07/11/2007versione stampabilestampainvia paginainvia



Un racconto da Nablus, vittima di guerra
scritto per noi da
Emanuele Confortin 
 
Lasciamo il check point alle nostre spalle e dopo i saluti di rito, ci infiliamo in un taxi alla volta della città vecchia, dove ci aspetta l'amico Masjdi. Siamo a Nablus e non serve una lunga esperienza nei territori occupati per capire che l’aria di qui è pesante. Scrutando negli occhi della gente troviamo severità e rabbia, riflesso di questa città assediata e stretta nella morsa militare israeliana, che vorrebbe così schiacciare la Testa del Serpente. Definizione usata dai giornali di Tel Aviv per chiamare Nablus, ex capitale economica della Cisgiordania, importante centro culturale, divenuta gioco forza la culla della resistenza palestinese.

Notti difficili. Scendiamo dal taxi che si è già fatto buio, pochi passi nel suq e saliamo sull’ambulanza del Medical Relief, guidata da Firas, giungendo in pochi minuti in prossimità del nostro alloggio, al decimo piano di una grigia palazzina arroccata lungo i fianchi della collina, a debita distanza dai vicoli del centro e dai tre campi profughi: Balata, Askar e Alian. Qui i militari israeliani giungono quasi ogni notte con i loro mezzi corazzati, per arrestare o uccidere dei combattenti palestinesi, o presunti tali. Masjdi sembra teso: è buio e tardi ma dobbiamo tornare al check -  oint per spostare l’auto con la quale siamo arrivati- ingenuamente parcheggiata a pochi metri dal 'terminal' -, in quanto entro 24 ore i militari la farebbero saltare in aria per sicurezza, è la prassi per prevenire qualche autobomba!
Dopo cena siamo sul terrazzo e la nostra attenzione scende a valle, tra gli edifici fatiscenti del centro, illuminati dalla luce giallognola delle strade, dove regna una calma apparente. É in questi istanti che Nablus ritrova la propria vita, l’energia che le ha permesso di resistere a centinaia di attacchi avvenuti negli ultimi 6 anni. A partire dal 2002, quando fu quasi rasa al suolo nel corso della massiccia occupazione dell`esercito israeliano, giunto con decine di carri armati, i Markava tank, affiancati dai bulldozer necessari per squarciare gli stretti vicoli della città vecchia, demolendo interi edifici con famiglie all’interno, molte delle quali scomparse tra le macerie. Poi i soldati e i cecchini con i fucili di precisione, asserragliati nei palazzi più alti, per vigilare sul coprifuoco totale di quei giorni, e "sparare su ogni cosa in movimento", come ci racconta Firas. Oggi come allora, Firas è un volontario del Medical Relief che guida l’ambulanza tra gli spari e le esplosioni per prestare soccorso ai feriti o raccogliere i cadaveri, spesso dopo delicate trattative con i militari tutt’altro che disposti a consentire il passaggio. Ci racconta come qualche settimana fa, durante una breve occupazione militare nel campo di Balata (25 mila persone in 1 chilometro quadrato), una donna sia stata colpita da uno snyper (cecchino), mentre si affacciava alla finestra. Il proiettile le ha attraversato il torace, passando a pochi centimetri dal cuore.

Ammissione di colpa. Dopo il ricovero in ospedale, i militari hanno riconosciuto il loro sbaglio concedendo fosse trasferita in una clinica di Tel Aviv dove e` tuttora sotto osservazione, in condizioni critiche, a spese dei familiari. Impressionante ascoltare la descrizione delle tecniche di incursione dei soldati, i quali per raggiungere il centro del campo sono soliti aprire dei fori nei muri con il martello o usando cariche esplosive, infilandosi poi nelle case per uscirne dall’altra parte, giungendo ad un nuovo muro da forare e così via, sfasciando anche 30 abitazioni in una sola incursione. Tattica usata per sottrarsi alle sassaiole dei giovani, abituati a difendersi in questo modo dalle aggressioni, spesso a costo della vita. É quasi un paradosso, uno dei più potenti eserciti della terra, munito di armi sofisticate e mezzi corazzati messo in crisi da bande di ragazzi senza un futuro, armati di sassi e fionde.
Torniamo nei vicoli della città vecchia e da un ingresso laterale escono due giovani palestinesi, ciascuno armato con un mitra sul quale preferiamo non soffermarci. "Vietato fotografare" ci avvisa Masjdi, ancora pochi passi e siamo nel cuore di Nablus, di fronte al monumento dedicato alle Brigate dei Martiri di Al-Aqsa, e scopriamo che uno dei due combattenti è Mahdi, attuale leader delle brigate. C'è tensione in città e alcuni osservatori a 'passeggio' nel Suq hanno attirato l'attenzione.

Una realtà distrutta. "Negli ultimi 6 anni sono morte 975 persone a Nablus - spiega il Dottor Ghassan del Medical Relief, incontrato nel suo ufficio -, oltre a 7000 feriti, 1000 dei quali hanno riportato disabilità permanenti, anche molto gravi". Ascoltiamo con attenzione le sue parole e scopriamo come la crescente pressione militare in Nablus, sia stata accompagnata dall’utilizzo di nuove armi, una sorta di bombe di precisione che infliggono ferite terribili, a causa di "particolari schegge mai viste prima, di un materiale quasi polveroso, in grado di spappolare gli organi interni e non rintracciabile ai raggi x". Il medico sottolinea gli effetti devastanti di queste armi, tirando in ballo l'uranio per giustificare la gravità di certe infezioni, riscontrate in alcuni feriti soccorsi nelle strade della città. Qualche parola ancora e il dottor Ghassan spiega come queste armi siano da tempo in uso nella Striscia di Gaza e "tuttora considerate sperimentali, per questo presto potrebbero essere proibite dalle autorità internazionali".
Lasciata la clinica del centro entriamo a Balata, il più grande campo profughi della Cisgiordania settentrionale, dove centinaia di famiglie si ammassano in palazzi fatiscenti, distrutti e ricostruiti più volte, in seguito alle incursioni israeliane. Dopo una breve visita al centro giovanile, ci inoltriamo nel cuore del campo, percorrendo stretti viottoli che in alcuni casi non superano i 50 centimetri. Qui troviamo un groviglio di tubi, rifiuti e calcinacci, l’aria è irrespirabile per la costante mancanza di aerazione e sole, causa di svariate patologie che colpiscono soprattutto chi vive al pian terreno, nella semioscurità. Sulla 'collina dei samaritani', sopra Balata, sorge la principale base militare israeliana della zona di Nablus, da dove l'esercito monitorizza 24 ore su 24 i movimenti all'interno del campo. Da quella postazione, nei giorni di maggiore tensione o di coprifuoco, partono raffiche di colpi verso le abitazioni dei profughi, come testimoniano i tantissimi fori sulle facciate rivolte alla collina.
Lasciamo la Testa del Serpente con un peso nello stomaco, e la chiara impressione che il veleno sia frutto dell’occupazione, in grado di stritolare migliaia di esistenze, corrodere l’economia, ostacolare gli spostamenti e alimentare la tensione nelle strade. Ci piace tuttavia ricordare l’ottimismo di alcuni, se non molti, convinti che la Palestina ce la farà: "basta non lasciare le nostre terre e continuare a vivere ogni giorno senza fuggire. Questa è la nostra resistenza!". Parola di Masjdi.
Categoria: Guerra, Popoli
Luogo: Israele - Palestina