scritto per noi da
Emanuele Confortin
Lasciamo
il check point alle nostre spalle e dopo i saluti di rito, ci
infiliamo in un taxi alla volta della città vecchia, dove ci
aspetta l'amico Masjdi. Siamo
a Nablus e non serve una lunga esperienza nei territori occupati per
capire che l’aria di qui è pesante. Scrutando negli occhi
della gente troviamo severità e rabbia, riflesso di questa
città assediata e stretta nella morsa militare israeliana, che
vorrebbe così schiacciare la Testa del Serpente. Definizione
usata dai giornali di Tel Aviv per chiamare Nablus, ex capitale
economica della Cisgiordania, importante centro culturale, divenuta
gioco forza la culla della resistenza palestinese.
Notti difficili. Scendiamo
dal taxi che si è già fatto buio, pochi passi nel suq e
saliamo sull’ambulanza del Medical Relief, guidata da Firas,
giungendo in pochi minuti in prossimità del nostro alloggio,
al decimo piano di una grigia palazzina arroccata lungo i fianchi
della collina, a debita distanza dai vicoli del centro e dai tre
campi profughi: Balata, Askar e Alian. Qui i militari israeliani
giungono quasi ogni notte con i loro mezzi corazzati, per arrestare o
uccidere dei combattenti palestinesi, o presunti tali. Masjdi sembra
teso: è buio e tardi ma dobbiamo tornare al check - oint per
spostare l’auto con la quale siamo arrivati- ingenuamente
parcheggiata a pochi metri dal 'terminal' -, in quanto entro 24 ore i
militari la farebbero saltare in aria per sicurezza, è la
prassi per prevenire qualche autobomba!
Dopo
cena siamo sul terrazzo e la nostra attenzione scende a valle, tra
gli edifici fatiscenti del centro, illuminati dalla luce giallognola
delle strade, dove regna una calma apparente. É in questi
istanti che Nablus ritrova la propria vita, l’energia che le ha
permesso di resistere a centinaia di attacchi avvenuti negli ultimi 6
anni. A partire dal 2002, quando fu quasi rasa al suolo nel corso
della massiccia occupazione dell`esercito israeliano, giunto con
decine di carri armati, i Markava tank, affiancati dai bulldozer
necessari per squarciare gli stretti vicoli della città
vecchia, demolendo interi edifici con famiglie all’interno, molte
delle quali scomparse tra le macerie. Poi i soldati e i cecchini con
i fucili di precisione, asserragliati nei palazzi più alti,
per vigilare sul coprifuoco totale di quei giorni, e "sparare su
ogni cosa in movimento", come ci racconta Firas. Oggi come
allora, Firas è un volontario del Medical Relief che guida
l’ambulanza tra gli spari e le esplosioni per prestare soccorso ai
feriti o raccogliere i cadaveri, spesso dopo delicate trattative con
i militari tutt’altro che disposti a consentire il passaggio. Ci
racconta come qualche settimana fa, durante una breve occupazione
militare nel campo di Balata (25 mila persone in 1 chilometro
quadrato), una donna sia stata colpita da uno snyper
(cecchino), mentre si affacciava alla finestra. Il proiettile le ha
attraversato il torace, passando a pochi centimetri dal cuore.
Ammissione di colpa. Dopo
il ricovero in ospedale, i militari hanno riconosciuto il loro
sbaglio concedendo fosse trasferita in una clinica di Tel Aviv dove
e` tuttora sotto osservazione, in condizioni critiche, a spese dei
familiari. Impressionante ascoltare la descrizione delle tecniche di
incursione dei soldati, i quali per raggiungere il centro del campo
sono soliti aprire dei fori nei muri con il martello o usando cariche
esplosive, infilandosi poi nelle case per uscirne dall’altra parte,
giungendo ad un nuovo muro da forare e così via, sfasciando
anche 30 abitazioni in una sola incursione. Tattica usata per
sottrarsi alle sassaiole dei giovani, abituati a difendersi in questo
modo dalle aggressioni, spesso a costo della vita. É quasi un
paradosso, uno dei più potenti eserciti della terra, munito di
armi sofisticate e mezzi corazzati messo in crisi da bande di ragazzi
senza un futuro, armati di sassi e fionde.
Torniamo
nei vicoli della città vecchia e da un ingresso laterale
escono due giovani palestinesi, ciascuno armato con un mitra sul
quale preferiamo non soffermarci. "Vietato fotografare" ci
avvisa Masjdi, ancora pochi passi e siamo nel cuore di Nablus, di
fronte al monumento dedicato alle Brigate dei Martiri di Al-Aqsa, e
scopriamo che uno dei due combattenti è Mahdi, attuale leader
delle brigate. C'è tensione in città e alcuni
osservatori a 'passeggio' nel Suq hanno attirato l'attenzione.
Una realtà distrutta. "Negli
ultimi 6 anni sono morte 975 persone a Nablus - spiega il Dottor
Ghassan del Medical Relief, incontrato nel suo ufficio -, oltre a
7000 feriti, 1000 dei quali hanno riportato disabilità
permanenti, anche molto gravi". Ascoltiamo con attenzione le sue
parole e scopriamo come la crescente pressione militare in Nablus,
sia stata accompagnata dall’utilizzo di nuove armi, una sorta di
bombe di precisione che infliggono ferite terribili, a causa di
"particolari schegge mai viste prima, di un materiale quasi
polveroso, in grado di spappolare gli organi interni e non
rintracciabile ai raggi x". Il medico sottolinea gli effetti
devastanti di queste armi, tirando in ballo l'uranio per giustificare
la gravità di certe infezioni, riscontrate in alcuni feriti
soccorsi nelle strade della città. Qualche parola ancora e il
dottor Ghassan spiega come queste armi siano da tempo in uso nella
Striscia di Gaza e "tuttora considerate sperimentali, per questo
presto potrebbero essere proibite dalle autorità
internazionali".
Lasciata
la clinica del centro entriamo a Balata, il più grande campo
profughi della Cisgiordania settentrionale, dove centinaia di
famiglie si ammassano in palazzi fatiscenti, distrutti e ricostruiti
più volte, in seguito alle incursioni israeliane. Dopo una
breve visita al centro giovanile, ci inoltriamo nel cuore del campo,
percorrendo stretti viottoli che in alcuni casi non superano i 50
centimetri. Qui troviamo un groviglio di tubi, rifiuti e calcinacci,
l’aria è irrespirabile per la costante mancanza di aerazione
e sole, causa di svariate patologie che colpiscono soprattutto chi
vive al pian terreno, nella semioscurità. Sulla 'collina dei
samaritani', sopra Balata, sorge la principale base militare
israeliana della zona di Nablus, da dove l'esercito monitorizza 24
ore su 24 i movimenti all'interno del campo. Da quella postazione,
nei giorni di maggiore tensione o di coprifuoco, partono raffiche di
colpi verso le abitazioni dei profughi, come testimoniano i
tantissimi fori sulle facciate rivolte alla collina.
Lasciamo
la Testa del Serpente con un peso nello stomaco, e la chiara
impressione che il veleno sia frutto dell’occupazione, in grado di
stritolare migliaia di esistenze, corrodere l’economia, ostacolare
gli spostamenti e alimentare la tensione nelle strade. Ci piace
tuttavia ricordare l’ottimismo di alcuni, se non molti, convinti
che la Palestina ce la farà: "basta non lasciare le
nostre terre e continuare a vivere ogni giorno senza fuggire. Questa
è la nostra resistenza!". Parola di Masjdi.