Evo Morales in visita in Italia. La lotta indigena dei popoli latinoamericani ha molto da insegnare alle generazioni futuro
Scritto per noi da
Rocco Vazzana
“Benvenuto Presidente, è un onore vederla qui. Lei oggi si trova all’interno
di un’occupazione di un palazzo privato. Un’occupazione nata dalla lotta degli
ultimi di questa città, e che a questi ultimi ha dato una casa”. Così, Nunzio
D’Erme, figura di spicco di Action, l’agenzia romana per i diritti, saluta il
Presidente boliviano Evo Morales.
I fatti. Sono le cinque del pomeriggio e siamo a Roma, nel quartiere San Lorenzo. E’
il secondo appuntamento del suo viaggio italiano. Appena arrivato, domenica scorsa,
Morales si era recato in Campidoglio per ricevere un'onorificenza dal consiglio
comunale della città, e per incontrare la comunità boliviana residente in Italia.
Fa un certo effetto vedere entrare un capo di Stato nello scantinato di un palazzo
occupato, adibito a sala riunioni. Non c’è nessun protocollo. Evo Morales è venuto
qui per confrontarsi con le realtà che portano avanti istanze di conflitto e lo
fa in casa loro. Lo stanzone è saturo di fumo, ma l’ex cocalero non fa una piega. E’ venuto qui per ascoltare. Si siede attorno a un tavolo
e lascia la parola ai suoi interlocutori. Ci sono associazioni, comitati territoriali,
organizzazioni sindacali e centri sociali.
Tutti raccontano le loro esperienze avanzando domande e proposte. Un incontro
informale per pochi intimi, non più di quaranta persone, stampa compresa. Prende
appunti Morales, mentre la traduttrice si affanna a sussurrargli parole all’orecchio.
Lui sorride e annuisce. Quando arriva il suo turno, nella sala cade un silenzio
tombale. La platea si concentra sulle labbra dell’ospite di lusso e aspetta che
Evo l’indigeno inizi a parlare. “Grazie a tutti per essere venuti- esordisce Morales-
non pensavo che avrei incontrato così tante realtà di lotta in Italia”.
Esperienza. Parla dell’esperienza boliviana, della nazionalizzazione delle risorse, della
nuova costituzione, dell’importanza strategica della foglia di coca, del progetto
di legge del suo governo sulla rendita vitalizia di vecchiaia, dei rapporti con
Chavez e con Castro. “Vogliamo che la nuova Costituzione politica dello Stato
boliviano, a cui stiamo lavorando con molti problemi e difficoltà, contempli la
messa al bando della guerra. Deve esser chiaro però a tutti che rinunciamo alla
guerra d’aggressione, ma non rinunciamo a difenderci. Vogliamo chiudere tutte
le basi militari di paesi terzi presenti nel nostro territorio per riacquistare
la nostra sovranità nazionale. La Bolivia in questo momento ha molti nemici interni
ed esterni. Quelli interni sono i partiti neoliberali che vorrebbero restaurare
l’ordine precedente, in cui gli indigeni venivano considerati come animali. Il
nemico esterno, invece, è l’imperialismo nordamericano. Gli Stati Uniti hanno
interessi occulti nel nostro Paese, stanno finanziando economicamente la destra,
i partiti conservatori e neoliberali, per destabilizzare il mio governo”.
La folla. Va avanti per mezz’ora, è un fiume in piena e poi deve congedarsi. A pochi metri
di distanza ha un altro appuntamento. Questa volta ad attenderlo ci sono migliaia
di studenti stipati all’interno dell’aula magna dell’Università La Sapienza. E’
un clima di festa, colorato. Tra gli oratori, un commosso Gianni Minà che nel
presentare il leader cocalero afferma: “Chi pensava che Guevara fosse un visionario
oggi deve ricredersi. Evo Morales è la testimonianza viva del fatto che l’America
Latina poteva e può essere liberata. La Bolivia, il Paese più povero del continente
americano ha lanciato una sfida al mondo: ristabilire un equilibrio sociale tra
i cittadini lì dove non c’è mai stato”.