Si è tenuta l'ultima udienza della Corte Internazionale di Giustizia sul muro d'Israele

“In questi giorni è andata in scena una campagna ipocrita nel circo internazionale
dell’Aja, dove si sta tentando di negare a Israele il diritto fondamentale all’autodifesa.
Israele costruirà la barriera di sicurezza e la completerà, così come ha deciso
il governo.”
La dichiarazione rilasciata martedì scorso da Ariel Sharon, primo ministro d’Israele,
al quotidiano Yediot Ahronot, rende chiarissima la posizione del governo israeliano
rispetto al giudizio della Corte Internazionale di Giustizia.
Tel Aviv non riconosce la competenza della Corte a pronunciarsi in materia, trattandosi
di sicurezza interna di uno Stato e non di una controversia tra Stati. Israele
non ha presenziato al dibattimento.
La leadership palestinese aveva tentato la via legale delle Nazioni Unite dopo
una mozione di condanna del muro del Consiglio di Sicurezza dell’Onu del 15 ottobre
2003, bloccata dal veto degli Stati Uniti. La delegazione palestinese a quel punto
chiede un voto all’Assemblea Generale che si pronuncia sull’argomento l’8 dicembre
2003, con la mozione palestinese di condanna che passa a larga maggioranza, anche
se l’Unione Europea si astiene e gli Stati Uniti votano contro. L’Assemblea chiede
un parere giuridico alla Corte Internazionale di Giustizia, suo massimo organo
giurisdizionale.
Così arriviamo a lunedì 23 febbraio 2004, primo giorno di udienze che si sono
concluse ieri. Il dibattimento è stata segnato dalle assenze pesanti più che dai
risultati emersi. L’Unione Europea e gli Stati Uniti non hanno partecipato, ridimensionando
implicitamente il peso della sentenza, qualunque essa sia.
Anche il clima con cui la Corte ha iniziato i suoi lavori al Palazzo della Pace
dell’Aja era plumbeo.
Il giorno prima, a Gerusalemme, un attentatore suicida si era fatto esplodere
sul bus numero 14 uccidendo se stesso e altre 8 persone. L’attentato, fermamente
condannato dai dirigenti palestinesi, è stato rivendicato dalla Brigata dei martiri
di al-Aqsa, vicini ad al-Fatah, il partito di Arafat.
Nella piazza antistante l’edificio si sono alternati, accuratamente separati
dalla polizia olandese, qualche migliaio di manifestanti israeliani e palestinesi.
Gli ebrei hanno fatto arrivare da Israele la carcassa dell’autobus sventrato
in un attentato del 29 gennaio a Gerusalemme che costò la vita a 11 persone, uguale
a quello dell’attentato di domenica.
Su un enorme pannello c’erano esposte le foto di mille israeliani morti in attentati
palestinesi, cosa che non è piaciuta al sindaco dell’Aja, che ha accusato l’ambasciata
d’Israele di provocare tensione tra i manifestanti.
I palestinesi hanno portato invece le storie di vita quotidiana, le famiglie
separate dal muro che distrugge vite come abbatte alberi di olive. Con loro anche
una delegazione di rabbini ultraortodossi che si oppongono da sempre allo Stato
d’Israele, ritenendolo contrario alla volontà della religione ebraica.
Nello stesso momento in Palestina, un network di associazioni che si oppongono
alla costruzione del muro, aveva indetto la Giornata della rabbia, con una serie
di manifestazioni in tutti i Territori Occupati. Tutto si è fermato, i commerci
come gli uffici pubblici, da Ramallah ad Abu Dis.
A Gerusalemme, Hebron, Betlemme e Deir Ghun si sono verificati anche scontri
tra manifestanti e forze di sicurezza israeliane, mentre i giornali israeliani
più letti, tra cui il Ma’ariv e il Yediot Ahronot, richiamavano a gran voce la
mattanza di civili israeliani dall’inizio della seconda Intifada, nel settembre
2000.
Le parti in causa sono cristallizzate sulla contrapposizione dura e il ricorso
alla giustizia sopranazionale ha un’utilità politica più che pratica. Basti pensare
alle 38 risoluzioni che le Nazioni Unite hanno adottato sul conflitto israelo-palestinese
dal 1967 che giacciono inapplicate da anni, anche grazie ai 27 veti posti dagli
Stati Uniti.
Israele e Palestina non riescono a parlarsi senza lanciarsi reciproche accuse,
come sul muro. Barriera difensiva per impedire l’ingresso in Israele di terroristi
provenienti dai Territori Occupati, muro dell’aparthaid per i palestinesi, che
ritengono il progetto israeliano un modo per sedersi a un futuro tavolo delle
trattative con uno stato di fatto consolidato che gli assegni gran parte di quello
che doveva essere il futuro stato palestinese.
“Nessuno contesta il diritto israeliano di costruire una barriera di sicurezza,
ma a condizione che venga innalzata sul suo territorio, non annettendo parti intere
di Palestina. Così facendo annullano di fatto la continuità territoriale del nostro
Paese e ne compromettono gravemente lo sviluppo futuro.” Questa la posizione della
delegazione palestinese all’Aja.
Israele sostiene invece che l’attentato di domenica sia la prova di come il muro
è indispensabile per ridurre i rischi di attentati in Israele, visto che l’attentatore
proveniva da una zona che è ancora sprovvista di recinzione. Un dialogo tra sordi
insomma.
In realtà le critiche a Israele non mancano. Molti osservatori internazionali
sono convinti che l’idea della barriera sia da ricondurre a Arnon Saffer, geografo
dell’Università di Haifa, che ha calcolato che nel 2020 il sorpasso demografico
degli arabi in Israele sarà completo. Ci sarebbe quindi una preoccupazione sociale
ala base di questa decisione. Altri ancora sostengono che Tel Aviv voglia creare
uno status quo a suo favore per sedersi a un tavolo di pace (per adesso molto
improbabile) con posizioni acquisite.
Il governo d’Israele smentisce. Il muro dovrebbe essere completato nel 2005 per
un costo totale che oscilla tra i 3,5 e i 5miliardi di dollari, per una lunghezza
complessiva di 730 chilometri, di cui ad oggi 180 edificati.
Nessuno però conosce il progetto finale, comunque modificabile in corso d’opera.
Il timore è che l’unilateralismo israeliano nel costruire il suo muro incendi
un’area che tranquilla non è. “Il muro di separazione rappresenta una minaccia
diretta non solo per gli interessi nazionali palestinesi e per l’idea di uno stato
palestinese, ma anche per la sicurezza nazionale della Giordania”, ha dichiarato
il principe Zeid ben Reed, capo della delegazione giordana, Paese considerato
amico d’Israele da tempi del trattato di Haravà. “La posizione legale degli arabi
è saldissima, per questo gli israeliani non sono venuti. Tutto il mondo arabo
sosterrà i palestinesi per il rispetto della loro dignità”, dichiara Amr Moussa,
segretario della Lega Araba. Anche la Conferenza Islamica ha presentato una memoria
favorevole alla Palestina.
In questo senso Israele è solo. Stati Uniti e Unione Europea non sono venuti,
ma non hanno mai gradito gli sconfinamenti del muro nei Territori Occupati. Il
momento politico internazionale peraltro è tale, da sconsigliare Washington a
compiere qualunque passo contro l’opinione pubblica araba. Human Rights Watch,
una delle voci più ascoltate tra gli attivisti per i diritti umani, ha denunciato
le illegalità d’Israele rispetto alla Convenzione Internazionale sui diritti civili
e politici (CIDCP), delle Nazioni Unite, di cui Israele è parte. Restrizione arbitraria
e eccessiva della libertà di movimento, violazione dell’obbligo di tutelare e
promuovere il benessere della popolazione di un paese occupato, violazione della
proibizione di spostare coattamente popolazioni e adottare cambiamenti permanenti
allo status quo di un Paese sotto occupazione.
In attesa della sentenza, tra polemiche e trame politiche, restano sul terreno
2828 palestinesi, 875 israeliani e 63 “altri”, come si dice in gergo statistico,
ma che sono giornalisti, pacifisti e altra gente che cercava di raccontare o di
far smettere un conflitto che sembra eterno.