Segnali di speranza in Africa, in pochi giorni firmati accordi di pace in tre paesi
Pace in Sudan. Il governo sudanese e i ribelli del Sudan People’s Liberation Movement (SPLAM)

hanno firmato un cessate il fuoco permanente e hanno concordato un piano per
realizzare gli accordi che dovrebbero mettere fine a ventun anni di guerra civile.
La proposta di pace, sul tavolo delle trattative dal 2002, era composta da otto
protocolli, solo sei dei quali - fino ad ora - erano stati concordati. I nuovi
accordi prevedono la formazione di un nuovo governo maggiormente decentralizzato,
la divisione dei ricavi petroliferi e l’integrazione dei ribelli nell’esercito
sudanese. Il conflitto tra il governo del nord e il sud ricco di petrolio era
scoppiato nel 1983, quando Khartoum impose la
sharia, la legge islamica, anche alla popolazione del sud, tradizionalmente cristiana
ed animista.
L’accordo conclusivo di pace verrà firmato il 9 gennaio a Nairobi, in Kenya.
Al momento le parti si stanno occupando dei dettagli dell’accordo sui sei anni
che sono stati previsti come periodo di transizione. In quel lasso di tempo infatti
la sicurezza nel Sudan meridionale, il territorio controllato dai ribelli, verrà
assicurata da una forza armata indipendente: i ribelli vorrebbero che fosse finanziata
dal governo, mentre il governo insiste sul fatto che tale forza non verrebbe comunque
integrata nell’esercito sudanese.
Se questi accordi reggessero, per il paese africano potrebbe essere l’occasione
di porre fine al drammatico conflitto che in ventun anni ha causato più di 2 milioni
di morti e 4 milioni di sfollati, soprattutto a causa dalle carestie e dalle epidemie.
Nelle speranze di tutti, anche delle organizzazioni internazionali, la fine della
guerra civile potrebbe anche accelerare la soluzione dell’altra mattanza in corso
nel Sudan, quella tra le truppe governative e i ribelli della regione occidentale
del Darfur. Per agevolare le consultazioni era presente in Sudan anche il presidente
sudafricano Thabo Mbeki, nelle vesti di mediatore dell’Unione Africana tanto per
la questione del Sudan meridionale che per quella del Darfur. Mbeki ha dichiarato
che “La firma di questo accordo segna una nuova alba per lo sviluppo politico-economico
e la ricostruzione del Sudan”.
Non sono esattamente della stessa opinione i ribelli del Darfur: Abdel Wahed
Mohamed al-Nur, capo dell Sudan Liberation Army (SLA) ha dichiarato che il cessate
il fuoco è solo un passo ma non può essere la soluzione al problema del Darfur,
aggiungendo che la sola cosa che potrebbe portare la pace nella più vasta delle
nazioni africane sarebbero degli accordi equi per tutti i diseredati sudanesi.
Con la firma di questo primo accordo le parti in conflitto sono riuscite a rispettare
la scadenza di fine del 2004 che era stata fissata il mese scorso a Nairobi dal
Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite; in quella circostanza erano stati
studiati anche alcuni incentivi economici per la ricostruzione elargiti dalla
Banca Mondiale e dalle stesse Nazioni Unite.
Pace in Uganda. I ribelli ugandesi della Lord Resistance Army e il governo di Kampala hanno firmato
un accordo per il cessate il fuoco che permette l’avvio delle trattative per portare
la pace nel nord del paese, dove da diciotto anni si combatte una guerra civile.
L'incontro, il primo tra le parti da un decennio, si è svolto sotto ad un albero
del villaggio di Pagak, lungo il confine con il Sudan, e vi hanno preso parte
sette comandanti ribelli capeggiati dal “Brigadiere” Sam Kolo, e trentadue membri
del Parlamento guidati dal ministro dell’Interno Ruhakana Ragunda. "Siamo impegnati
al cento per cento in un processo di pace" ha detto Kolo, che già a novembre aveva
fatto un appello per la pace da una emittente radiofonica locale.
L'appello, dapprima considerato con cautela, era stato infine raccolto dal governo
del presidente Museveni dichiaratosi disponibile al negoziato se il LRA avesse
deposto le armi, rinunciando per sempre alla violenza entro la fine dell’anno.
Non è ancora chiaro quali concessioni siano state fatte per assicurare la tenuta
del cessate il fuoco, ma è certo che l’iniziativa di Kolo è avvenuta in seguito
ad un mese di forte pressione militare da parte dell’esercito regolare che aveva
costretto i ribelli a rifugiarsi in Sudan. Alla trattativa non hanno partecipato
,per motivi di sicurezza, né il presidente ugandese Yoweri Museveni, né il sedicente
profeta e capo del LRA Joseph Kony. L’incontro era mediato da Betty Bigombe, che
era ministro di governo all’epoca dell’ultima trattativa nel 1993, interrotta
perché sfruttata dai ribelli per pianificare attacchi.
Il Lord's Resistance Army, il cui obiettivo dichiarato è di governare l'Uganda
secondo i Dieci Comandamenti, ha sconvolto il nord del Paese per diciott'anni,
attaccando civili, sequestrando almeno 20 mila bambini e costringendo 1,6 milioni
di civili a rifugiarsi nei campi profughi.
Nelle ultime ore il presidente Museveni ha fatto sapere che se la situazione
di stallo al termine del cessate il fuoco dovesse perdurare, lancerà una massiccia
operazione militare contro i ribelli.
Una dichiarazione che denota il profondo divario che separa governo e Lord's
Resistance Army, la cui strada verso il dialogo resta comunque lunga e piena di
ostacoli.
Pace in Senegal. Giovedì è stato firmato un accordo di pace anche tra il governo del Senegal e
i ribelli separatisti, impegnati da ventidue anni in un conflitto separatista
nella regione di Casamance. Il documento dell’accordo è stato firmato in pompa
magna a Zuguinchor, capitale regionale, dal ministro dell’Interno Ousmane Ngom
e Augustin Diamacoune Senghor, il prete a capo delle milizie ribelli note come
Casamance’s Democratic Forces.
Il presidente Abdoulaye Wade non era presente alla firma ma ha subito celebrato
l’accordo con un discorso radiofonico, mentre le strade di Zuguinchor si popolavano
di gente festante. In realtà le Casamance’s Democratic Forces non sono l’unica
milizia indipendentista presente nell'area: altre formazioni, almeno tre, non
hanno partecipato alla trattativa e non si sono dette disponibili. Per ovviare
a queste defezioni e anche per agevolare l’accettazione degli accordi da parte
della popolazione il governo, con l’aiuto di donatori internazionali, ha messo
sul piatto della trattativa anche aiuti economici per 127 milioni di dollari da
investire nel turismo, nella pesca e nell’agricoltura della zona.

La regione di Casamance è fisicamente separata dal resto del Senegal dal Gambia
e i ribelli chiedono l’indipendenza sostenendo che la Francia non ha mai colonizzato
quella zona. Le formazioni ribelli inoltre rappresentano la minoranza di etnia
Diola del Casamance, oppressa dalla maggioranza dei Wolof.
Nonostante le defezioni la speranza che gli accordi possano reggere è diffusa,
questa volta potrebbe andare diversamente dai precedenti tentativi falliti nel
1991 e nel 2001. Il conflitto nel Casamance, pur essendo considerato “a bassa
intensità ”, non ha avuto tregue da allora e ha causato almeno 1200 vittime.