Dopo le dichiarazioni del presidente francese, è braccio di ferro col Ciad sull'affare “Arche de Zoé”
Che sia Tripoli o N'Djamena, per
Nicholas Sarkozy non fa molta differenza. E così, dopo aver
liberato a luglio le infermiere bulgare e il medico palestinese
incarcerati in Libia grazie a una visita-lampo di sua moglie alla
corte di Gheddafi, lo scorso weekend il presidente francese si è
ripetuto nella capitale del Ciad, facendo liberare sette delle 17
persone incriminate per il presunto rapimento di 103 bambini ciadiani
e sudanesi. Ma l'ingerenza di Sarkozy, che martedì scorso ha
dichiarato di voler riportare indietro gli altri francesi ancora
nelle mani della giustizia ciadiana “qualsiasi cosa abbiano fatto”,
sta diventando troppo ingombrante. Anche per un fedele alleato come
il presidente Idriss Deby.

Dal 25 ottobre, sei membri dell'Ong
francese
Arche de Zoé
sono accusati di traffico di minori e truffa, dopo essere stati
bloccati sulla pista dell'aeroporto ciadiano di Abéché
con 103 presunti orfani di guerra darfurini, destinati a essere
temporaneamente adottati da alcune famiglie francesi, al costo di
circa 1.200 euro l'uno. Dalle prime indagini, la versione della Ong
ha cominciato a fare acqua: la stragrande maggioranza dei bambini
proverrebbe infatti dal Ciad e non dai villaggi in guerra del Darfur,
come sostenuto dal presidente dell'
Arche de Zoé,
Eric Breteau. Inoltre, i bambini non sarebbero orfani, e stando alle
informazioni raccolte da autorità ciadiane e Onu sarebbero
stati portati via da alcuni villaggi con la promessa di farli
studiare in alcune città del Paese. Ma mentre le indagini sono
ancora in alto mare (ieri la giustizia ciadiana ha annunciato di aver
aperto un'inchiesta sul possibile rapimento di altri 74 bambini
finiti in Francia nelle settimane passate), il braccio di ferro tra
Parigi e N'Djamena è cominciato da un pezzo.
La visita di
Sarkozy ha permesso la liberazione di sette degli incriminati
(quattro spagnoli membri dell'equipaggio dell'aereo e tre giornalisti
francesi), contro cui pendevano accuse per reati minori. Anche così,
però, i giudici ciadiani sono insorti (così come
l'opinione pubblica), denunciando di aver subito forti pressioni
politiche. E la volontà di stravincere di Sarkozy ha
complicato ancor di più le cose, costringendo anche un alleato
fedele come Idriss Deby a puntare i piedi e a rivendicare la
giurisdizione ciadiana sull'accaduto. A N'Djamena gli animi si sono
scaldati, con centinaia di persone a manifestare fuori dal carcere
dove sono detenuti i francesi e il ministro degli Interni a bollarli
pubblicamente come “banditi” che dovranno “assaggiare le nostre
prigioni”. Ma se il Ciad ha dalla sua il diritto, Parigi ha tutti i
mezzi per costringere l'ex-colonia a trovare un compromesso sul
delicato dossier.

Non è
infatti un segreto che il regime di Deby sopravviva grazie all'aiuto
francese. Parigi ha in mano buona parte dell'economia del Paese. Lo
scorso anno, quando i ribelli dell'est arrivarono alle porte di
N'Djamena, solo i bombardamenti francesi riuscirono a piegarne la
resistenza, salvando la traballante poltrona di un presidente odiato
dall'opposizione e disconosciuto anche da parte dei membri del suo
clan. E anche ora che ha siglato la pace con alcuni dei gruppi armati
a lui ostili, Deby non può permettersi di perdere l'appoggio
francese. Cosa che permette a Parigi di esigere almeno che i francesi
scontino un'eventuale condanna in patria, e forse qualcosa di più.
Poco dopo la sua
escesa all'Eliseo, Sarkozy aveva annunciato un approccio nuovo verso
le ex-colonie africane, troppo a lungo trattate da Parigi come un
cortile di casa a sovranità limitata. Ma, come per gli altri
dossier trattati finora dal presidente francese, le annunciate novità
tardano ad arrivare.