stampa
invia
Mentre si continuano a contare le vittime dello tsunami che lo scorso 26 dicembre
ha devastato le coste dall’Asia meridionale e sud-orientale dall’altra parte dell’Oceano
Indiano, in Somalia intere comunità colpite rischiano di essere ignorate o dimenticate
dagli aiuti umanitari.
Qui l’onda assassina ha fatto decisamente meno vittime rispetto all’ecatombe
verificatasi a Sumatra o nello Sri Lanka: secondo fonti ufficiali il numero di
morti si aggirerebbe intorno ai duecento, nonostante vi sia un numero imprecisato
di persone che risultano ancora disperse.
Tuttavia lo tsunami, che ha investito i promontori e le insenature della provincia
semi-autonoma del Puntland inghiottendo decine di pescatori, ha portato con sé
anche la minaccia di una crisi umanitaria, in un paese già poverissimo e da oltre
un decennio minato da gravi instabilità politiche e sociali.
Alcune importanti arterie di comunicazione sono state spazzate via, isolando
migliaia di persone nella regione di Xaafun, quella più colpita dal maremoto in
tutta l’Africa orientale.
I soccorsi e le operazioni di emergenza sono in mano alle agenzie internazionali,
dalle quali dipende la sopravvivenza di un’intera regione.
L'appello del Wfp. Nei giorni scorsi il World Food Programme (Wfp) aveva lanciato un appello affinché
la comunità internazionale non dimenticasse la Somalia, dove “almeno 30mila persone
hanno bisogno di assistenza alimentare”. La mancanza di un governo forte e capace
di coordinare un’azione umanitaria complica le cose. La Somalia è da quattordici
anni una terra senza legge, senza governo, frazionata in clan e sottoclan alla
testa di ognuno dei quali vi è un signore della guerra che controlla una determinata
area. Nemmeno la recente elezione a presidente di Abdullahi Yusuf Ahmed, originario
proprio del Puntland ed ex signore della guerra, ha riportato stabilità e sicurezza.
Il governo è costretto ad operare dal vicino Kenya, dimostrando così di non poter
controllare la maggior parte del paese e di essere in grado gestire situazioni
di emergenza.
Anche per questo le notizie che giungono dal Puntland restano piuttosto incerte.
L’unica certezza è che le comunità più colpite sono quelle dei pescatori che
popolavano Xaafun e dintorni.
Una voce da Nairobi. "In questa stagione la pesca è una delle principali attività nel paese", spiega
al telefono dalla capitale kenyota Nairobi Laura Melo, coordinatrice del World
Food Programme per la Somalia. "Lo tsunami ha causato più di cento morti e molti
dispersi, anche se ci vorrà ancora tempo per avere un bilancio preciso.
La regione del Puntland è sempre stata colpita da variazioni climatiche improvvise.
Di recente ha sofferto una lunga siccità e ora questo maremoto ha messo in ginocchio
diverse comunità di pescatori”.
La rappresentante del Pam conferma che nelle ultime ore i Tir dell’agenzia delle
Nazioni Unite sono riusciti a raggiungere Xaafun e le aree circostanti, nonostante
gli impedimenti iniziali: un primo carico di quasi 500 tonnellate di provviste
alimentari ha raggiunto i distretti colpiti del Puntland, "nonostante ci siano
volute diverse ore per raggiungere le comunità su strade quasi cancellate dall’acqua
e dal fango".
Anche qui, come nel resto dei paesi colpiti dallo tsunami, l’arrivo di altri
aiuti è necessario a scongiurare carestie ed epidemie. Molte abitazioni e imbarcazioni
sono state spazzate via e migliaia di persone non hanno più un tetto né un modo
di procacciarsi il cibo con i propri mezzi.
Nel frattempo si sarebbero registrati già i primi casi di dissenteria e di infezioni
dati dalla mancanza di beni di prima necessità.
"Non tratta di una situazione di emergenza paragonabile a quella di Sumatra”
– specifica la Melo – ma molte persone non hanno più nulla e necessitano di soccorsi
immediati".
Oggi le Nazioni Unite dovrebbero lanciare un nuovo appello ai Paesi donatori
affinché non dimentichino le vittime e i sopravvissuti della regione del Puntland.
Che potrebbero dover attendere il proprio turno, dando la precedenza ai paesi
dell’Asia più colpiti dallo tsunami.
Pablo Trincia