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“Quegli egiziani che sono morti la settimana scorsa davanti alle coste italiane non sono dei martiri. Non lo sono perché non sono partiti sulla via di Allah, ma sono andati per trovare un sostentamento materiale e da soli hanno trovato la morte, per il rischio che hanno voluto correre, in quanto avidi in cerca di denaro”.
Interpretazioni e dolore. Così parlò Ali Gomaa, il Gran Muftì d'Egitto, ovvero la principale autorità
giuridica islamica sunnita, durante una lezione agli studenti all'università di
al-Azhar al Cairo, l'istituzione ritenuta il faro della teologia sunnita nel mondo
islamico. Gomaa rispondeva alle domande degli studenti, colpiti e sgomenti di
fronte alla tragedia dei 26 migranti che, partiti dalle coste egiziane, il 29
ottobre scorso assieme ad altri compagni di sventura, hanno perso la vita di fronte
alle coste della Calabria, dove il peschereccio dove viaggiavano è naufragato.
La stampa egiziana ha dato molto risalto alla vicenda e alcuni esponenti politici
dell'opposizione hanno criticato aspramente il governo per la sorte dei loro concittadini.
La polizia egiziana, nell'ambito dell'inchiesta aperta subito dopo la tragedia,
ha arrestato 13 persone accusate di essere colluse con il traffico di migranti
verso l'Europa.
Religione e politica. Ma la polemica e la sensibilità rispetto alla questione non si sono limitate
all'aspetto politico e umano della vicenda, finendo per rientrare anche nella
sfera religiosa. Da tempo infatti, in tutto il Nord Africa, base di partenza per
la stragrande maggioranza dei viaggi della speranza verso l'Europa, si discute
sull'aspetto religioso della vicenda. Secondo alcuni, considerati gli immensi
rischi che questi viaggi comportano, i migranti si espongono a una sorta di forma
di suicidio. Commettendo quindi peccato. Per altri invece, la disperazione che
è alla base della decisione presa da migliaia di persone, ogni giorno, di rischiare
la vita per tentare la traversata, dovrebbe rappresentare una sorta di 'attenuante'.
Non finisce qui. Secondo il quotidiano egiziano al-Masri al-Yom, che ha pubblicato l'intervento di Ali Gomaa, il Muftì avrebbe rincarato la dose,
spiegando come i migranti “non sono martiri anche se sono andati incontro alla
rovina, al contrario dell'attentatore suicida che si fa esplodere per riscattare
gli altri. Questo sì che è un martire”. Il riferimento agli attentatori suicidi
nell'intervento di Gomaa non è casuale, perché nella teologia islamica il dibattito
è aperto e spigoloso. Non sono pochi i teologi islamici che ritengono l'attacco
suicida una forma di suicidio e basta, quindi contrario all'Islam. Per altri invece,
nell'ottica del sacrificio estremo per la propria comunità, l'attentatore suicida
è un martire.Ali Gomaa ha espresso la sua opinione, altri la pensano come lui.
Un ragazzo algerino di neanche 20 anni, in attesa d'imbarcarsi per l'Italia dal
porto di Annaba, interrogato sulla questione, rispondeva così: ''Partire rischiando
di morire è un peccato, forse. Ma lo è anche quello che commettono i governi,
lasciandoci morire di disperazione”.Christian Elia
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