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Gli occhi della piccola Zeva, dieci anni, sono pieni di lacrime: ha
capito che non rivedrà più i suoi genitori, la sua casa, i suoi
amichetti del villaggio. Piange in silenzio mentre suo padre, Gul
Miran, 42 anni, contadino coltivatore di papaveri da oppio della
provincia di Nangarhar, la tiene per mano per l’ultima volta, prima di
consegnarla ad Haji Naquibullah, trafficante d’oppio, come pagamento di
un debito di 50 mila afgani (circa 750 euro, ndr).
“Non ho soldi per pagarti – dice con rassegnazione Gul al suo creditore
– perché il governo ha distrutto tutto il raccolto che ti dovevo.
Prendi mia figlia”.
Naquibullah non ci pensa nemmeno un attimo: “Avevamo un patto chiaro –
spiega l’uomo al contadino – che prevedeva che tu avresti saldato il
debito in ogni caso, anche se il raccolto fosse stato distrutto dal
maltempo o dal governo. Quindi accetto: prendo tua figlia. Tra un anno
la darò in sposa a mio figlio: lui ha diciannove anni e la sua prima
moglie, che ha sposato due anni fa, non è riuscita a dargli una prole”.
Accuse al governo. Payenda Gul, un altro coltivatore di papaveri del
distretto di Shinwar, è stato costretto a fare la stessa cosa dopo che
il suo raccolto è stato bruciato dai funzionari governativi del
programma antidroga.
“Pochi giorni fa, per saldare il mio debito, ho dovuto cedere mia
figlia di diciassette anni al mio creditore: un uomo divorziato, di
trentotto anni. Non avevo scelta. Quando si ha a che fare con i
trafficanti d’oppio non ci sono alternative: bisogna pagare in qualche
modo. E se non si hanno soldi, le figlie sono sempre ben accette perché
il trafficante le può usare per prendersi una nuova moglie o garantirla
ai suoi figli. La colpa di questa situazione è del governo, che invece
di colpire chi gestisce il traffico di oppio, colpisce noi piccoli
contadini”.
Vista da una figlia. Una ragazza di diciassette anni, proveniente da un
villaggio vicino a Jalalabad, racconta la sua esperienza,
senza
rivelare il proprio nome.
“Mio padre aveva un debito di 80 mila afgani (1.200 euro, ndr) ma il
suo campo è stato distrutto dal governo e così non ha avuto altra
scelta che darmi in sposa al suo creditore: un uomo cieco, che dovrò
servire e riverire per il resto della mia vita. Non è quello che
desidero, ma io sono una ragazza afgana e ho il dovere di rispettare il
volere di mio padre”.
C’è chi dice no. Non tutti però, a quanto pare, vedono come unica soluzione quella di saldare
il debito cedendo una figlia.
Ad esempio Moalem Faqir, coltivatore del distretto di Khogyani, ha deciso di
fare
altrimenti.
“Il governo ha distrutto il mio campo e il mio raccolto. Ora non ho più
niente per pagare i miei debiti. L’uomo a cui devo i soldi ha
cinquant’anni. Vuole che gli dia mia figlia, che di anni ne ha solo
venti, per prendersela come seconda moglie. Ma io non voglio, non darò
mai mia figlia a un uomo così vecchio, per saldare un debito. Piuttosto
venderò il mio terreno, ma mia figlia rimane con me”.
Fenomeno sommerso. “Purtroppo da quando è partito il programma
antidroga del governo – spiega Sayed Jafer Muram, responsabile
provinciale del programma stesso – questo fenomeno dei contadini
indebitati con narcotrafficanti che pagano con le loro figlie è
diventato molto diffuso. Ma le autorità non possono agire perché questi
casi non vengono denunciati: i contadini infatti, se lo facessero,
verrebbero automaticamente accusati di traffico di droga. Quindi
preferiscono non far sapere nulla”.
“I padri che sono costretti a dar via le loro figlie non avvertono
nessuno, né la polizia, né le organizzazioni umanitarie – dice Sharifa
Shahab, dell’International Committee for Human Rights (Ichr) –. Per
questo non si può far nulla. E quel che è peggio è che molte di queste
ragazzine finiscono con il togliersi la vita o con il diventare, data
la compagnia, tossicodipendenti”.