Loren Arkotxa racconta le ore di paura vissute in un carcere spagnolo l'11 marzo del 2004
Loren Arkotxa è il presidente di Udalbiltza, la camera degli eletti baschi. Un'istituzione
creata per riunire i consiglieri comunali baschi dei sette territori storici,
un embrione di parlamentino non riconosciuto dalle leggi spagnole. Udalbiltza
è finita nel mirino del giudice Baltasar Garzon, che l'ha messa fuori legge nel
2003. Loren Arkotxa, che è stato sindaco per Herri Batasuna di Ondarroa, una bella
cittadina sulla costa al confine fra Guipuzkoa e Vizcaya, è finito in carcere
per il fatto di essere il presidente di un'istituzione considerata al servizio
di Eta. Il processo non è ancora arrivato alla sentenza di primo grado. Oggi Arkotxa
è agli arresti domiciliari con obbligo di firma.
L'11 marzo del 2004 era in carcere, a Madrid. Ci ha raccontato come le tesi menzognere
del governo Aznar sull'implicazione di Eta nel massacro di Atocha vennero vissute
dai prigionieri politici baschi.
Quando arrivò la notizia in carcere tutti gli altri detenuti si misero a gridare
contro di noi. Ci davano degli assassini, promettevano di farci la pelle. Le istituzioni
carcerarie vietarono l'ora d'aria a tutti i prigionieri politici. Mi ricordo che
dagli altoparlanti dentro il carcere venivano diffuse le notizie e le guardie
carcerarie alternavano le informazioni che arrivavano con delle marcette militari
e musiche franchiste. Avevo paura. Anche perchè la porta delle nostre celle erano
state aperte e il congegno meccanico impediva che le potessimo chiudere.
Ho pensato che quando gli altri detenuti sarebbero tornati nelle loro celle,
avrebbero potuto benissimo entrare nella mia cella. Le grida erano sempre più
forti, le minacce terribili. Avevano lasciato le porte aperte in maniera premeditata.
Mi sono guardato intorno, vicino a me c'era una scopa con il manico di legno.
Allora l'ho presa e ho iniziato a sfregare l'estremità del manico contro il muro
della cella, cercando di costruirmi una rudimentale lancia. Poi ho preso le lenzuola
dalla mia branda e me le sono fasciate attorno alla vita, per attutire gli eventuali
colpi o i tentativi di linciaggio. Poi ho aspettato nella cella, guardando la
porta, schiacciato contro il fondo. Con le mani stringevo con forza il legno del
manico, la punta rivolta verso la porta. Aspettavo e sudavo. Minuti interminabili.
Poi i detenuti hanno iniziato a rientrare nelle loro celle. Nessuno ha cercato
di entrare. Io sono rimasto là, le mani serrate, le nocche bianche, fino a quando
il congegno di chiusura non è scattato. È stato il mio 11 di marzo, quando la
grande menzogna del governo Aznar non era ancora stata scoperta. Quel giorno ho
pensato che poteva essere l'ultimo per me.