31/10/2007versione stampabilestampainvia paginainvia



continuano gli arresti. si hanno notizie di eliminazione dei militari che hanno partecipato alla carneficina
di gianluca Ursini
A Rangun Si respira un'aria di attesa. E stamane i monaci sono tornati in piazza a Pakokku, centro della Birmania. L'avvio dei primi colloqui tra la Signora dell'opposizione democratica, Aung San Suu Kii, e un emissario del regime che la tiene sotto arresto da 12 anni, il viceministro del Lavoro Aung Kii, sta consigliando ai leader della rivolta studentesca una tattica 'wait and see'.
 
Pakokku in piazza. Il 6 settembre si era avuta lì la prima confrontazione in stile poliziesco, con gli agenti a picchiare selvaggiamente i monaci scesi in piazza a protestare contro l'aumento dei prezzi. Stamane nella cittadina, 630 chilometri a nord ovest di Rangun, vicino Mandalay, la seconda città del paese, un centinaio di bonzi del monastero locale sono scesi in piazza, a un mese dalla repressione violenta dei militari che ha causato centinaia di morti. Dopo un breve tour a piedi della città, in silenzio, sono già rientrati in monastero.
 
E i bambini in divisa.  E sempre oggi è arrivata l'accusa lanciata dal gruppo di attivisti Usa  Human Rights Watch sul reclutamento forzato di migliaia di ragazzi minorenni, o persino bambini di 10 anni, che verranno inclusi nei battaglioni da prima linea dopo 18 mesi di addestramento. Hrw ha controllato le notizie arrivare da diverse fonti, testimoniando anche di abusi sessuali sulle reclute da parte degli istruttori militari.
 
i fedeli assistono i monaci nella loro lottaAttesa e osservazione Per vedere cosa succede. Lo confermano al telefono a PeaceReporter le voci dei dissidenti birmani in esilio, sia i giornalisti dell'unica radio libera, Democratic Voice of Burma, sia i politici del Council of Union of Burma, il governo in esilio regolarmente eletto, ma mai riconosciuto dai dittatori che persero le prime elezioni libere nel 1990. Intanto si diffondono le voci che poco alla volta il regime stia uccidendo i protagonisti della repressione violenta. Sia i militari che si rifiutarono di sparare sulla folla i giorni 26 e 27 di settembre, come i loro commilitoni che accettarono questo orribile compito; questo per non lasciare testimoni della carneficina di quei giorni, in cui almeno 300 cadaveri sono stati contati dalle fonti di PeaceReporter negli obitori della ex capitale birmana.
 
fiaccolata in NorvegiaArresti continuati Intanto la Giunta ha fatto sapere attraverso la tv di stato che continuano gli arresti nei confronti delle persone individuate dalle telecamere a circuito chiuso come partecipanti ai 15 giorni di protesta pacifica precedenti gli scontri del 26 settembre. Per i militari sono circa 500 i “ribelli e terroristi” (secondo la loro definizione) che ancora si trovano nelle carceri del regime di Insein. “Sono molte di più – ci riferiscono dall'esilio colleghi birmani – dovrebbero essere ancora circa 6mila, di cui almeno 2mila monaci. E non a Insein (quartiere dormitorio di Rangun dove i militari socialisti avevano costruito 4 carceri provvisorie, anche nello stadio di calcio) bensì li hanno già portati nei campi di lavoro forzato di Kabaw, regione dei Chin. Lì rischiano di morire di stenti in pochi mesi, soprattutto ora che si avvicina la stagione dura dei monsoni e della pioggia continua; Kabaw si trova a oltre mille metri d'altezza e la temperatura arriva a sfiorare lo zero”.
 
manifestazione pro monaci in norvegiaGambari vuol dire fiducia Quel che confermano gli esuli dai quattro angoli di europa, america e asia, è che si ha notizia di diversi settori dell'esercito stufi di tanto sangue, e pronti a cominciare un dialogo costruttivo con gli studenti, unici leader rimasti della rivolta dopo lo sterminio dei monaci, pur di trattare una uscita onorevole per le divise verdi. “Ma tutti aspettano che si manifesti l'inviato Onu Ibrahim Gambari – racconta un nostro contatto birmano per telefono – e speriamo che i militari lo lascino entrare al più presto nel Paese, perché possa incontrare the Lady (San Suu Kii) che gli riferisca quale sono le loro decisioni rispetto alle proposte di trattativa dei militari”. San Suu Kii ha incontrato una settimana fa il delegato governativo, e adesso si attende a giorni l'arrivo dell'inviato del segretario delle nazioni unite Ibrahim Gambari, un ex generale nigeriano. “Ma dai militari non ci aspettiamo comunque molto – riflette al telefono con PeaceReporter un rappresentante del governo in esilio da Washington – I generali della Giunta, prima di tutto, dovevano fare solo un gesto per dimostrare reale apertura: togliere gli arresti domiciliari alla nostra leader, liberare altri capi della rivolta e smettere con gli arresti di massa. Invece abbiamo le prove che stanno continuando, a tappeto, in altri parti del paese. Finito con le due città più grandi, Rangun e Mandalay, adesso si stanno concentrando su Sittwe, Sagaing, Chaunk Padaung, Myung Daung. Sappiamo che ogni notte, dico ogni notte da quando c'è stata la repressione violenta, i monasteri vengono razziati, i monaci portati via a decine, e gli attivisti della Lega nazionale per la Democrazia (partito di Suu Kii) arrestati e strappati alla famiglie”. Una missione per nulla semplice per il signor Ibrahim Gambari. Liberare Aung San Suu Kii. Liberatela.
 

Gianluca Ursini

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