Il triste 2005 di un cingalese immigrato a Napoli da Galle, devastata dal maremoto

Nella notte del 31 dicembre il golfo di Napoli era un presepe senza luce. A mezzanotte
le spettacolari dimostrazioni pirotecniche non l’hanno illuminato a giorno come
da tradizione secolare. Solo i botti – non intensi e frequenti però come negli
scorsi anni – hanno scosso la città. Per salutare il 2004, la maggior parte dei
napoletani ha scelto un gesto di solidarietà verso i milioni di persone colpiti
dal maremoto del 26 dicembre. Il capoluogo campano ha voluto stringersi attorno
alle migliaia di immigrati provenienti dalle regioni devastate dallo
tsunami che a distanza soffrono per la sorte di famigliari e amici. Abbiamo incontrato
Vicky, portiere di notte e nei giorni di festa in una palazzina di Posillipo:
viene da Galle, una delle cittadine inghiottite dall’onda anomala sulla costa
sudoccidentale dello Sri Lanka. La comunità cingalese di Napoli è una delle più
grandi d’Italia.
Lo siamo andati a trovare un’ora prima della mezzanotte sul posto di lavoro.
Stava consumando la cena preparata per lui da alcuni condomini “che – ha detto
– mi rivolgono sempre molte attenzioni. A Napoli sto bene”. Subito dopo, una famiglia
lo ha invitato al brindisi. E’ entrato in casa, ma è rimasto in disparte. Sulle
labbra aveva un timido sorriso, ma negli occhi il dolore era incolmabile. “I miei
famigliari stanno bene, ma tutto intorno c’è la distruzione”, ha affermato con
voce sottile. “Si sono salvati dall’onda perché vivono su una collina a un chilometro
e mezzo dal mare. Adesso però non hanno niente da mangiare e da bere”.

Vicky, che ha 43 anni e in Sri Lanka ha lasciato moglie, figli e moltissimi amici,
ci ha spiegato: “Gli aiuti a Galle tardano ad arrivare perché ogni via d’accesso
alla costa meridionale è interrotta, cancellata dal fango. Galle era una bella
città. Intorno c’erano distese di campagne coltivate a riso e tè. E poi la spiaggia
era sempre affollata di turisti”. Intanto le televisioni mandavano dal Paese asiatico
immagini di case distrutte, animali annegati, donne inginocchiate e in lacrime.
“Centinaia di persone si sono rifugiate nei templi e lì aspettano che qualcuno
porti loro soccorso”.
Il nome dell’uomo in realtà è Prasanne, ma si fa chiamare Vicky (abbreviazione
di un cognome lunghissimo) “perché è più facile da pronunciare per gli italiani”.
E’ arrivato a Napoli undici anni fa, dopo che un parente gli aveva trovato lavoro
come domestico. “Il passaparola in seguito mi ha portato qui dove guadagno circa
mille euro al mese. Uno stipendio buono, posso mandare i soldi alla mia famiglia
e anche aiutare gli amici che dopo lo tsunami non hanno più nulla. Devo aspettare fino a giugno per rivederli”. In Sri Lanka
hanno perso la vita quasi 30mila persone, il 40 per cento di queste ultime erano
bambini.
Francesca Lancini