08/05/2004versione stampabilestampainvia paginainvia



Nasce un nuovo partito palestinese. Fatto da medici
posto medico del pmr a un check point“Noi Palestinesi abbiamo bisogno di una cosa sola…la fine dell’occupazione israeliana. Subito!”
L’unico momento in cui Khaled Saifi si scuote dal suo atteggiamento da tecnico della guerra è questo, mentre risponde alla domanda di uno degli spettatori della conferenza che ha tenuto a Milano, il 31 marzo 2004, che gli chiedeva quale piano di pace lui riteneva più opportuno e realizzabile.
 
“Oslo, Tenet, Mitchell, Road Map, accordo di Ginevra…un elenco di nomi, di documenti pieni di ottimi propositi, ma io faccio il medico e ogni giorno vedo la gente morire. La mia priorità è che termini l’occupazione militare e, solo dopo, si potrà parlare di politica.”
Il dottor Saifi è un uomo di circa cinquant’ anni, elegantissimo nel suo completo blu, rasato con gli occhiali che si esprime in un inglese forbito, duro e meccanico.
 
Pediatra di formazione ha lasciato la professione medica per fondare nel 1979, assieme a medici e paramedici palestinesi, il Palestinian Medical Relief, una organizzazione non governativa senza scopo di lucro, per supplire all’inadeguatezza delle strutture sanitarie dovute ai tanti anni di occupazione militare. Composta interamente di volontari, non scollega mai l’intervento medico da quello socio-politico. Saifi è al momento il numero due dell’organizzazione, dietro Moustapha Barghouti che è il portavoce ufficiale.
 
Il dottore arriva, saluta cordialmente l’uditorio e apre la sua ventiquattore, come un agente di commercio qualunque. Comincia a proiettare delle diapositive e, nella freddezza dei numeri e delle statistiche, esposte con distacco scientifico, c’è la misura di tutto il dramma della popolazione civile palestinese.
“L’82 per cento dei morti palestinesi della seconda Intifada sono civili inermi”, dice Saifi, “di questi il 19 per cento ragazzi sotto i 17 anni. Facendo le debite proporzioni demografiche, se si trattasse degli Stati Uniti d’America, sarebbero 245mila morti e 4 milioni di feriti.”
 
Si volta e aspetta compito la traduzione dell’interprete che si esprime a fatica, colpito come tutti da quei numeri, che si ritiene sempre di conoscere, ma ti colpiscono con forza quando ti vengono esposti così.
“Muoiono in media tre palestinesi al giorno e sono 48mila i feriti dal settembre del 2000, di cui 2500 resi disabili permanenti. 10mila del totale dei feriti sono bambini.”
 
Altra pausa che lascia chi ascolta attonito a pensare che, anche quando arriverà una pace, tutti quei piccoli innocenti non dimenticheranno mai. Le guerre non finiscono mai.
“Bisogna sfatare un mito”, sostiene il pediatra palestinese, “quello che le truppe israeliane usano pallottole di gomma. In realtà utilizzano dei cilindretti di acciaio o delle biglie solo avvolti in sottilissimi rivestimenti di gomma.” Non lo dice in maniera ideologica, ma da medico, estraendo e mostrando a tutti una lastra di una cranio colpito da una di queste pallottole, ancora bloccata all’interno. Il cranio è quello di Wadi, 14 anni. Per sempre cieco.
 
Il dottor Saifi spiega come lavora il Medical Relief che “grazie a 21 cliniche mobili, arriva in pochissimi secondi sul luogo di un attacco o di una incursione. Conta su 11mila volontari, disponibili a turno 24 ore al giorno, sette giorni su sette. Curiamo in media 250 persone al giorno e abbiamo fatto formazione al primo soccorso a 26mila volontari. Durante il coprifuoco ci occupiamo di portare alle famiglie chiuse in casa cibo e medicinali e facciamo assistenza sanitaria fissa ai posti di controllo dell’esercito israeliano.”
 
Saifi spiega perché questo servizio è indispensabile sottolineando che “sono 87 le persone morte ai posti di controllo. Di loro 20 erano neonati e altri 30 bambini. Sono 55 i bambini partoriti in un  posto di blocco da donne trattenute dai controlli dell’esercito israeliano. Come sono tanti anche i casi di morte per dissanguamento di feriti che attendevano il permesso di attraversare il blocco.”
La platea ha gli occhi sgranati, colpita più che dagli avvenimenti più o meno conosciuti, dalla fredda logica dei numeri, esposti senza ardore rivoluzionario, ma con la documentazione e la logica di un convegno medico. Così fanno ancora più male.
 
“Sono 22 le cliniche e gli ospedali, governativi o delle ong, tagliati fuori dal percorso del muro che stanno costruendo gli Israeliani”, racconta Saifi, “ci sono comunità totalmente tagliate fuori da ogni forma di soccorso sanitario. Il caso di Qalqylia è emblematico: l’accesso alla città, totalmente circondata dal muro, è un cancello largo 6 metri chiuso da catene e lucchetti che hanno i militari israeliani. Dopo le 18 non c’è più nessuno sul posto perché i controlli avvengono a distanza attraverso videocamere. Se qualcuno sta male deve recarsi al cancello e farsi vedere, sperando che i militari vengano ad aprire. La strada che collega Qalqylia a Nablus è un sintomo di come la vita dei soccorritori sia un inferno: un tragitto che richiede 20 minuti ora comporta 2-3 ore.”
 
Il pediatra palestinese non parla delle vittime israeliane, ma parla dei suoi pazienti, da medico, di quelli che può documentare.
“Dopo anni passati a curare feriti e seppellire morti vogliamo scendere in campo in prima persona.”
L’annuncio arriva alla fine della presentazione del lavoro di Medical Relief. Il dottor Saifi spiega che la sua organizzazione non ha mai diviso l’impegno medico da quello della testimonianza e dell’impegno sociale e politico, attraverso l’iniziativa giornalistica del Palesatine Monitor.
 
“Il nostro lavoro è reso impossibile dal muro e dall’occupazione militare: come possiamo non batterci contro questi crimini?”
Il medico palestinese non fa mai riferimento ai fondamentalisti e alla classe dirigente vicina ad Arafat, ma individua un vuoto politico che tutta la classe media palestinese, fatta di medici, ingegneri, architetti e docenti universitari che non si sentono rappresentati né da Hamas né dall’Autorità Nazionale Palestinese vorrebbero riempire.
 
Il potere politico rappresentato dall’Anp, sempre più lontana dalla gente, e gli integralisti che dell’impegno nel sociale fanno il principale strumento di consenso possono venire battuti da un movimento che ha la capacità politica per guidare la Palestina del futuro e la credibilità guadagnata sul campo con il loro impegno medico. “Il movimento si chiama al-Mubadara e si collega al lavoro di Palestine Monitor, ma non è autoreferenziale”, conclude Saifi, “guardando con interesse a realtà come B’tselem o la donne in Nero, ma soprattutto al movimento Tayyush, l’iniziativa pacifista israeliana più interessante al momento, perché parte dai giovani.”

Christian Elia

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