08/11/2007versione stampabilestampainvia paginainvia



Maxi retata nella regione albanofona in Macedonia. Si parla di criminalità comune, ma si teme l'effetto Kosovo
Reparti speciali che scalano il monte Sara, miliziani asserragliati nei loro rifugi e armati fino ai denti, elicotteri che volteggiano sul territorio macedone al confine con l'Albania, e sparano ripetutamente tra gli alberi. Ieri,dalle prime luci dell'alba fino al tardo pomeriggio, nella provincia di Tetovo è stata battaglia, come non accadeva da anni. Il bilancio finale registra otto miliziani morti, quattro arrestati, un arsenale sequestrato e un elicottero della polizia disperso, forse abbattuto.

Il ricordo del 2001. La provincia di Tetovo non è un posto come un altro in Macedonia: è la roccaforte della minoranza albanese nel paese, il 25 percento dei due milioni di abitanti. Ogni avvenimento che accade in questa zona, ha una rilevanza determinante, perché le tensioni tra la minoranza albanese e il resto della popolazione sono sempre pronte a incendiarsi. L'annus horribilis fu il 2001, quando davvero sembrava che la guerriglia albanese legata all'Uck kosovaro volesse tentare il colpo di mano. Si preferì il dialogo, che portò all'accordo di Ohrid, ma la tensione è rimasta latente.
"Abbiamo effettuato oggi un rastrellamento nelle zone montane nei pressi di Tetovo per sradicare gruppi di banditi armati operanti nella zona, tra i quali molti evasi dalle carceri in Kosovo”, ha dichiarato Ivo Kotevski, portavoce della polizia di Skopje, incontrando i giornalisti e riferendo dell'operazione e del bilancio dell'attacco.
I media locali, giusto per comprendere il clima, hanno addirittura riportato voci secondo le quali certi personaggi sono stati fatti evadere di proposito dal Kosovo per destabilizzare la Macedonia.

Onda d'urto.
E' il cosiddetto 'effetto Kosovo' che, a cicli costanti, torna a far tremare la Macedonia. Dopo la guerra in Kosovo, che sembrava l'inizio del cammino per l'indipendenza della provincia serba a maggioranza albanese da Belgrado, la regione di Tetovo era in fermento, e i fatti del 2001 lo dimostrano. Poi l'accordo di pace e l'amministrazione della Nazioni Unite, che ha reso la frontiera tra il Kosovo e la Macedonia un terreno poroso dove gli albanesi si muovono a piacimento, aveva congelato la situazione. Adesso però, mentre l'amministrazione Onu volge al termine e la diplomazia pare bloccata sull'incertezza della sorte del Kosovo, gli animi tornano a scaldarsi.
I leader politici albanesi del Kosovo hanno parlato chiaro: se entro la metà di dicembre non si troverà un accordo con Belgrado, dichiareranno l'indipendenza unilaterale con la benedizione dall'amministrazione Bush. Che succederà allora in Macedonia? 
 
Lirim JakupiTra mafia e indipendenza. La questione viene complicata dal fatto che il limite tra il problema politico e quello del racket, da quelle parti, è molto sottile. Basta prendere ad esempio la figura di Lirim Jakupi, il capo della banda albanese assaltati ieri e sfuggito alla cattura. Conosciuto anche come il 'nazista', Jakupi dopo aver combattuto nelle file della guerriglia irredentista in Kosovo, si è spostato nella regione di Tetovo, per continuare, a suo dire, la lotta di liberazione delle minoranze albanesi. Jakupi non è solo un leader politico-militare, ma anche un criminale internazionale, che controlla con i suoi uomini una parte dei traffici di droga, armi e di donne da sfruttare per il racket della prostituzione.
Questa variabile non potrà non pesare negli equilibri della regione, dove il Kosovo da anni appare una sorta di 'terra di nessuno' eletta a proprio feudo dalla criminalità internazionale che approfitta dell'assenza di un vero e proprio stato. Il governo macedone, in vista dell'indipendenza del Kosovo, teme l'effetto domino. Ieri ha preso l'iniziativa.

Christian Elia

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