Scritto
per noi da
Erminia Calabrese
Contare
quanti sono gli aerei che atterrano ogni giorno all' International
Airport Rafiq Hariri di Beirut e
che trasportano rais, wazir, rappresentanti
dell'Onu e della Lega Araba sembra essere diventato l'ultimo
passatempo o preoccupazione dei libanesi.

Le
radio e la televisione annunciano negli ultimi giorni la visita di
un emissario delle Nazioni Unite, un altro della Lega Araba, un
ministro dalla Russia, Francia Italia e Spagna e una prossima visita
da Haiti. Tutti in visita a Beirut, tutti con lo stesso
scopo, almeno così dicono, di “incoraggiare” i deputati
libanesi a mettersi d'accordo sulla nomina del prossimo presidente
della Repubblica. L'attuale presidente in carica, Emile Lahoud,
terminerà il suo mandato il 24 novembre prossimo e la sessione
parlamentare, posticipata per la terza volta, è prevista per
il 21 novembre. Leggere i giornali, vedere la televisione non fa che
aumentare il senso di angoscia in Libano, il paese è infatti
sprofondato in una crisi che non si vedeva dagli anni della guerra
civile 1975-1990. Molti
sono i libanesi convinti che una nuova guerra è vicina, e per
alcuni è diventata addirittura indispensabile, molte sono le
milizie riarmatesi. A dividere i libanesi, come se non bastasse da
solo un governo, sono anche una serie di questioni legate alle
risoluzioni dell'Onu, al tribunale internazionale, alle armi di
Hezbollah, alla posizione del Libano su scala regionale e
internazionale e alle relazioni con la vicina Siria. Domenica
scorsa in occasione della “giornata dei martiri”, il segretario
generale di Hezbollah, Hassan Nasrallah, ha tenuto un discorso alla
periferia di Beirut, durato circa un'ora e mezza, durante il quale ha
invitato il presidente in carica “Lahoud a
prendere un'iniziativa per prevenire che il paese cada in un vacuum
in caso di mancato accordo sul nuovo presidente”, e ha aggiunto “La
resistenza è pronta, notte e giorno, per difendere il sud del
Libano così come il Libano e completare la storica vittoria
che cambierà il mondo”. Le polemiche della maggioranza al
governo non sono tardate.

Fonti
del 14 marzo, hanno fatto sapere che quella di Nasrallah è
stata una vera e propria “dichiarazione di guerra”, mentre il
ministro della gioventù e dello sport Ahmad Fatfat, che per
alcuni è il prossimo mirino di probabili nuovi attentati, ha
dichiarato all'agenzia di stampa libanese NNA: “Nasrallah ha
accusato la maggioranza di essere degli assassini e dei ladri ma sono
loro i principali assassini”. Intanto la televisione al-Arabia ha
fatto sapere che Berri e Hariri, hanno inoltre invitato il Patriarca
cattolico maronita, cardinale Nasrallah Sfeir, che d'altronde è
nell'arena politica quasi quotidianamente, e i leader politici
maroniti a presentare una lista di "candidati consensuali"
alla presidenza della Repubblica. In realtà
è proprio la comunità cristiana in Libano a non essere
monocolore perchè divisa tra sostenitori di Aoun, uno dei
leader dell'opposizione, e sostenitori della maggioranza vicini a
Samir Geagea e Amine Gemayel. Le
rivalità tra la comunità cristiana maronita, a cui
spetta la presidenza del paese, e anche acuita da ambizioni personali
che da sempre hanno visto la classe politica maronita in lotta. Molti
nomi di personalità “neutre” sono state evocate ma né
la maggioranza né l'opposizione sembrano voler accettare. L'attuale
divisione libanese è profonda e seria, il
disaccordo potrebbe portare alla formazione di due governi rivali e
evocare così l'atmosfera degli ultimi anni della guerra civile
quando due amministrazioni in competizione si sono battute per il
controllo. Lo scoraggiamento di molti libanesi che avevano creduto
alla nascita di una democrazia con la così chiamata primavera
di Beirut del 2005, applaudita dal trio americano francese saudita,
e alla quale erano seguite le elezioni legislative definite sempre
dal trio “democratiche e trasparenti”, è oggi al suo
apice.
In
realtà il Libano somiglia sempre di più ad
un'oligarchia, vale a dire un sistema nel quale il potere reale non
appartiene al popolo sovrano, ma è prerogativa di un gruppo
molto ristretto: leader comunitari, feudatari, ex capi di milizia o
eredi politici fortunati. Cosa sarà più importante il
potere politico o una convivenza pacifica? I prossimi giorni ci
daranno una risposta e tra la prima e la seconda si giocherà
la vita di 4 milioni di persone.