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Diritto allo sciopero. Lo scorso
fine settimana, dopo mesi di relativa calma, era esplosa di nuovo la
rabbia dei lavoratori immigrati negli Emirati, impiegati in massima
parte nei cantieri edili. Singalesi, thailandesi, pakistani, indiani
e bengalesi hanno incrociato le braccia, per chiedere condizioni più
umane di lavoro e un aumento anche minimo della paga da fame. I più
esagitati tra i dimostranti hanno occupato qualcuno dei sontuosi
palazzi in costruzione e danneggiato alcune strutture dei cantieri.
Questo è bastato perché arrivassero le forze di
sicurezza che hanno represso nel sangue la dimostrazione. Ma era già
capitato in passato, e il governo degli Emirati ha deciso che non si
può tollerare oltre questa reazione di questi moderni servi
della gleba, che si ribellano alle condizioni inumane di lavoro. “Gli
organi competenti dello Stato sono stati interessati sulla vicenda”,
ha dichiarato il ministro bin Deemas, “e prenderanno tutte le
misure necessarie. Gli operai che non vogliono lavorare sono liberi
di farlo, e non possono essere costretti a farlo. Quindi verranno
accompagnati al confine”.
Deportazione di massa. Che
significa deportati. Sia lo sciopero che le rappresentanze sindacali
sono proibite negli Emirati Arabi Uniti, che sfruttano questa
situazione per imporre ai circa 700mila lavoratori immigrati, in gran
parte dall'Estremo Oriente, condizioni di lavoro disumane: giornate
lavorative di 15 ore, nessuna tutela sanitaria e di sicurezza sul
luogo di lavoro, stipendi irrisori e condizioni abitative al limite
della dignità umana. Grazie a tutto questo, il costo del
lavoro è quasi nullo, e i sette ricchi emirati che formano il
paese hanno conosciuto un boom economico senza precedenti, in
particolare nel settore edilizio.Christian Elia
Parole chiave: christian elia, emirati arabi uniti, immigrati emirati