Trentamila
placche incastonate in cinque pareti. Oltre ottomila hanno già inciso nome e cognome:
è
il primo monumento alle vittime del terrorismo di Stato dell'America
Latina, e l'Argentina lo ha inaugurato ieri, nel Parco della Memoria
di Buenos Aires. Trentamila, come i trentamila desaparecidos
ingoiati dalla dittatura degli
anni Settanta. Trentamila come i
cadaveri fatti sparire, molti dei quali gettandoli da aerei in volo e
a decine proprio in quel fiume, il Rio de La Plata, ai piedi del
quale nasce il monumento. Trentamila, come le famiglie
straziate da un dolore che non lascia pace.
La ferita. Le
cinque stele, disposte su un prato in modo da dare, se viste
dall'alto, l'immagine di una ferita aperta, sono grigie e sobrie,
alte e imponenti. E saranno il luogo della memoria, l'unico dove
poter allacciare quella “celeste (...) corrispondenza
d'amorosi sensi”, che, per scomodare il Foscolo “spesso per lei
si vive con l'amico estinto e l'estinto con noi”. Le migliaia di
argentini martoriati dalla tragedia della
desaparecion,
finalmente, dopo 24 anni dalla
fine della dittatura, hanno il
sepolcro, l'ara sacra in cui materializzare un lutto che ha segnato
una nazione.
Soltanto due. A inaugurarlo, il
presidente uscente, Nestor Kirchner, a braccetto del presidente
entrante, la moglie, Cristina Fernandez. Con loro il capo del
governo, Jorge Telerman, e buona parte del gabinetto nazionale. In
prima fila, loro, le nonne e le madri di Plaza de Mayo, con il loro
immancabile foulard bianco in testa. Loro, voce e coraggio
dell'Argentina che chiede verità e giustizia. Ed è alla
fine dell'impunità che il capo dello stato si è
riferito nel suo discorso, esigendo che gli “ideologi civili”
siano consegnati alla giustizia. Gli unici, finora, a essere stati
processati e condannati sono "un
sacerdote e un
poliziotto, ma quando verranno giudicati i capi?”, ha incalzato Kirchner.
Ne mancano troppi. Per adesso, incisi,
uno a uno, 8.917 nomi, ossia quelli che vennero denunciati
ufficialmente. Ma le organizzazione dei diritti umani assicurano che
il numero reale è quantomeno tre volte tanto e per questo la
Commissione Pro Monumento alle vittime del terrorismo di stato ( di
cui fanno parte Abuelas e Mades e molte altre associazioni) si è
incaricata di continuare a raccogliere i nomi da immortalare sulla
pietra di porfido. Gli organizzatori spiegano come la scelta di
disegnarlo come una ferita ancora da rimarginare sia stata dettata
dalla presa di coscienza dello “sforzo di cui necessita l'Argentina
per arrivare a una società più giusta”, unica strada
verso la guarigione.
L'intervento. “Abbiamo un luogo
per ricordare i desaparecidos, assassinati e caduti in
combattimento in questo paese”, ha dichiarato il fotografo Marcelo
Brodsky della Asociacion Civil Buena Memoria, portavoce della
Comissione – Vogliamo più giustizia, più celerità
nel loro lavoro, più giudici, più testimoni, più
condanne. È dovere dello Stato realizzare le indagini
necessarie per identificare tutte le vittime che mancano all'appello,
così da poter completare le ventimila placche ancora vuote”.
23 anni. Una
nuova tappa, dunque, verso il cammino della verità, compiuto
dal governo Kirchner, che ne ha fatto il simbolo del suo mandato. La
lotta affinché tutti i colpevoli vengano condannati è
stata prioritaria ogni giorno del suo governo. E il coinvolgimento
mostrato in tutta la cerimonia lo ha dimostrato. Di fronte al
monumento ha cercato con il dito il nome del suo caro amico, Carlos
Labolita: “Ventire anni”, ha sussurrato. Un presidente che, negli
ultimi colpi di coda ufficiali del suo mandato, che però
passando alla moglie avrà una continuazione naturale, si è
augurato che Cristina continui sulla stessa linea e anzi faccia di
più.
Guerriglieri. E' di
questa settimana anche un altro atto fondamentale nella via verso la
guarigione. Il presidente ha incaricato il ministro della
Difesa Nilda Garré di trasmettere alle Forze Armate l'ordine
di collaborare alla ricerca dei corpi di Roberto Mario Santucho, capo
dell'Ejército Revolucionario del Pueblo (ERP), e di Benito
Urteaga, militante di questa organizzazione, entrambi uccisi nel
luglio del 1976.
Un ordine che, secondo quanto dichiarato dal
ministro, cerca di “soddisfare la necessità di ricostruire i
fatti”, allontanando ogni difficoltà “che impediscono la
ricerca della verità e della giustizia”.
Stella Spinelli