mesto ritorno. Il 10 ottobre
alcune centinaia di famiglie hanno iniziato a tornare nelle loro
abitazioni all'interno del campo di Nahr el Bared. Un momento a lungo
atteso, che per molti si è rivelato una triste sorpresa.
Secondo l'Unrwa, la battaglia infuriata per mesi nel campo ha causato
la distruzione dell'85 percento delle abitazioni e di gran parte
delle infrastrutture. “facciamo del nostro meglio per fornire
l'essenziale -spiega un portavoce dell'agenzia-. Ci sono un sacco di
macerie, c'è poca acqua, non c'è corrente elettrica e
solo un numero minimo di generatori è in funzione”. Alcuni
mesi fa le Nazioni Unite hanno iniziato a costruire delle abitazioni
temporanee per le famiglie che al ritorno hanno trovato la casa
distrutta, ma i profughi denunciano che i lavori sono fermi da mesi,
le abitazioni sono sufficienti solo per un migliaio di persone e sono
state lasciate al grezzo, senza nemmeno i vetri alle finestre. La
Croce Rossa Internazionale ha lanciato un progetto che, in tre mesi,
dovrebbe portare al ripristino delle reti idrica e fognaria, ma tra i
circa cinquemila profughi tornati nel campo prevalgono lo sconforto e
il senso di abbandono.
Devastazione e saccheggio. Ad
oggi l'accesso al campo è vietato sia per gli operatori
umanitrari che per i giornalisti, per cui non è ancora
possibile avere dei dati precisi sul reale livello delle distruzioni.
Da diverse testimonianze, per esempio quelle raccolte dal sito web
Electronic Lebanon, emergono però alcuni dettagli
inquietanti. Molte delle abitazioni sono state saccheggiate e date
alle fiamme, dall'interno. Dall'esterno sembrano intatte, mentre
dentro le pareti sono completamente annerite, sui pavimenti sono
state trovate molte carcasse di pneumatici bruciati. A maggio,
durante i primi giorni della battaglia, i residenti del campo
dovettero fuggire in tutta fretta lasciando ogni loro avere: auto,
elettrodomestici, mobili e quant'altro. Tutte queste cose sono state
distrutte o rubate. I profughi raccontano di automobili distrutte o
scomparse e di frigoriferi crivellati da colpi, in abitazioni dove
non c'erano altri segni di battaglia. I residenti hanno trovato
cassaforti e porte scassinate, armadi svuotati e slogan razzisti
contro i palestinesi dipinti sulle pareti. Pare inoltre che molti
degli elettrodomestici scomparsi siano stati trovati ammassati in
alcune abitazioni, come in magazzini, pronti per essere “esportati”
e rivenduti. Diversi testimoni, tra cui anche operatori umanitari che
hanno osservato e fotografato il campo dall'esterno nel corso
dell'assedio, sostengono che le devastazioni sono state compiute
nelle ultime due settimane della battaglia, e solo in minima parte
per mano dei miliziani di Fatah al Islam. “La distruzione è
stata sistematica -racconta un volontario rimasto anonimo-. Ogni casa
è stata devastata fino al punto che non fosse più
possibile ritornarci”. “Non chiedeteci cosa hanno ribato -dicono
altri- chiedeteci cos'hanno lasciato”.Naoki Tomasini