13/11/2007versione stampabilestampainvia paginainvia



A dieci giorni dalle presidenziali nessun accordo tra maggioranza e opposizione
Scritto per noi da
Erminia Calabrese
 
Contare quanti sono gli aerei che atterrano ogni giorno all' International Airport Rafiq Hariri di Beirut e che trasportano rais, wazir, rappresentanti dell'Onu e della Lega Araba sembra essere diventato l'ultimo passatempo o preoccupazione dei libanesi.

Bernard Couchner e Nasrallah SfeirLe radio e la televisione annunciano negli ultimi giorni la visita di un emissario delle Nazioni Unite, un altro della Lega Araba, un ministro dalla Russia, Francia Italia e Spagna e una prossima visita da Haiti. Tutti in visita a Beirut, tutti con lo stesso scopo, almeno così dicono, di “incoraggiare” i deputati libanesi a mettersi d'accordo sulla nomina del prossimo presidente della Repubblica. L'attuale presidente in carica, Emile Lahoud, terminerà il suo mandato il 24 novembre prossimo e la sessione parlamentare, posticipata per la terza volta, è prevista per il 21 novembre. Leggere i giornali, vedere la televisione non fa che aumentare il senso di angoscia in Libano, il paese è infatti sprofondato in una crisi che non si vedeva dagli anni della guerra civile 1975-1990. Molti sono i libanesi convinti che una nuova guerra è vicina, e per alcuni è diventata addirittura indispensabile, molte sono le milizie riarmatesi. A dividere i libanesi, come se non bastasse da solo un governo, sono anche una serie di questioni legate alle risoluzioni dell'Onu, al tribunale internazionale, alle armi di Hezbollah, alla posizione del Libano su scala regionale e internazionale e alle relazioni con la vicina Siria. Domenica scorsa in occasione della “giornata dei martiri”, il segretario generale di Hezbollah, Hassan Nasrallah, ha tenuto un discorso alla periferia di Beirut, durato circa un'ora e mezza, durante il quale ha invitato il presidente in carica “Lahoud a prendere un'iniziativa per prevenire che il paese cada in un vacuum in caso di mancato accordo sul nuovo presidente”, e ha aggiunto “La resistenza è pronta, notte e giorno, per difendere il sud del Libano così come il Libano e completare la storica vittoria che cambierà il mondo”. Le polemiche della maggioranza al governo non sono tardate.

Saad HaririFonti del 14 marzo, hanno fatto sapere che quella di Nasrallah è stata una vera e propria “dichiarazione di guerra”, mentre il ministro della gioventù e dello sport Ahmad Fatfat, che per alcuni è il prossimo mirino di probabili nuovi attentati, ha dichiarato all'agenzia di stampa libanese NNA: “Nasrallah ha accusato la maggioranza di essere degli assassini e dei ladri ma sono loro i principali assassini”. Intanto la televisione al-Arabia ha fatto sapere che Berri e Hariri, hanno inoltre invitato il Patriarca cattolico maronita, cardinale Nasrallah Sfeir, che d'altronde è nell'arena politica quasi quotidianamente, e i leader politici maroniti a presentare una lista di "candidati consensuali" alla presidenza della Repubblica. In realtà è proprio la comunità cristiana in Libano a non essere monocolore perchè divisa tra sostenitori di Aoun, uno dei leader dell'opposizione, e sostenitori della maggioranza vicini a Samir Geagea e Amine Gemayel. Le rivalità tra la comunità cristiana maronita, a cui spetta la presidenza del paese, e anche acuita da ambizioni personali che da sempre hanno visto la classe politica maronita in lotta. Molti nomi di personalità “neutre” sono state evocate ma né la maggioranza né l'opposizione sembrano voler accettare. L'attuale divisione libanese è profonda e seria, il disaccordo potrebbe portare alla formazione di due governi rivali e evocare così l'atmosfera degli ultimi anni della guerra civile quando due amministrazioni in competizione si sono battute per il controllo. Lo scoraggiamento di molti libanesi che avevano creduto alla nascita di una democrazia con la così chiamata primavera di Beirut del 2005, applaudita dal trio americano francese saudita, e alla quale erano seguite le elezioni legislative definite sempre dal trio “democratiche e trasparenti”, è oggi al suo apice.

In realtà il Libano somiglia sempre di più ad un'oligarchia, vale a dire un sistema nel quale il potere reale non appartiene al popolo sovrano, ma è prerogativa di un gruppo molto ristretto: leader comunitari, feudatari, ex capi di milizia o eredi politici fortunati. Cosa sarà più importante il potere politico o una convivenza pacifica? I prossimi giorni ci daranno una risposta e tra la prima e la seconda si giocherà la vita di 4 milioni di persone.
 
Parole chiave: aoun, sfeir, berri, hariri
Categoria: Elezioni, Politica
Luogo: Libano
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