31/12/2004versione stampabilestampainvia paginainvia



Al telefono da Phuket: "Ovunque regna terrore e confusione"
panorama di phuketLa confusione. “Ho incontrato un medico giapponese. Ho subito chiesto se, secondo lui, c'era il rischio che si diffondessero delle epidemie e cosa era possibile fare per prevenirle. Mi ha guardata con un sorriso e ha alzato le spalle, rispondendomi che il rischio che si diffondano tifo, colera ed epatite è altissimo, ma mancano i vaccini e il personale necessario per somministrarlo alla gente”.

Marcella Mocci risponde al telefono da una località nei pressi di Phuket, quel paradiso per turisti in Thailandia divenuto, all'alba del 26 dicembre scorso, una trappola mortale. La ragazza italiana, sposata con lo chef italiano anche lui dello Sheraton locale,  si è trasferita a vivere nel Paese da tre mesi, facendo una scelta di vita e rischiando poi di morire. Ha messo a disposizione il suo recapito telefonico su Internet, per chiunque potesse aver bisogno di aiuto e d'informazioni dall'Italia.


“La popolazione locale è in grave difficoltà”, spiega Marcella, “ho percorso la strada principale e, lungo tutto il tragitto, ai bordi della carreggiata c'erano migliaia di persone accampate così come capitava. I camion carichi di aiuti e generi alimentari attraversano la zona e la gente cerca di raccogliere qualcosa, ma è difficile organizzare una distribuzione seria. Qui e là si vedono campi profughi che sorgono dalla sera alla mattina: alcuni sono organizzati dallo Stato, ma altri sono creati spontaneamente dalla popolazione. Quindi più che parlare di mancanza di soccorsi, mi sento di sottolineare la mancanza di organizzazione nella distribuzione degli aiuti”.

La solidarietà. “Sono rimasta molto colpita dalla generosità di questa gente”, racconta la ragazza italiana, “tutti quelli che hanno ancora un tetto sopra la testa offrono ospitalità a chi ha perso la casa. Una scena commovente, senza retorica. Ho visto spazi di 40 metri quadri con decine di persone strette le une alle altre, sostenendosi a vicenda. Anche i turisti, quasi tutti, hanno cercato di fare il possibile. I cadaveri dalle spiaggie sono stati portati quasi tutti via, anche grazie alla partecipazione di tedeschi, italiani, francesi e tutti gli altri”.

Anche Marcella cerca di rendersi utile. “Ho trascorso la giornata in giro per gli ospedali per offrire il mio aiuto agli italiani”, racconta la Mocci, “ovunque regna la confusione più assoluta. Hanno precettato tutti i medici e i paramedici disponibili, solo che non bastano i posti letto. Allora viene applicato un criterio di gravità: i feriti meno gravi lasciano il posto a quelli che stanno peggio. Questi ultimi vengono allora trasferiti in un'altra struttura, magari a chilometri di distanza. Mancando le comunicazioni non si riesce ad avvisare nessuno dell'accaduto. Ho parlato con un ragazzo che cerca la sua fidanzata che era in ospedale con una gamba fratturata. L'hanno trasferita e lui non sa dov'è. E' disperato”.

la devastazione lasciata dal passaggio dello tsunami Gli italiani. Gli italiani sono una comunità numerosa a Phuket. “Siamo in alta stagione”, spiega Marcella, “qui non si trovava una camera neanche a pagarla oro. Molti vivono qui e, ogni seconda domenica del mese, si radunano presso l'albergo Interpalace. Nei giorni precedenti lo tsunami, in hotel e in spiaggia, sembrava di essere in Italia. Da Roma sono arrivati i Carabinieri per il riconoscimento delle salme e gli operatori della Protezione Civile. Ho visto anche alcuni militari e, dicono, che ci sia qualcuno della Croce Rossa, ma io non li ho visti”.

Pensi di venir via adesso? “Assolutamente no”, risponde decisa Marcella, “quando abbiamo deciso di venire ad abitare a Phuket non potevamo certo immaginare che un paradiso come questo potesse diventare un cimitero sconvolto. Ma non andiamo via. Qui stiamo bene e vogliamo aiutare questa gente. A Thalang c'è un quartiere che la polizia ha chiuso al traffico: un filo di fumo nero si alza oltre il posto di blocco. Mi hanno detto che è il punto principale dove trasportano i cadaveri dopo il riconoscimento e li bruciano per timore delle epidemie. Una scena terribile, ma ancora di più mi rendo conto che qui c'è tanto da fare. No, non andremo via. Il Bangkok Post oggi teneva un tono distensivo", conclude Marcella, "il Re ha promesso molti soldi e ha garantito che non ci saranno epidemie, ma io ho paura e la popolazione anche. Si sgombrano le strade principali e si pensa alle fosse comuni come ho detto...non molto di più".
 
"E' gravissimo il ritardo con cui stanno affluendo gli aiuti umanitari dai paesi occidentali. Tanta solidarietà e vicinanza, ma di concreti atti di sostegno se ne vedono ancora pochi". Questo il parere di Ilan Raba, un operatore del turismo che da Krabi tiene a far conoscere tutto il suo disappunto per l'isolamento nel quale sono stati, a suo parere, abbandonati gli abitanti locali.
 
"La gente mi chiede Why farang (occidentali nella lingua locale) no help us...e io mi vergogno, perchè non so cosa rispondere", racconta l'italiano, da anni impegnato per lavoro in giro per il mondo, "rimango solo affascinato dal meraviglioso spirito di unione che vedo in questa gente.  Infatti di aiuti ne arrivano tanti, ma dal resto della Thailandia, non dai paesi occidentali. L'unico rimedio contro l'eventuale diffondersi di epidemie è la pulizia delle strade...speriamo che basti".
 

Christian Elia

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