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Il ricordo del 2001.
La provincia di Tetovo non è un posto come un altro in
Macedonia: è la roccaforte della minoranza albanese nel paese,
il 25 percento dei due milioni di abitanti. Ogni avvenimento che
accade in questa zona, ha una rilevanza determinante, perché
le tensioni tra la minoranza albanese e il resto della popolazione
sono sempre pronte a incendiarsi. L'annus horribilis fu
il 2001, quando davvero sembrava che la guerriglia albanese legata
all'Uck kosovaro volesse tentare il colpo di mano. Si preferì
il dialogo, che portò all'accordo di Ohrid, ma la tensione è
rimasta latente.
Onda
d'urto. E' il cosiddetto
'effetto Kosovo' che, a cicli costanti, torna a far tremare la
Macedonia. Dopo la guerra in Kosovo, che sembrava l'inizio del
cammino per l'indipendenza della provincia serba a maggioranza
albanese da Belgrado, la regione di Tetovo era in fermento, e i fatti
del 2001 lo dimostrano. Poi l'accordo di pace e l'amministrazione
della Nazioni Unite, che ha reso la frontiera tra il Kosovo e la
Macedonia un terreno poroso dove gli albanesi si muovono a
piacimento, aveva congelato la situazione. Adesso però, mentre
l'amministrazione Onu volge al termine e la diplomazia pare bloccata
sull'incertezza della sorte del Kosovo, gli animi tornano a
scaldarsi.
Tra
mafia e indipendenza. La
questione viene complicata dal fatto che il limite tra il problema
politico e quello del racket, da quelle parti, è molto
sottile. Basta prendere ad esempio la figura di Lirim Jakupi, il capo
della banda albanese assaltati ieri e sfuggito alla cattura.
Conosciuto anche come il 'nazista', Jakupi dopo aver combattuto nelle
file della guerriglia irredentista in Kosovo, si è spostato
nella regione di Tetovo, per continuare, a suo dire, la lotta di
liberazione delle minoranze albanesi. Jakupi non è solo un
leader politico-militare, ma anche un criminale internazionale, che
controlla con i suoi uomini una parte dei traffici di droga, armi e
di donne da sfruttare per il racket della prostituzione.
Christian Elia