02/11/2007
stampa
invia
La rivincita dello Stato, nuovo protagonista dell'economia globale. Un libro di Alessandro Volpi
Scritto per noi da
Alexandre Calvanese
Chissà se anche quest’inverno assisteremo ad uno scontro tra la Russia e le ex
repubbliche sovietiche attraversate dai gasdotti e dagli oleodotti diretti verso
l’Europa: da una parte il governo di Putin che vuole imporre rialzi sul prezzo
di gas e petrolio e, dall’altra, Georgia, Bielorussia e Ucraina che rivendicano
prezzi “politici” ed esigono il pagamento di una tassa sul transito di quelle
fonti energetiche. Dovesse accadere non soltanto si riproporrebbe con urgenza
la questione della dipendenza energetica europea, ma si avrebbe l’ennesima conferma
del fatto che l’approvvigionamento-fornitura di risorse – in primo luogo, appunto,
energetiche – sia diventato, nell’attuale scacchiere internazionale, un tema d’ordine
politico prim’ancora che economico. Questo perché un nuovo attore (ma in realtà
si tratta di un ritorno in scena, sebbene le quinte ed il copione non siano più
gli stessi di trenta o quarant’anni fa) sta scompaginando i piani e rimescolando
le carte. Soprattutto di chi credeva che la globalizzazione avesse tracciato una
distanza di sicurezza sufficiente tra i tentacoli delle autorità statuali e gli
spazi aperti del libero mercato. Mai come oggi, infatti, le economia pianificate
– promosse da paesi sorretti non di rado da regimi antidemocratici, la Cina in
prima fila – hanno influenzato l’andamento dell’economia globalizzata, riaffermandosi
con un protagonismo che lo Stato non sembrava più in grado di sostenere. E allora
è forse necessario rivedere alcune delle categorie interpretative elaborate negli
ultimi decenni ed iniziare a ragionare, come suggerisce la copertina del libro
di Alessandro Volpi (docente di storia contemporanea presso la Facoltà di Scienze
Politiche dell’Università di Pisa), dispiegando davanti a sé un mappamondo postglobale.
Compagnie di Stato. Il pregio di questo libro, a nostro avviso, consiste proprio nell’aver raccolto
e organizzato i dati che illustrano lo stato dell’economia mondiale da una prospettiva
aggiornata rispetto a parametri che, solo pochi anni fa, sembravano infallibili.
Ad esempio la nozione di multilateralismo, entrata in crisi insieme ad un’istituzione
simbolo dell’economia globale quale il Wto (Organizzazione mondiale del commercio),
il cui ruolo sta subendo la progressiva erosione provocata dal sempre più frequente
ricorso ad accordi bilaterali e intese regionali: dove per regione s’intende appunto
un mercato parziale relativamente chiuso e protetto rispetto alle correnti meno
sicure del mercato mondiale. Oppure l’inversione di tendenza nei confronti delle
politiche di privatizzazione di settori strategici: il già ricordato caso della
Russia (dove i vertici e le scelte dei monopolisti Gazprom e Rosneft sono praticamente
in mano al
remino) non è certo un’eccezione; il miglioramento della bilancia commerciale
di molti Paesi emergenti ha consentito loro di rinazionalizzare le proprie risorse
affidandole a vere e proprie compagnie di Stato che detengono ormai, per quanto
riguarda il petrolio, il 70 per cento delle riserve e il 37 per cento della produzione.
Lampante il caso sudamericano, dove Petroamérica – in cui confluiscono tre iniziative
subregionali di integrazione energetica: Petrosur, Petroandina e Petrocaribe –
controllerebbe quasi il 12 per cento delle riserve mondiali di petrolio e si dichiara
capace di garantire la sicurezza energetica del continente, con inevitabili ricadute
strategiche in ambito di politica estera, in particolare nei confronti degli Usa.
Interferenze. Proprio l’economia statunitense sembra mostrare, più di altre, segnali di debolezza:
i dati salienti sono un pesantissimo deficit commerciale (pari a 726 miliardi
di dollari nel 2005) ed una crescente dipendenza da investitori esteri per sostenere
un debito pubblico in espansione: nell’ottobre 2004 Cina e Giappone detenevano
insieme quasi la metà del passivo Usa, mentre le riserve in dollari del rullo
compressore cinese hanno superato i mille miliardi. Molti degli interrogativi
sul futuro suscitati dalla lettura del libro gravitano proprio intorno a questa
partita: come, cioè, riuscirà il gigante a stelle e strisce a sostenere un’economia
che non può più permettersi di gareggiare con qualunque concorrente (ed una politica
estera condotta, parallelamente, alzando sempre la voce un po’ più degli altri)
ma che, invece, ha sempre maggior bisogno degli investimenti e del sostegno altrui.
Anche di chi ha reagito alla consegna della Medaglia d’oro del Congresso americano
al Dalai Lama definendola una “sfrontata interferenza negli affari interni della
Cina” che “mina gravemente le relazioni tra la Cina e gli Stati Uniti”.