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Attesa e osservazione Per vedere cosa succede. Lo confermano al telefono a PeaceReporter le voci dei dissidenti birmani in esilio, sia i giornalisti dell'unica radio
libera, Democratic Voice of Burma, sia i politici del Council of Union of Burma, il governo in esilio regolarmente eletto, ma mai riconosciuto dai dittatori
che persero le prime elezioni libere nel 1990. Intanto si diffondono le voci che
poco alla volta il regime stia uccidendo i protagonisti della repressione violenta.
Sia i militari che si rifiutarono di sparare sulla folla i giorni 26 e 27 di settembre,
come i loro commilitoni che accettarono questo orribile compito; questo per non
lasciare testimoni della carneficina di quei giorni, in cui almeno 300 cadaveri
sono stati contati dalle fonti di PeaceReporter negli obitori della ex capitale birmana.
Arresti continuati Intanto la Giunta ha fatto sapere attraverso la tv di stato che continuano gli
arresti nei confronti delle persone individuate dalle telecamere a circuito chiuso
come partecipanti ai 15 giorni di protesta pacifica precedenti gli scontri del
26 settembre. Per i militari sono circa 500 i “ribelli e terroristi” (secondo
la loro definizione) che ancora si trovano nelle carceri del regime di Insein.
“Sono molte di più – ci riferiscono dall'esilio colleghi birmani – dovrebbero
essere ancora circa 6mila, di cui almeno 2mila monaci. E non a Insein (quartiere
dormitorio di Rangun dove i militari socialisti avevano costruito 4 carceri provvisorie,
anche nello stadio di calcio) bensì li hanno già portati nei campi di lavoro forzato
di Kabaw, regione dei Chin. Lì rischiano di morire di stenti in pochi mesi, soprattutto
ora che si avvicina la stagione dura dei monsoni e della pioggia continua; Kabaw
si trova a oltre mille metri d'altezza e la temperatura arriva a sfiorare lo zero”.
Gambari vuol dire fiducia Quel che confermano gli esuli dai quattro angoli di europa, america e asia,
è che si ha notizia di diversi settori dell'esercito stufi di tanto sangue, e
pronti a cominciare un dialogo costruttivo con gli studenti, unici leader rimasti
della rivolta dopo lo sterminio dei monaci, pur di trattare una uscita onorevole
per le divise verdi. “Ma tutti aspettano che si manifesti l'inviato Onu Ibrahim Gambari – racconta un nostro contatto birmano per telefono – e speriamo
che i militari lo lascino entrare al più presto nel Paese, perché possa incontrare the Lady (San Suu Kii) che gli riferisca quale sono le loro decisioni rispetto alle proposte
di trattativa dei militari”. San Suu Kii ha incontrato una settimana fa il delegato
governativo, e adesso si attende a giorni l'arrivo dell'inviato del segretario
delle nazioni unite Ibrahim Gambari, un ex generale nigeriano. “Ma dai militari
non ci aspettiamo comunque molto – riflette al telefono con PeaceReporter un rappresentante del governo in esilio da Washington – I generali della Giunta,
prima di tutto, dovevano fare solo un gesto per dimostrare reale apertura: togliere
gli arresti domiciliari alla nostra leader, liberare altri capi della rivolta
e smettere con gli arresti di massa. Invece abbiamo le prove che stanno continuando,
a tappeto, in altri parti del paese. Finito con le due città più grandi, Rangun
e Mandalay, adesso si stanno concentrando su Sittwe, Sagaing, Chaunk Padaung,
Myung Daung. Sappiamo che ogni notte, dico ogni notte da quando c'è stata la repressione
violenta, i monasteri vengono razziati, i monaci portati via a decine, e gli attivisti
della Lega nazionale per la Democrazia (partito di Suu Kii) arrestati e strappati
alla famiglie”. Una missione per nulla semplice per il signor Ibrahim Gambari.
Liberare Aung San Suu Kii. Liberatela.Gianluca Ursini
Parole chiave: Rangun, Aung San Suu Kii, Ibrahim Gambari, Mandalay, Ursini