10/11/2007versione stampabilestampainvia paginainvia



I partiti fiamminghi forzano la mano: la crisi politica a Bruxelles è sempre più profonda
Invece di avviarsi verso la soluzione della crisi politica più lunga nella sua storia – ora siamo a quota 153 giorni senza un nuovo esecutivo prodotto dalle elezioni del 10 giugno – il Belgio sta scivolando verso lo stallo perpetuo, con lo spettro della divisione del Paese sempre sullo sfondo. Mentre le trattative per la formazione di un governo sono in alto mare, mercoledì scorso i partiti fiamminghi hanno scelto di dividere Bruxelles-Hal-Vilvorde (Bhv), la circoscrizione bilingue che si estende alla periferia della capitale. A causa del probabile ostruzionismo dei partiti francofoni, lo “strappo” fiammingo non dovrebbe avere effetti pratici sulla situazione in Bhv. Ma promette di essere un macigno sul proseguimento dei negoziati.

Lo strappo. Il voto è avvenuto all'interno di una commissione della Camera, composta da 11 deputati fiamminghi e sei valloni. Mentre questi ultimi hanno lasciato l'aula per protesta, dieci membri fiamminghi della commissione – di tutti i partiti, ad eccezione del deputato dei Verdi che ha scelto di astenersi – hanno votato per scindere la Bhv: un'entità ibrida, che unisce i 19 comuni di Bruxelles e 35 comuni della periferia nord-occidentale, in territorio fiammingo ma con circa 150mila residenti francofoni, che in sei di questi comuni sorpassano i fiamminghi. Secondo regole in vigore da decenni, questa minoranza ha diritto a votare per candidati francofoni, nonché a rapportarsi in francese con la pubblica amministrazione. Tutta una serie di privilegi che la maggioranza fiamminga vede da tempo con fastidio, considerando la presenza francofona una “macchia d'olio” nelle Fiandre.

La circoscrizione Bruxelles-Hal-VilvordeGli effetti pratici. A livello pratico, tuttavia, non dovrebbe cambiare nulla. La decisione della commissione deve essere confermata dalla Camera, dove i partiti francofoni hanno il potere di sospenderne l'applicazione fino a sei mesi, in attesa di una decisione di una corte d'arbitrato. Ma anche se le cose dovessero rimanere come sono attualmente, il voto di mercoledì ha rotto un tabù nella politica belga: quello dell'imposizione del volere di una delle due comunità sull'altra. Finora, tra fiamminghi e valloni aveva retto il patto secondo cui qualsiasi decisione doveva essere frutto di un compromesso. Lo strappo della maggioranza in commissione è stato definito dai quattro maggiori partiti francofoni una “aggressione politica grave”, che “rompe l'unità nazionale”. L'accusa dei valloni è che i fiamminghi stiano cercando di conquistare territorio in vista di una eventuale scissione, per arrivare a una delimitazione geografica netta tra le due comunità: fiamminghi da una parte, francofoni dall'altra. Il giorno dopo, un sondaggio ha rilevato che il 43 percento dei valloni ritiene la votazione l'inizio della fine dello stato unitario. “Il Belgio è morto, ma i belgi non lo sanno ancora”, ha scritto un lettore commentando un articolo della stampa francese.

Lo stallo prosegue. Il primo effetto è stato quello di ostacolare le già difficili trattative per la formazione di un governo. La soluzione più cercata in questi cinque mesi di stallo – quella di una coalizione “arancio-blu” composta dai partiti di centro-destra fiamminghi e valloni – non si è mai concretizzata. Ma il re Alberto II, l'unica figura condivisa da entrambe le comunità, continua a predicare il dialogo e ha confermato l'incarico di uscire dall'impasse al cristiano-sociale fiammingo Yves Leterme. Un leader che divide, ma sul quale i belgi sanno anche scherzare. Tanto che qualcuno l'ha messo in vendita sul sito di aste online eBay, con la descrizione “primo ministro non utilizzato. E' diventato ingombrante e vogliamo fare spazio per qualcun altro”. Con un'avvertenza: “Viene consegnato con un manuale d'uso in francese e olandese, ma attenzione: non dice le stesse cose nelle due lingue”.

Alessandro Ursic

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