stampa
invia
Per
sport. Le giocatrici di basket, provenienti dal campo profughi di
Dehishe, vicino a Betlemme, sono scese sul parquet contro le loro
coetanee italiane, mentre le calciatrici si trovano ancora in
Palestina. Vivono a Gaza città le otto ragazze della squadra
di calcetto, sono tutte studentesse all'università di Al Aqsa.
Nonostante gli accordi per il transito ragiunti con l'autorità
israeliana, al momento del loro arrivo al valico di Erez, nel nord
della Striscia di Gaza al confine con Israele, sono state fermate e
rimandate indietro. “Al Aqsa è la mia squadra” hanno
scritto su un cartellone le studentesse milanesi che avrebbero dovuto
affrontarle. Permettere a un giovane palestinese di staccarsi dalla
sua drammatica esistenza quotidiana per scoprire come vivono i suoi
coetanei in Italia è un impegno complesso, ma anche
un'occasione per molti irripetibile, specialmente per quanti
provengono dalla Striscia di Gaza. Già negli anni passati i
giovani sportivi palestinesi avevano avuto difficoltà a
lasciare i territori occupati, ma quest'anno la situazione sembra
riflettere particolarmente bene quanto accade nei territori
palestinesi, dove dallo scorso giugno la Cisgiordania gode di uno
status privilegiato, mentre la Striscia di Gaza, controllata da
Hamas, è formalmente un'entità nemica. “Gli
organizzatori della manifestazione -spiega Luca Colombo di Jalla-
sono impegnati a fare pressione sulle autorità italiane perché
intercedano con quelle israeliane, nella speranza che le ragazze
riescano a partire entro il 9 novembre, in tempo per i prossimi
incontri”. La protesta è arrivata fino a Roma, dove il
ministro degli Esteri D'alema e la sua vice Sentinelli hanno
promesso di dare una mano, ma il fatto che le ragazze siano state
bloccate nonostante un precedente accordo non lascia ben sperare. Il
valico è stato chiuso il 28 di ottobre per ragioni di
sicurezza, che per Israele hanno la precenenza su tutto.
Per
guarire. Eretz è chiuso, ma ad attendere il passaggio non
ci sono solo le sportive di Gaza. Nei giorni scorsi si sono visti
proibire l'ingresso in Israele anche 16 malati gravi, con un regolare
permesso per raggiungere le strutture sanitarie in Cisgiordania e in
Israele. Si tratta di malati di cuore, di persone con un tumore e
diversi altri casi che richiedono cure urgenti. L'organizzazione
israeliana Phisicians for Human Rights ha iniziato una campagna per
chiedere la riapertura del valico e l'avvio di inchieste per appurare
come e perchè sia stato negato l'accesso a due persone in
gravi condizioni, che poi sono morte. Il 22 ottobre scorso Nimir
Huhaiber, 77 anni, ricevette il permesso per curare i suoi problemi
cardiaci in Israele, ma al suo primo tentativo di raggiungere Eretz
fu costretto a fare marcia indietro per gli spari dei soldati
israeliani contro l'ambulanza che lo trasportava. L'indomani, dopo
aver rinnovato il coordinamento per il passaggio del confine, Nimr
tornò in ambulanza a Eretz ma, dopo tre ore di attesa,
l'ambulanza fu costretta a tornare all'ospedale di Gaza per
rifornirsi di ossigeno. Un viaggio di due ore durante le quali l'uomo
venne lasciato sull'asfalto, sotto il sole, al confine. A quel punto
i soldati gli dissero che non poteva più passare. Nimr è
morto poco dopo il suo ritorno a Gaza. La seconda vittima è
stata un ragazzo di 23 anni, Mahmoud Taha, che doveva curare il
cancro all'intestino presso l'ospedale di Tel Hashomer, in Israele.
Ricevuto il permesso di uscita dalla Striscia, Taher si recò a
Eretz con il padre. Quest'ultimo venne arrestato e lui dovette
tornare da solo a Khan Younis. Con l'aiuto di Phisicians for Human
Rights Taher ottenne un nuovo permesso di transito per il 28 ottobre.
Raggiunse di nuovo il valico, dove venne fatto attendere per otto ore
prima di passare. Un'attesa fatale. Taher è morto lungo la via
che lo portava all'ospedale.
Naoki Tomasini