Dov’è
la Bosnia – Erzegovina? Fra i contorti rami delle sue
amministrazioni, si trova un incessante memoriale del passato; il
presente si esprime in un inno senza testo ed una bandiera che è
la parodia del vessillo UE, disegnata dagli stranieri e ad essi
venduta come souvenir.

La
comunità internazionale ha formato e diviso questo paese
prendendo spunto dalle trincee di guerra, pretendendo che la
popolazione si disponesse al suo interno senza farci caso. Tre leggi
(n. 23/99; 21/03; 33/03) emanate dal governo centrale disciplinano il
ritorno “sicuro e dignitoso” degli ex – rifugiati, garantendo
un fondo di sussistenza ed assistenza per la ricostruzione a chi
reclami la restituzione della propria casa.
L’attuazione
di queste disposizioni si misura nei paesaggi bosniaci: anarchiche,
incantevoli vegetazioni punteggiate di macerie. Non è un caso
se 170.000 su 260.000 unità abitative sono state ripristinate
grazie alle donazioni private (dati OSCE Marzo 2007), né lo è
l’iniziativa di tre studentesse, in Bosnia - Erzegovina per un
Master in diritti umani e democrazia organizzato dalle Università
di Bologna e Sarajevo. Durante una visita a Ključ, nella parte nord
ovest del paese, hanno conosciuto Rubija Balagić, vedova di guerra
con madre a carico ed un figlio superstite che lavora, ma solo
qualche volta è pagato, come operaio. La loro casa originale
l’hanno riottenuta, peccato che di essa non rimanga niente; i tre
dormono in un appartamento con un’unica, sicura e dignitosa, stanza
da letto.
L’eco
di Srebrenica ovatta la storia di Ključ, come quella di altre
cittadine preda della pulizia etnica. La regione, oggi, è
divisa in una municipalità serba ed una bosniaca –
musulmana; l’assenza di contese politiche giustifica l’abbandono:
il villaggio di Rubija è senza elettricità, senza linee
telefoniche, senza abitanti. Le famiglie che qui risiedevano tornano
durante l’estate per tagliare le erbacce e rendere praticabili i
cammini; vorrebbero riavere le loro case, ma la municipalità
non ha nessun piano architettonico a riguardo.
È
così che Jasmina, Yanka e Lubica decidono di mettere in
pratica quello che stanno studiando; i loro strumenti sono
internet
ed il passaparola. Ricostruire la sola casa di Rubija costerebbe
17.500€, una cifra enorme od irrisoria a seconda di quante persone
riescono a raggiungere. Scrivono alle testate giornalistiche del
paese, aprono una pagina web, cercano di sensibilizzare architetti ed
imprese costruttrici affinché diano un contributo gratuito,
creativo o materiale. Il 22 ottobre la tv indipendente Hayat ha
visitato Rubija ed intervistato una delle ragazze. Jasmina Popaja è
nata in Bosnia - Erzegovina, ma vive negli Stati Uniti da quando è
scoppiata la guerra. Il suo tentativo dal basso di attuare una legge
cerca di superare la tipica diffidenza locale per qualsiasi atto che
non abbia un fine propagandistico. Da bambina, mi ha detto, adorava
arrampicarsi sugli alberi. Ecco dove, forse, si nasconde ancora la
Bosnia.
Valentina Vivona