09/11/2007versione stampabilestampainvia paginainvia



Dopo le dichiarazioni del presidente francese, è braccio di ferro col Ciad sull'affare “Arche de Zoé”
Che sia Tripoli o N'Djamena, per Nicholas Sarkozy non fa molta differenza. E così, dopo aver liberato a luglio le infermiere bulgare e il medico palestinese incarcerati in Libia grazie a una visita-lampo di sua moglie alla corte di Gheddafi, lo scorso weekend il presidente francese si è ripetuto nella capitale del Ciad, facendo liberare sette delle 17 persone incriminate per il presunto rapimento di 103 bambini ciadiani e sudanesi. Ma l'ingerenza di Sarkozy, che martedì scorso ha dichiarato di voler riportare indietro gli altri francesi ancora nelle mani della giustizia ciadiana “qualsiasi cosa abbiano fatto”, sta diventando troppo ingombrante. Anche per un fedele alleato come il presidente Idriss Deby.

Uno dei membri dell'Arche de Zoé arrestati in CiadDal 25 ottobre, sei membri dell'Ong francese Arche de Zoé sono accusati di traffico di minori e truffa, dopo essere stati bloccati sulla pista dell'aeroporto ciadiano di Abéché con 103 presunti orfani di guerra darfurini, destinati a essere temporaneamente adottati da alcune famiglie francesi, al costo di circa 1.200 euro l'uno. Dalle prime indagini, la versione della Ong ha cominciato a fare acqua: la stragrande maggioranza dei bambini proverrebbe infatti dal Ciad e non dai villaggi in guerra del Darfur, come sostenuto dal presidente dell'Arche de Zoé, Eric Breteau. Inoltre, i bambini non sarebbero orfani, e stando alle informazioni raccolte da autorità ciadiane e Onu sarebbero stati portati via da alcuni villaggi con la promessa di farli studiare in alcune città del Paese. Ma mentre le indagini sono ancora in alto mare (ieri la giustizia ciadiana ha annunciato di aver aperto un'inchiesta sul possibile rapimento di altri 74 bambini finiti in Francia nelle settimane passate), il braccio di ferro tra Parigi e N'Djamena è cominciato da un pezzo.

La visita di Sarkozy ha permesso la liberazione di sette degli incriminati (quattro spagnoli membri dell'equipaggio dell'aereo e tre giornalisti francesi), contro cui pendevano accuse per reati minori. Anche così, però, i giudici ciadiani sono insorti (così come l'opinione pubblica), denunciando di aver subito forti pressioni politiche. E la volontà di stravincere di Sarkozy ha complicato ancor di più le cose, costringendo anche un alleato fedele come Idriss Deby a puntare i piedi e a rivendicare la giurisdizione ciadiana sull'accaduto. A N'Djamena gli animi si sono scaldati, con centinaia di persone a manifestare fuori dal carcere dove sono detenuti i francesi e il ministro degli Interni a bollarli pubblicamente come “banditi” che dovranno “assaggiare le nostre prigioni”. Ma se il Ciad ha dalla sua il diritto, Parigi ha tutti i mezzi per costringere l'ex-colonia a trovare un compromesso sul delicato dossier.

Manifestazione di protesta contro il presidente Sarkozy a N'DjamenaNon è infatti un segreto che il regime di Deby sopravviva grazie all'aiuto francese. Parigi ha in mano buona parte dell'economia del Paese. Lo scorso anno, quando i ribelli dell'est arrivarono alle porte di N'Djamena, solo i bombardamenti francesi riuscirono a piegarne la resistenza, salvando la traballante poltrona di un presidente odiato dall'opposizione e disconosciuto anche da parte dei membri del suo clan. E anche ora che ha siglato la pace con alcuni dei gruppi armati a lui ostili, Deby non può permettersi di perdere l'appoggio francese. Cosa che permette a Parigi di esigere almeno che i francesi scontino un'eventuale condanna in patria, e forse qualcosa di più.
Poco dopo la sua escesa all'Eliseo, Sarkozy aveva annunciato un approccio nuovo verso le ex-colonie africane, troppo a lungo trattate da Parigi come un cortile di casa a sovranità limitata. Ma, come per gli altri dossier trattati finora dal presidente francese, le annunciate novità tardano ad arrivare. 

Matteo Fagotto

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