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La storia. “Vogliamo le dimissioni del presidente Toledo. Non ci arrenderemo”. Con queste
parole Antauro Humala, ex militare a capo del Movimiento Etnocacerista , aveva
tolto ogni speranza a chi, ieri, aspettava che i suoi uomini deponessero le armi
volontariamente. “Non ce ne andremo fino a quando non arriverà una commissione
di alto livello capitanata dal difensore del popolo, Walter Alban”, aveva precisato.
E la certezza di vedere liberi i dieci agenti presi in ostaggio era sfumata nel
nulla. Il bilancio. Durante lo scontro a fuoco avvenuto al momento dell’assalto erano rimasti uccisi quattro poliziotti. Sette i feriti: cinque agenti e due ribelli. Il governo aveva immediatamente dichiarato lo stato d’emergenza di trenta giorni in tutta la regione. Si tratta del dipartimento di Apurìmac, a sud est del Perù. Il commissariato dove si erano arroccati i centosessanta etnocarceristi è quello di Andahuaylas.
I perché. Toledo è accusato di essere implicato in troppi scandali di corruzione che
lo rendono ‘indegno’ di continuare a governare il Paese. Non solo. Secondo gli
etnocaceristi starebbe svendendo il Perù agli stranieri, in particolare ai cileni.
Che il presidente peruviano non navighi in buone acque ormai da tempo lo confermano
i sondaggi. Gli ultimi lo danno al 9 per cento di popolarità e da mesi è costretto,
da più parti, a sostenere accuse di truffa e ruberie varie, nelle quali sarebbero
implicati anche suoi familiari, fra cui sua moglie. Inoltre, la sorella, Margarita è sotto
inchiesta per l’accusa di falsificazione delle firme durante la raccolta per l’iscrizione
del partito del fratello, Perù Posible, alle liste elettorali.
Gli ultimi mesi del suo mandato – iniziato nel luglio 2001 e che scadrà nel luglio
del 2006 – sono infine stati caratterizzati da un susseguirsi di scandali di corruzione
che hanno costretto molti ministri del suo governo a rinunciare al mandato.
Chi sono gli etnocaceristi. Il gruppo armato Movimiento Etnocacerista è composto perlopiù da riservisti
dell’Esercito, tanto che molti al momento dell’attacco di San Silvestro vestivano
abiti militari. Prendono il nome dall’ex presidente peruviano Andres Avelino Caceres,
eroe della guerra contro il Cile (1879 – 1883), che ha aperto una rivalità storica
con il confinante paese sudamericano. Mentre il governo li definisce “sovversivi”
e alcuni mass media li
presenta come di “estrema destra”, loro si proclamano “difensori degli interessi
nazionali”. Perseguono la creazione di una nuova repubblica, nella quale si rispetti
il retaggio culturale degli Inca, si nazionalizzi l’industria e si renda libera
la coltivazione delle foglie di coca.
Il leader, appunto, è Antauro Humala, comandante dell’Esercito ormai in pensione
e fratello di Ollanta, fino a pochi giorni fa militare aggiunto all’ambasciata
peruviana nella Corea del Sud. Fu proprio il fratello, nell’ottobre del 2000 alla
testa del movimento, a capeggiare una rivolta contro l’allora presidente Alberto
Fujimori. Le loro denunce di corruzione crearono un vero e proprio scandalo in
cui venne coinvolto anche Vladimiro Montesinos, capo dell’intelligence e braccio
destro del premier.
Le reazioni. “Il governo non permetterà che un gruppo sovversivo pretenda, con la forza
e con il terrore, di dettar legge e prendersi un potere che nessuno gli ha dato.
Si tratta di personaggi legati al narcotraffico e alla delinquenza che non fanno
che dividere l’Esercito”. Con queste parole, il primo ministro Carlos Ferrero aveva
liquidato l’accaduto. Le autorità avevano infatti a più riprese screditato le
richieste di Humala e ancor più i metodi scelti dal movimento.
Per far fronte all’emergenza erano stati inviati sul posto mille effettivi della
polizia nazionale e dell’esercito col fine di “salvaguardare e garantire la vita
della popolazione e ristabilire la tranquillità e l’ordine”, aveva precisato Ferrero.
Le promesse di resa. “Se il popolo e i giornalisti potranno assistere al momento in cui consegneremo
le armi, ci arrenderemo domani [ieri per chi legge] alle 12”, aveva detto domenica
Humala al sacerdote Josè Domingo Paniza, parroco della chiesa di San Geronimo,
il quale si era offerto di fare da mediatore. Poi il colpo di
scena. Intorno alle dieci di ieri (ora locale), due ore prima della promessa
resa, gli etnocaceristi avevano deciso di rincarare la dose delle richieste. “Non
deporremo le armi fino a quando non verrà inviata nella stazione di polizia una
commissione capitanata dal difensore del Popolo, Walter Alban”. Non solo. Tra
le condizioni per la resa, Humala aveva anche chiesto che le forze dell'ordine
retrocedessero di 250 metri, e che si ritirassero i franchi tiratori posti nelle
vicinanze del commissariato.
Stella Spinelli