10/03/2004versione stampabilestampainvia paginainvia



Finalmente tradotti in italiano i libri di Warschawski
Michel WarshawskyPensando alla frontiera, nel nostro immaginario collettivo, non si riesce a prescindere dall'idea del filo spinato, delle guardie armate e delle sbarre. Un'immagine che arriva direttamente dai film di spionaggio degli anni della Guerra Fredda.
Per Michel Warschawski no, per lui la frontiera è molto di più. Un'idea che ha occupato tutta la sua vita. Una missione. Warschawski è un ebreo israeliano di mezza età che si autodefinisce un militante antisionista. Condirettore dell'Alternative Information Center, è da sempre una delle voci più ascoltate della sinistra radicale israeliana.
 
In Italia per presentare i suoi libri finalmente tradotti, ha cominciato un giro del Paese, organizzato dalle riviste Guerre e Pace e ERRE, di conferenza in conferenza. I suoi libri rappresentano un contributo importante alla riflessione della società civile d'Israele sul suo rapporto con il mondo arabo. Titoli come Sulla Frontiera (ed. Città Aperta), A precipizio: la crisi della società israeliana (ed. Bollati Boringhieri) e La sfida binazionale (ed. Sapere) parlano di una vita, più che di un'opera, spesa interamente nello sforzo di capire l'altro, ascoltarlo e farlo ascoltare, conoscere per capire.

"La frontiera non è un luogo fisico, è un'idea". Warschawski si esprime in un francese fluente, con un tono basso. Da sotto i baffi dà l'impressione di poter lanciare anche le accuse più pesanti senza scomporsi. "Può essere ermetica, sigillata o può essere un posto vivo, che respira. Uno dei compiti dei militanti, di tutti quelli che si battono per cambiare le cose, dev'essere quello di far respirare le frontiere", sostiene l'autore israeliano, "rendere i confini permeabili alle idee, rimuovere i blocchi dati dalle contrapposizioni semplicistiche: ebrei contro musulmani, arabi contro israeliani".

Questo processo di superamento delle semplificazioni non è indolore e ha spesso spaccato lo stesso movimento politico e sociale che si oppone all'occupazione israeliana. Per esempio sul rapporto con la religione. "Bisogna trovare nuove strade, rimettere in discussione tutte le visioni manichee che hanno diviso le persone per troppo tempo", dice Warschawski, "come per esempio rispetto al laicismo del movimento: mi sono sempre definito un ateo, ma non permetterei mai che il mio essere agnostico si trasformi in razzismo, tale e quale a quello dei fondamentalisti religiosi".

Questo atteggiamento individua l'obiettivo che deve avere il movimento contro l'occupazione: quello del passatore. "In italiano avete solo un termine per indicare l'ebreo, ma i francesi ne hanno due: juif e hebreux", dice Warschawski costretto a spiegare il gioco di parole, "e etimologicamente hebreux significa proprio questo: guida, passatore. Non dobbiamo più essere juif, ma hebreux".

In questo senso si spiega il progetto dell'Alternative Information Center, nato nel 1983. Lo scrittore israeliano lo ha fondato e ancora lo dirige, spiegando che il progetto è quello di "uscire dalla logica colonizzatore-colonizzato. Ridare la parola ai palestinesi, non parlare al posto loro. Per questo motivo ritenevamo e riteniamo tutt'ora che sia fondamentale il lavoro di traduzione in ebraico e di diffusione di testi, idee e proposte dei palestinesi. Così come nel senso opposto la traduzione in arabo del dibattito della società civile israeliana rispetto all'occupazione".

Negli anni Ottanta non erano molte le occasioni di contatto e Warschawski ricorda come "ben 400mila israeliani scesero in piazza per solidarizzare con i palestinesi dopo i massacri di Sabra e Chatila, ma non più di 40 avevano mai parlato in vita loro con un palestinese se non per farsi servire da un cameriere. Mai con pari dignità, unico modo possibile per capirsi".

Il lavoro dell'autore è quello allora di fare della frontiera uno spazio comune, non un posto neutro. "Il centro venne chiuso con la forza dai reparti speciali israeliani", racconta il suo direttore, "e non dimenticherò mai l'interrogatorio che subii da un ufficiale (poi diventato capo del Mossad). Mi disse che davamo fastidio, perchè eravamo una terra di nessuno. Lui era abituato al bianco e al nero, disse proprio così. Diventate bianchi, cioè israeliani e potrete fare tutto quello che volete, perchè godrete dei diritti di una democrazia. Oppure diventate neri, cioè palestinesi e non avrete alcun diritto, ma non potete restare così, grigi. Non capiva che noi offrivamo un servizio, ci definivamo un elenco telefonico bilingue. A tutti quelli che avevano voglia di capire l'altro noi offrivamo un servizio, li mettevamo in contatto. La sua logica militare restava spiazzata, ma la sua posizione rispecchia l'idea israeliana di frontiera. Non è fisica, è mentale".

Warschawski sottolinea come "il concetto israeliano di frontiera è molto più vicino all'idea che ne ha la cultura americana: spazi da conquistare. Non hanno un limite fisico, basta pensare che non esiste un riferimento geografico ai confini d'Israele nei testi e che i trattati con Egitto e Giordania sono stipulati facendo riferimento ai loro di limiti, non ai nostri. La critica più pesante che Sharon ha mosso a Rabin dopo Oslo è proprio questa: aver cercato di porre confini a Israele. Per quelli come l'attuale premier la guerra d'indipendenza del 1948 non è mai finita".

Questo ragionamento porta Warschawski a evidenziare una doppia lettura del ruolo del militante rispetto alla frontiera. "Da un lato dev'essere passatore di idee, ma dall'altro guardiano implacabile del limite! Ho passato la vita ad alternare questi due cappelli. Ero riservista quando è cominciata la campagna del Libano. Mi sono rifiutato di partecipare. Con l'associazione Yesh Gvul abbiamo posto un limite, un blocco a quella che ritenevamo e riteniamo ancora una guerra coloniale", dice orgoglioso, "il movimento, come guardiano, ha ottenuto grandissime vittorie: l'interdizione della pratica della tortura da parte della Corte Suprema d'Israele dopo 17 anni di campagna nel 1999 è stato un successo storico".
 
Warschawski tiene a rendere onore alla memoria di Rabin. L'autore collega il periodo di premierato dell'uomo politico al momento in cui la società israeliana ha espresso il meglio di sè. "Un'evoluzione era in atto dai primi anni Ottanta. A causa della guerra del Libano per la prima volta nella storia d'Israele si era incrinato quel pensiero unico di falsa compattezza nazionale. Rabin ha voluto riequilibrare la situazione, ritenendo il Paese abbastanza forte da poterselo permettere. Questo limite all'espansione, allo stato di guerra permanente, al consenso totale alle politiche governative, ha infastidito una metà della società israeliana che l'ha fermato. L'assassinio di Rabin ha fermato questa evoluzione. L'omicidio è stato il simbolo del rifiuto di porre un limite, una frontiera, allo Stato ebraico".

L'espressione di Warschawski si fa corrucciata e definisce il periodo successivo alla morte del leader laburista la "controriforma culturale prima, politica e militare poi, della società israeliana. Un arretramento senza soluzione di continuità, con un filo rosso che collega i premierati di Nethanyau, Barak e Sharon".

Lo scrittore quindi pone la politica d'Israele sul banco degli imputati, senza distinzioni di partito. "Barak ha le colpe più gravi. Ha lavorato fin dal primo giorno a ricostruire questo blocco monolitico usando il fallimento delle trattative di Camp David come cavallo di Troia. Ha scelto una campagna basata su due punti fondamentali: abbiamo offerto il massimo ai palestinesi e hanno rifiutato. Quindi sono infidi e hanno mostrato il loro vero volto. Non potremo mai trattare con loro".

Secondo Warshawski questo è servito per compattare l'opinione pubblica nazionale. La vittoria di Sharon si spiega così: l'emergenza nazionale come fattore unificante della politica governativa. Guerra permanente e preventiva per sopravvivere. "Non è un caso che il motto laburista alle elezioni, PACE SUBITO, sia stato sostituito da SEPARAZIONE ORA. Non è neanche un caso che il muro sia stato progettato dal governo di Barak: non vogliono più convivere, ma dominare". Per l'autore il problema è profondo e non riguarda solo Israele, "perchè Shengen è il vostro muro: ricchi di qua e disperati fuori. Tutti i muri simboleggiano la resa del dialogo".

Warschawski si rasserena solo quando parla dei giovani e del futuro. "Sono fiducioso, perchè vedo nascere un nuovo movimento, come quello degli anni Ottanta. Il simbolo sono i refusenick di oggi, che rischiano davvero in proprio e sono soli contro il pensiero dominante". L'autore israeliano si congeda citando la parola tayyush, termine ebraico di origine araba che significa stare assieme. "E' la parola d'ordine dei giovani militanti, quelli meno ideologizzati, ma che percepiscono tutte le ingiustizie del mondo in maniera uguale. Loro porteranno una nuova crisi di coscienza nella società israeliana, ma spero anche nel mondo. Ovunque ci siano frontiere da superare".

Christian Elia

creditschi siamoscrivicicollaborasostienicipubblicità