Hassan Hattab, fondatore del Gruppo Salafita per la Predicazione e il Combattimento
(Gspc), sembra sparito nel nulla. Come in un copione già visto per alcuni dei
più importanti emiri dei gruppi armati algerini di matrice islamica, tra tutti
Amari Saifi, nome di battaglia el Parà, ufficialmente nelle mani dei servizi di
sicurezza algerina dal 2004, ma mai comparso davanti alla giustizia, anche Hattab
non è comparso ieri in aula alla prima udienza a suo carico e nessuno sembra sapere
dove sia.
Il mistero. Un mese dopo l’annuncio della resa dello storico leader del movimento
salafita, fatto a Parigi dal ministro degli interni algerino Yazid Zerhouni, le
autorità non hanno più fornito nessun dettaglio e ieri una nuova sconcertante
dichiarazione.
“L’imputato non e’ presente in aula e non abbiamo prove concrete che sia realmente
nelle mani delle autorità. Continuiamo a considerarlo in fuga", ha detto il procuratore
generale Abdelghafour Kahoul, in apertura del processo contro Hattab al tribunale
di Algeri. ‘’Se gli avvocati sono in possesso di prove che dimostrino dove si
trova attualmente l’imputato che le consegnino alla giustizia’’, ha incalzato
anche il giudice Hassan Tahbet .
Nell’aula luccicante del nuovo palazzo di giustizia appena costruito alla periferia
della capitale maghrebina, scende il silenzio. Le decine di giornalisti, gli esperti
ma anche i semplici curiosi, sembrano increduli. Dopo pochi minuti di attesa, lo scottante processo viene rinviato alla prossima
sessione giudiziaria, in marzo. “Tutti sapevamo che non lo avrebbero portato in aula, ma ci aspettavamo almeno
qualche tipo di giustificazione, una parvenza di logica. Qualche problema burocratico,
una scusa!”, commenta Abdel, uno studente di giurisprudenza che sogna di diventare
avvocato, “non uno qualunque, ma specializzato nei dossier legati al terrorismo”.
Una storia infinita. Dato per morto almeno per tre volte dalla stampa algerina, nel 1998, nel 2000
e nel 2004, Hassan Hattab, alias Abou Hamza, sarebbe in trattativa con le autorità
almeno dal 2003.
Numerose le sue lettere e dichiarazioni a favore del progetto di Riconciliazione
nazionale del presidente Bouteflika, definito da Hattab “inizio di una nuova era”
nella sua unica intervista rilasciata al quotidiano londinese Aharq Al Awsat,
nel 2005.
Membro del Gruppo islamico armato (Gia) fin dal 1993, subito dopo l’annullamento
del secondo turno delle elezioni legislative del 1992 stravinte al primo turno
dal Fronte islamico per la salvezza (Fis), Hattab, rivendica tra l’altro l’assassinio nel 1993 dell'ex-premier Kasdi Merbah,
anche capo dei servizi segreti, e del cantante simbolo delle lotte della Cabilia,
Matoub Lounes, nel giugno del 1998.
Pochi mesi dopo, la svolta e l’inizio di una nuova fase del terrorismo algerino. Nel settembre del 1998,
c’é chi dice su consiglio dello stesso Osama Bin Laden, crea il Djamaà salaria
(gruppo salafita) per ripulire l’immagine sanguinaria del gruppi armati algerini
e prendere le distanze da chi si era reso colpevole di massacri tra i civili e
si era allontanato dalla ‘jihad legale’.
Hattab guida gli attacchi del Gspc, rivolti principalmente contro la polizia
e l’esercito, per cinque anni, fino al 2003, quando annuncia per la prima volta
di voler deporre le armi e beneficiare così dell’amnistia avviata da Bouteflika con la legge sulla Concordia civile
in cambio del suo aiuto per convincere anche altri compagni di battaglia ad arrendersi.
Da quel momento nessuna notizia certa è filtrata sulla sua attività, ma secondo
la stampa algerina ha inizio ‘’la sua stretta collaborazione con le autorita’’.
I dubbi. Una collaborazione fin troppo stretta, dicono in molti, e non soltanto dal 2003.
“Forse El Parà e Hattab erano in realtà degli infiltrati, uomini al servizio
del potere algerino. Per questo sono scomparsi”, dice subito dopo il processo di ieri Ali Yahia Abdenour, ex presidente della
Lega algerina per i diritti umani (Laddh, non governativa). “Adesso hanno voluto
farli rientrare, ma sono in imbarazzo e certo non li porteranno in tribunale”,
commenta Abdenour.
“O forse, c’é stato un semplice accordo e nonostante sia colpevole di massacri
e attentati Hattab potrà beneficiare della Charta per la pace e la riconciliazione nazionale senza nemmeno
essere giudicato”, aggiunge il battagliero 90enne leader del Laddh, arrestato
più volte, amato ed odiato per aver difeso giornalisti, rappresentanti di partiti politici ma anche islamici radicali,
''senza pensare alle ideologie'' dice, ''ma solo ai diritti dell'essere umano
in quanto tale''.
La Charta per la pace e la Riconciliazione nazionale, approvata con un referendum
il 29 settembre del 2005, ha portato alla scarcerazione di circa 3000 detenuti
per reati legati al terrorismo e prevede misure d'amnistia per chi depone le armi.
Secondo il documento sono esclusi però "gli integralisti implicati in massacri
collettivi, stupri, attentati dinamitardi in luoghi pubblici”.