Secondo il governo la pace è vicina. Ma i fatti lo smentiscono
scritto per noi da
Delia Innocenti
Nel 'primo mondo', la fine dell'anno è un pò il tempo dei bilanci. Il momento
in cui, privatamente o attraverso i giornali, ci impegniamo nel bilancio consuntivo
di quegli eventi, personaggi, circostanze che hanno segnato i dodici mesi che
ci lasciamo alle spalle; e magari proiettiamo le aspettative sull'anno a venire.
Nei paesi come la Colombia, piagati in forma cronica dalla guerra, dicembre è
soprattutto il tempo nel quale ci si esercita in una vera e propria matematica
consuntiva della violenza. E poichè indubiamente il conflitto ha scandito anche
nel 2004 il calendario dei colombiani, non ci sorprendiamo nel vedere moltiplicate,
in questi ultimi giorni dell'anno, le statistiche del governo e dei media sulle
cifre dei morti, i dati sulla riduzione dei sequestri, i quadri comparativi sull'andamento
del conflitto.
Ci sorprendiamo invece molto nel leggere l'autorevole rendiconto presentato in
questi giorni dall'ex ministro degli Interni Fernando Londoño, a due anni e mezzo
dall'inizio del mandato del presidente Alvaro Uribe Velez.
Secondo Londoño, che presumiamo basi le sue affermazioni su fonti ufficiali del
governo, 7.500 insorgenti avrebbero firmato accordi di pace individuali con il
governo; mentre ben 15mila sarebbero stati abbattuti sul campo di battaglia, fatti
prigionieri o comunque consegnati nelle mani degli organi giudiziari per il processo.
Eppure, l'anno scorso, il rapporto delle Nazioni Unite parlava della presenza
in Colombia di non più di 21mila guerriglieri, cifra che riunisce i contingenti
delle due principali organizzazioni insorgenti colombiane: le FARC (Forze Armate
Rivoluzionarie di Colombia) e l’ELN (Esercito di Liberazione Nazionale).
La conclusione sarebbe dunque strepitosa: la guerriglia non esiste più, in Colombia.
Alvaro Uribe l'ha annientata. E non esistendo più la guerriglia, non ha più ragione
d'essere il conflitto armato che ha devastato il Paese durante gli ultimi cinquant'anni.
Non ci saranno più sequestri, nè attentati agli oleodotti. Non più terrorismo.
Grazie, presidente Uribe.
Oppure si dovrà pensare a un'altra versione, diversa de quella ufficiale, e riflettere
sul perché i conti non tornano.
Se viaggiando nelle aree rurali del paese, continuiamo a incontrare posti di
blocco delle Farc. Aprendo quotidianamente il giornale, leggiamo ancora di attacchi
alle infrastrutture. Parlando con i campesinos, ci sentiamo dire che il fronte della guerriglia, salvo alcuni ripiegamenti
strategici, si mantiene saldo e numericamente intatto nella zona. Concludiamo
che deve esistere un'altra spiegazione per quei morti, quelle detenzioni, quelle
reinserzioni di cui parlano con orgoglio Londoño e il governo.
Quanti difensori di diritti umani, sindacalisti, indigeni stanno rimpolpando
le statistiche del ministro? Quanti contadini ammazzati extra-giudizialmente sono
stati posteriormente rivestiti con una tuta mimetica e venduti all'opinione pubblica
nazionale e internazionale come morti in combattimento? Quanti giovani, in un
Paese con un tasso di disoccupazione a livelli incredibili, si sono dichiarati
guerriglieri o paramilitari 'pentiti' pur di rientrare nei programmi di reinserimento
e godere dei benefici promessi dal governo? Quanti hanno quindi ingrassanto, accidentalmente,
i risultati della battaglia di Uribe? Quanti, nelle stesse condizioni, hanno fornito
ai giudici informazioni false per permettere di costruire un processo artefatto
contro leaders campesinos e sindacalisti in un paese in cui si assegna una precisa cifra in denaro a ogni
informazione?
La verità. Solo la verità è l'augurio da fare alla Colombia e ai colombiani nel
2005. Che tutto il mondo la possa finalmente conoscere.